Servi premurosi scelti e voluti dal Maestro. Omelia del vescovo alla Messa Crismale

Cari fratelli e sorelle, amati nel Signore,

lasciate che vi inviti tutti, insieme all’intera Chiesa diocesana, a lodare la Trinità per il dono del sacerdozio affidato da Gesù alla Sua Chiesa incamminata verso il Regno che viene. È soprattutto a voi cari fratelli Presbiteri che desidero rivolgermi.

Grazie per il dono che siete per l’intero popolo di Dio e per me.

Grazie per la generosità con cui vi mettete a servizio nei diversi modi e luoghi in cui vi viene chiesto. Senza il dono che siete, questo nostro territorio risulterebbe oltremodo impoverito.

Grazie, ve lo dico con sincerità di cuore, uno ad uno!

Se è vero che c’è un sacerdozio battesimale che tutti ci accomuna che condividiamo con i fratelli e sorelle nella molteplicità e diversità delle vocazioni e che ci rende un unico popolo di re, sacerdoti e profeti, di mezzo a questo stesso popolo il Signore con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza (cf. Prefazio Messa Crismale).

È una scelta che ha il sapore della vocazione che ci rende da Dio chiamati non per essere i primi della classe, plenipotenziari o cortigiani o casta gloriosa, ma piuttosto servi e servi premurosi come pregheremo ancora nel Prefazio di questa Messa crismale.

Scrutando i vangeli, specialmente nei racconti della Passione, si resta spesso sconcertati da alcuni atteggiamenti di cui i discepoli si rendono protagonisti, proprio quelli che pure erano stati chiamati per nome da Gesù a stare con lui e a prolungarne la missione (cf. Mc 3, 14-22).

Si tratta di storie di sequela che contemplano talora anche il rinnegamento, il tradimento, la viltà, la doppiezza del cuore e della vita, la fuga… Eppure, nelle stesse pagine evangeliche, con altrettanto stupore, riverbera la certezza che mai viene meno l’essere amati, scelti e voluti ancora dal Maestro. Questo vale anche per noi: non ci siamo autocandidati, né proposti né promossi. Lui è passato nella nostra vita, ci ha chiamati: e noi siamo andati da Lui; Lui ci ha così tanto affascinato che siamo rimasti con Lui.

Anche per ciascuno di noi, come per i primi discepoli, c’è stata l’ora decima (cf. Gv 1, 39) che ha segnato uno spartiacque esistenziale tra il prima e il dopo.

L’incontro con il Signore e la scelta di dirgli un Sì deciso e decisivo ha trasformato l’esistenza: tutto è cambiato; la nostra vita è diventata la sua e la sua nostra.

Eppure, anche la nostra storia personale è attraversata dal peccato che ha scalfito questa amicizia: forse abbiamo cercato di riprenderci ciò che un giorno abbiamo donato in uno slancio di generosità; la stanchezza ha prodotto disamore; le difficoltà hanno fatto il resto. Ci rinfranca, però, ricordare che anche all’Apostolo traditore il Maestro conserva nonostante tutto il nome dolcissimo di Amico (cf. Mt 26, 10).

Riconosciamolo! Alla luce della Parola oggi ascoltata è anzitutto dinanzi al nostro buio che il Messia si fa luce, non si stanca di portare lieti annunci, fascia il cuore indurito, ci stana dalle nostre prigioni e promulga e prolunga un anno di Grazia. E non c’è più vendetta (cf. Is 61, 2b) perché nella fede scopriamo che in Gesù si è definitivamente dilatata la misericordia del Padre che ci rende ministri santamente impazienti per poter andare dovunque e da chiunque per far sperimentare oggi Colui che è la Gioia vera della vita (cf. Lc 4, 16-21).

Vorrei per questi motivi miei cari fratelli Presbiteri, in questa nostra festa di “compleanno”, sollecitarvi a ritornare alle sorgenti del primo amore; a riportare al cuore la nostra personale storia vocazionale con la quale un giorno abbiamo scorto lo sguardo del Signore poggiarsi su di noi e abbiamo intravisto i creativi modi con cui il Signore ci ha detto personalmente “Seguimi!”. E con ciascuno Dio è stato davvero originale.

La storia di Dio con noi ci rende delle persone “graziate” perché gratuitamente siamo stati chiamati ad essere Suoi per la salvezza dei fratelli. E noi, affascinati dalla Sua persona, lo vogliamo riconoscere sempre più come Maestro e Signore della nostra fragile vita e aiutare tutti coloro che incontriamo a viverlo come perla preziosa, la sola per cui vale la pena vendere tutto e andare. È Lui la ragione del nostro “Eccomi”.

Dal giorno della nostra Ordinazione, pochi mesi fa o pochi o tanti anni fa, il nostro Sì ha cambiato l’esistenza. San Paolo VI parlava della sua ordinazione sacerdotale come della “fondamentale trasformazione della mia vita”.

È una trasformazione che dura tutta una esistenza perché addita una espropriazione del proprio io da cui tutti quanti facciamo fatica a liberarci, perché dimori in noi la presenza e la potenza del Cristo Risorto, Alfa e Omega della vita e della storia.

È la stessa dinamica di grazia che portò l’Apostolo delle genti a dire: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”, e ancora: “Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2, 20).

Cambiano i luoghi, i servizi, le persone, i tempi, le stagioni della vita, ma non muta il dono, che è da ravvivare, da non barattare o svendere con nessun piatto di lenticchie. Anzi ci deve vedere “gelosi custodi” di questo Tesoro.

Questo dono di grazia deve portare anzitutto noi confratelli ad una più grande e sincera stima reciproca, perché di ciascuno Dio è geloso ed è Lui l’autore non solo della nostra personale vocazione ma anche della nostra comune con-vocazione.

Sì, miei cari, sentirci eletti e custoditi dal Signore chiama noi presbiteri ad aver cura l’uno dell’altro, ad amarci nel Signore. Di questa cura il Signore chiederà conto anzitutto a me vostro Vescovo ma anche a ciascuno di noi.

Concludo.

Non sono tempi facili quelli nei quali viviamo. Nemmeno per noi ministri del Signore.

Mi conforta spesso ricordare quel che nei cosiddetti anni di piombo, – un mese prima di essere rapito e assassinato – Aldo Moro sosteneva dinanzi a quanti pensavano: “Saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani”. Tutti accetteremmo di farlo – egli rispondeva – ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità.

Allora miei cari tutti, mentre affidiamo al Signore il nostro desiderio di rinnovare in Lui la nostra personale e comunitaria storia di amore, non perdiamo fiducia e coraggio.

Tessiamo insieme questa tela meravigliosa sapendo che, in questo tempo da vivere con responsabilità, è il Vangelo stesso di Gesù a infonderci la certezza che anche nei chiaroscuri del presente ancora oggi lo Spirito Santo guida, regge e vivifica la Chiesa. Lo Spirito orienta la storia, lo Spirito ci va vivere in quella unzione che ci spinge ad essere annunciatori felici di un Vangelo al quale abbiamo legato per sempre il cuore.

Il Signore rinnovi questa gioia evangelica.

È questa la mia preghiera per tutti e per ciascuno.