L’annuncio è una missione senza limiti

Si è chiuso con un invito a non smarrire «i confini sconfinati della missione», il terzo e ultimo giorno dell’Assemblea unitaria diocesana. Confini – ha ricordato il vescovo Vito salutando quanti si sono ritrovati nel Centro pastorale di Contigliano – che non sono solo geografici, ma pure umani. Si è colto dunque un senso particolare di quel “Largheggia” che a partire dalla Lettera pastorale del vescovo ha animato i lavori. Perché se il compito primario e ineliminabile della Chiesa di tutti i tempi è portare Gesù, sono lontane tutte quelle situazioni in cui il Vangelo non è stato annunciato, dove non si è ancora fatta presente quella «visione altra che ha nel Vangelo la sua origine», che dal Vangelo trae forza e coraggio.

Missione fondamentale innanzitutto per il credente, perché è nel colmare quella distanza che il Vangelo viene davvero compreso. «Il Vangelo di Gesù – ha spiegato con Vito – si capisce di più e meglio a contatto coi poveri. Lì di più capisci quanto la forza della Parola è capace di scendere con te anche negli inferi e di salvare non solo te».

Non a caso, dunque, dopo le riflessioni di mons. Felice Accrocca e suor Mary Melone, l’offerta dell’Assemblea diocesana si è chiusa con una relazione-testimonianza da una terra non solo lontana, ma tra le più provate e impoverite. A rivolgersi all’Assemblea è stato padre Christian Carlassare, missionario comboniano che in Sud Sudan è vescovo di Bentiu, al quale è stato affidato il tema di un annuncio da portare “Sino agli estremi confini della terra”.

Un tema “costitutivo”, ha spiegato in apertura, perché “La Chiesa non esiste per conservare sé stessa, ma perché ha ricevuto una vita da condividere: la vita stessa di Cristo”. Ne consegue una riflessione radicale sulla conversione missionaria che il mondo ecclesiale è chiamato a vivere.

Perché la conversione missionaria non consiste nell’aggiungere “qualche attività missionaria a ciò che già facciamo”, ma nel “cambiare il modo stesso di essere Chiesa”. Riprendendo l’esortazione apostolica Dilexit nos, il missionario comboniano ha invitato a recuperare il significato del cuore in un’epoca di superficialità, diventando capaci di scegliere “ciò che veramente conta”. E non si tratta di fare qualcosa per gli altri, ma di imparare a vivere con gli altri. In questo senso torna utile l’esperienza in Africa, con l’idea della Chiesa come comunità di comunità.

Padre Carlassare ha illustrato il modello delle Small Christian Communities, sviluppato soprattutto in Africa orientale e basato sull’idea di una “comunione di comunità” interconnesse: famiglia, piccola comunità, cappella, parrocchia e diocesi, non vissuti come livelli burocratici separati, ma come realtà integrate. Una forma di vita ecclesiale sostenuta dai vescovi dell’Africa orientale che ha tra le sue intuizioni fondamentali la valorizzare del ruolo dei laici. Con l’esito di avere comunità locali che divengono il luogo in cui “i battezzati diventano soggetti della missione”.

Particolare attenzione è stata dedicata all’esperienza del Lumko Pastoral Institute in Sudafrica, che dal 1978 sviluppa metodi di Bible Sharing. Il metodo dei Seven Steps guida le comunità in un percorso fatto di incontro, ascolto del Vangelo, condivisione, discernimento su ciò che la Parola chiede nella vita concreta, azione e ritorno alla comunità per la valutazione. “La Scrittura illumina la vita e la vita illumina la Scrittura. È un movimento circolare e fecondo”.

Esempi concreti mostrano come da questa visione provengano conseguenze pratiche interessanti: “La Chiesa non è più soltanto l’edificio nel quale ci si reca la domenica. La Chiesa entra nel quartiere. Entra nelle case, nelle relazioni, nelle situazioni di malattia, povertà, solitudine e conflitto”. Si passa da “una pastorale che fa qualcosa per le persone, a una pastorale che cammina con le persone”.

La domanda è se prassi nate per esigenze e in luoghi lontani possano trovare spazio anche nella realtà ecclesiale locale. “Viviamo – ha osservato il missionario – in un territorio che probabilmente si spopola perché le giovani generazioni si spostano verso le città, ma anche si popola di altre comunità che arrivano”. Occorre dunque chiedersi se è una possibile riconversione missionaria concreta che veda la parrocchia diventare comunità di comunità, dove la Parola viene realmente condivisa, nella quale i laici sono soggetti della missione.

“Sino agli estremi confini della terra” non significa solo andare geograficamente lontano, ha ricordato padre Carlassare riprendendo lo spunto iniziale del vescovo Vito. “Gli estremi confini sono anche qui. Là dove una persona si sente esclusa. Dove un giovane non trova più senso. Dove un anziano è solo. Lì è il confine. E lì è la missione”.