Una parabola.
Due figli e due diversi modi di vivere per rispondere.
Il primo figlio rappresenta i non-rappresentati, gli abusivi della vita, delle religioni, della storia.
Quelli su cui nessuno scommetterebbe un centesimo. Per Dio invece rappresentano la scommessa vincente. L’uomo è la scommessa più alta di Dio, ogni uomo ma soprattutto quelli che non sono favoriti da niente e nessuno.
Per ognuno di loro, di noi, si è giocato il meglio che aveva su una croce.
Maledetto tra i maledetti, per renderci benedetti.
Questa ampia fetta di umanità è visitata da Dio e fatta propria, Sua. Sono tutti quelli dei tempi supplementari, quelli che giungono sempre dopo.
Loro qui sono il primo figlio. Già mi immagino lo sbiancarsi dei “primi della classe” (questa volta personificati nel secondo figlio).
Sentire che loro sono “il secondo figlio” non li avrà resi molto felici.
Ma Dio usa questi registri. Caino e Abele. Il padre coi due figli. E tante altre volte l’attenzione è sul secondo, meglio, sull’ultimo.
Questo secondo figlio è tutto “casa e chiesa”.
Al padre che lo invita a lavorare affida un freddo e corretto “sì signore” (formalità garantita…).
Ma poi fa tutt’altro.
Il secondo figlio rappresenta tutti coloro che alla fin dei conti giungono a fare anche a meno di Dio (in nome di Dio eh!?). Loro sono rimasti impassibili dinanzi alla visita di Dio. Non si sono neppure mossi.
Come delle mummie.
E ora si vedono sorpassati dagli abusivi.
Questa è la verità. Quella di Dio.
Riflettendo: non sono i due figli il centro, né la vigna.
L’ interesse è per il frutto di quella vigna che deve essere offerto a tutta l’umanità senza esclusione di sorta.
Il modello resta il Figlio unigenito che con la sua vita, sull’albero della Croce, col suo sì ha realizzato la salvezza per tutti.
Questo Dio mi interessa. E molto!
Buona domenica a tutti!
+ don Vito

