Tre giorni da vivere «come una boccata d’ossigeno» e «come un tempo di formazione e approfondimento». Si è aperta con questa esortazione del vescovo Vito la seconda sessione dell’Assemblea unitaria diocesana, svolta il 23 settembre nel Centro Pastorale di Contigliano. Con un richiamo immediato a superare le criticità evidenziate il giorno precedente da mons. Francesco Accrocca, quando ha parlato di emotività e superficialità riconsegnando ai fedeli il compito di un discernimento a tutto campo. Un compito – ha ricordato il vescovo – che richiede equilibrio tra approfondimento e vita spirituale, in parallelo all’unione di verità e carità, perché senza l’una o l’altra ci si irrigidisce o si diviene anime sbiadite.
Sullo sfondo dei lavori resta la parabola del seminatore, protagonista anche di “Largheggia”, Lettera pastorale che don Vito ha consegnato ai fedeli lo scorso 9 settembre. E per guardare il testo da una diversa angolatura è stata chiamata suor Mary Melone: teologa, appartenente alle suore francescane Angeline e Rettore della Pontificia Università Antoniana dal 2014 al 2019.
Il testo – ha notato la relatrice – conduce solitamente a chiederci quale terreno siamo, se siamo quello sassoso, coperto di rovi o buono. Una lettura legittima, che ci mette al centro della scena. Ma c’è un’altra possibilità, più provocatoria, che sposta l’attenzione dai tipi di terreno alla figura stessa del seminatore. Facendo un passo indietro: perché Gesù racconta questa storia? Cosa ci dice di Lui? E soprattutto, cosa ci rivela di Dio?
All’apparenza, il seminatore della parabola sembra un po’ sbadato. Semina su terreni diversi, sa che una parte del seme finirà sui sentieri, sugli spiazzi sassosi, tra i rovi. Per chi ascoltava Gesù nella Palestina del primo secolo, però, questo comportamento non era affatto strano. Allora si arava dopo la semina, il terreno rimaneva lungamente incolto, si induriva sotto il passaggio delle persone. La figura del seminatore era verosimile, quotidiana. Ciò che emerge dalla narrazione non è l’inefficienza della semina, ma la generosità senza calcoli di chi la compie. Gesù non intende colpevolizzarci dicendo che siamo cattivi terreni: descrivere l’azione del Padre, che viene incontro all’uomo per far crescere la vita. Il regno di Dio è Dio che regna, è il bene che supera il male, è il trionfo di un Dio che è amore.
Questo però, non vuol dire che manchino ostacoli che impediscono alla Parola di fruttificare. Nel parlare dei diversi terreni, il testo non tratta solo delle difficoltà esterne, ma degli atteggiamenti interiori che ci riguardano da vicino. Un terreno ci dice che spesso la Parola ci colpisce, ma non cambia le nostre scelte: non interiorizziamo. Un altro terreno riguarda la perseveranza, la fedeltà nel tempo: quanti matrimoni cominciano con entusiasmo e poi naufragano? Quante vocazioni nascono e si spengono nel giro di una settimana? Un altro terreno ancora ci mostra l’uomo di un momento, abituato a scrollare immagini, incapace di profondità. Ma la vita spirituale richiede impegno, esige costanza.
Così dalla parabola emerge una domanda radicale: quale efficacia pensiamo che abbia la Parola di Dio? Se l’ascolto non genera un cambiamento, la sua efficacia è nulla? La risposta richiede comprensione: la Parola di Dio è una parola d’amore che si offre unilateralmente, che non si sottrae mai, che continua a proporsi anche quando viene rifiutata. La parabola aiuta a comprendere che il regno fa fatica nella storia, che non tutti accettano una parola di amore che richiede cambiamento. Eppure il Padre continua a seminare. Sa che il raccolto finale sarà abbondante, che il successo sarà maggiore dell’insuccesso. Ha una fiducia immotivata, quasi folle negli esseri umani e ne rispetta la libertà. Libertà che pesa, perché implica la responsabilità di scegliere.
Ma è questo a dare sapore alla speranza cristiana. Essa è assumere la stessa speranza di Dio. È sapere che Dio ci attende. È custodire e far fiorire questa consapevolezza offrendola agli altri.
Una sfida – ha notato suor Mary non solo per i venti di guerra, ma guardando alle nostre chiese, sempre più vuote – che non si accontenta del generico ottimismo suscitato da qualche momento positivo, ma chiede di fidarsi di un Dio che va oltre ciò che vediamo. Si tratta di riconoscere la sapienza divina anche quando non la comprendiamo, di riconoscere che il Padre realizza comunque il Regno. Si trae da questo la forza per non dare più importanza ai pericoli che alla vitalità del seme. Si trae da questo la capacità di donare se stessi come seme.
A tale proposito, suor Mary ha ricordato che la Parola di Dio crea sempre comunione, ma ha bisogno di comunicazione. E allora bisogna parlarne. Spesso la riduciamo a lezioni tecniche e le omelie non sempre hanno un linguaggio accogliente. Ma la Parola non è un libro di conoscenza, è un libro di relazioni con Cristo risorto. Non si può annunciare ciò che non si conosce, non si può donare ciò che non si possiede. Ecco allora l’invito finale: fare come il contadino: non guardare ai successi, ma alla sapienza e alla pazienza dell’attesa. Quella degli agricoltori che conoscono il tempo del frutto. Nella stagione in cui le chiese si svuotano e la società perde punti di riferimento, la parabola del seminatore ricorda che la generosità di Dio supera il nostro rifiuto. La speranza non è un sentimento, è una certezza. C’è un Dio che continua a seminare speranza. Sta a noi accoglierla e donarla.

