Traccia pastorale per l’anno 2025-26
Bollettino 2025
Cari Fratelli e Sorelle,
Cari Presbiteri e Diaconi,
Care Laiche e cari Laici,
Cari Consacrati e Consacrate,
la gioia del Signore è la nostra forza!
Di Giubileo in Giubileo. Il Giubileo della Cattedrale
Il cuore è colmo di gratitudine per il ricordo del compianto papa Francesco, per il suo magistero, per i suoi gesti profetici con i quali ha testimoniato la freschezza del Vangelo e, con la spinta a innovare, ha aperto dentro e oltre la comunità ecclesiale varchi di speranza che restano di sprone per la missione della Chiesa tutta. Dalla bontà di Dio abbiamo ricevuto il dono di un nuovo papa nella persona di Leone XIV che, sin da subito, nel richiamo all’unità e alla pace ha delineato con sapienza le coordinate fondamentali entro cui camminare responsabilmente guardando al futuro, lontani da possibili polarizzazioni a tutti i livelli.
Dio non è avaro con noi, anzi largheggia, sempre e soprattutto con i poveri. Beati noi se confidando con cuore umile e sereno nelle sue vie e, lasciandoci guidare dal comandamento nuovo della carità, ci lasceremo aprire gli occhi specie nell’ora triste che stiamo vivendo a livello internazionale per le preoccupanti e inumane situazioni che colpiscono Gaza e tutta la Terra Santa, l’Ucraina, il Congo, il Sud Sudan e tante altre situazioni con guerre “dimenticate” perché sofferte, come sempre, dai più poveri dei poveri. Questa situazione soffoca i passi quotidiani e certamente lascerà tracce specie sui più giovani.
Nel corso del Giubileo della Speranza abbiamo avviato nella Chiesa di Rieti il Giubileo per l’ottavo centenario della Cattedrale di Santa Maria lo scorso 8 settembre e la celebrazione presieduta il giorno seguente dal Cardinale Segretario di Stato S. Em.za Pietro Parolin, eventi che ci hanno immesso in un tempo ecclesiale di grazia da vivere con spessore e letizia, certi che Dio in ogni tempo dona energie nuove alla sua Chiesa e lungo il suo cammino mirabilmente la guida e la protegge (cf. Prefazio delle Domeniche del T.O. IX). Il Giubileo della nostra Chiesa Madre, con la ricchezza che ci viene riconsegnata sarà lo stimolo a sentirci sempre più parte di una storia di salvezza, ricordando che la Chiesa è di Dio.
Lasciamoci sopraffare da quel sentimento di fiducia che sembra mancare nelle nostre case e non poche volte anche nelle nostre comunità. Spesso come a Cana le nostre anfore sono vuote, perciò con la sollecitudine materna di Maria, la Madre, rendiamoci disponibili anche noi all’inedito di Dio perché, come ha fatto da Abramo in poi, non manchi di sorprenderci con la Sua tenerezza e la Sua misericordia.
1. Cristiani dalla Parola, guidati dallo Spirito, accompagnati dalla Madre.
Sin dalla vigilia dell’ottavo centenario, nella preghiera del vespro ho voluto consegnare alcune indicazioni per camminare, come pellegrini, in spirito ecclesiale.
È nella Parola che possiamo mettere radici, poiché da essa siamo salvati e guidati alla fede. È dalla Parola che vorrei attingessimo ogni criterio di riflessione e di azione, sia nella vita personale che in quella comunitaria, ben sapendo che se non è il Signore a costruire la casa invano vi faticano i costruttori e che ogni fatica è vana senza di Lui (cf. Sal 127). Abbiamo bisogno di lasciarci guidare dallo Spirito del Risorto per vivere coerentemente il nostro Battesimo e impegnarci onestamente per l’edificazione della città di Dio e, contemporaneamente, per quella degli uomini. Senza la sinergia dello Spirito al massimo potremo mettere su una comitiva, una nicchia, una cordata! Ma noi siamo chiamati ad essere e fare Chiesa, fedeli al Signore e al Suo vangelo, bisognosi della Madre, prima casa di Dio e modello della Chiesa, che nella nostra cattedrale è invocata come Madonna del Popolo. I Padri della Chiesa, Ambrogio in primis, contemplavano in lei il mysterium lunae, poiché come la luna, così Maria e la Chiesa non splendono di luce propria ma riflessa. Luminosamente J. Ratzinger a tal proposito scriveva: “La luna rispecchia la Chiesa, che illumina pur essendo essa stessa buio; non è luminosa in virtù della propria luce, ma riceve quella del vero sole, Gesù Cristo, cosicché – sebbene essa stessa sia solo terra (anche la luna non è che un’altra terra) – è tuttavia in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio – la luna narra il mistero di Cristo”. Mentre contempliamo Lei Assunta in Cielo sentiamo che non disdegna di chinarsi ancora oggi sulle nostre vite, sulle nostre necessità e, in questa vicinanza, ci offre il segreto stesso della vita: “Qualunque cosa vi dica, fatela”.
L’icona biblica che ci accompagnerà in questo anno è rappresentata dalle Nozze di Cana di Galilea (Gv 2,1-11):
2 1 Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 4E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. 5Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”.11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Dinanzi a tale inizio, a questa epifania di Dio, sentiamoci con-vocati anche noi. Il Vangelo da noi attenzionato, ricco di segni e simboli, comincia con l’espressione In principio come il libro della Genesi, e pone l’episodio delle nozze al sesto giorno, come la creazione dell’uomo. Siamo dinanzi ad una nuova creazione che vede nell’incontro tra l’uomo e la donna, e quindi nella realtà del matrimonio, il progetto di Dio per una vita feconda, piena e felice. Possiamo affermare che quanti entrano nel mistero di Cana entrano nelle nozze messianiche.
A Cana la Madre è presente, partecipa, sta, e come farà il Figlio fin sul Calvario: anche Maria ci ama sino alla fine!
Sin da subito mi è sembrato di rintracciare in questa pagina evangelica la planimetria generale di quella Chiesa in uscita di cui ci ha parlato nel documento programmatico del suo pontificato Papa Francesco, che con i suoi cinque verbi (prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare) esortava al necessario e irrimandabile compito di annunzio evangelico congiunto alla postura di fondo che la comunità cristiana deve far propria (cf. EG 24). Maria incarna quelle coordinate e affida a noi il compito di prolungare nel tempo e nella storia, con dinamicità, la ricchezza sottesa. Cana è il primo dei segni compiuti da Gesù, un segno che resta paradigmatico anche per la nostra identità e missione ecclesiale.
Mentre attraversiamo il testo che spalanca ulteriori approfondimenti, vorrei che tutti ci sentissimo contemporaneamente invitati a sedere al banchetto ma pure invitanti: chi non vive e non rinnova la memoria riconoscente dell’essere stato invitato gratuitamente difficilmente potrà farla sperimentare ad altri.
Magari, potrà essere l’occasione per ringraziare Dio per la personale storia di fede, per le persone che ci ha messo accanto e ci hanno aiutato a scoprire nella fede il caso serio della vita. Come pure, chissà quante volte abbiamo sperimentato la bontà del Signore, il Suo slancio e vigore ai nostri giorni e alle nostre notti, il Suo gusto capace di insaporire la nostra esistenza troppe volte esposta all’insignificanza e alla banalità. Come nei banchetti di nozze o nei momenti più lieti può accadere che venga a mancare, ad un tratto, il vino della gioia e della festa. Quante volte l’abbiamo sperimentato pure noi: una delusione, gli anni che avanzano, la fine di un amore, lo spezzarsi di un legame, la perdita di una persona cara, il fallimento di un sogno…
C’è un “frattempo” in cui viene a mancare il vino, ma c’è anche Gesù a quel banchetto, ed è questo per la Madre e per noi il motivo per non disperare, per aprire un varco di speranza, per riscattarsi dalla cronaca e dal ripiegamento.
La Madre compie tre gesti esemplari per noi e lungimiranti per il nostro cammino pastorale:
1. Si accorge, si immedesima, si fa attenta. È la prima a farlo. Maestra saggia e sapiente si accorge per prima perché ama di più. È attenta, come il suo e nostro Signore, alla vera felicità di quel banchetto, di quegli sposi, della Chiesa, dell’umanità tutta, nessuno escluso poiché il “primo miracolo è accorgersi che l’altro esiste” (S. Weil).
Maria ci insegna a stare al banchetto della vita, anche nelle crisi, con sguardo lucido e amorevole. Chiara non è solo la diagnosi ma pure la cura che offrirà, e questo con la consapevolezza che la sorte dell’altro mi riguarda sempre.
2. Intercede. Va da Gesù, a Lui porta la preoccupazione per quella situazione e nonostante riceva una risposta che le resta enigmatica, come molte altre, continua a sperare e ad affidare al Figlio, vero Sposo della Chiesa e dell’umanità, ciò che umanamente sembra insperabile. Maria ci insegna a porre con fiducia la nostra esistenza, con tutte le sue domande e contraddizioni, davanti al Signore della vita e della storia, come stando sulla breccia, come Abramo, dinanzi al Mistero. Così, dinanzi a Lui maturano fiducia e speranza.
3. “Organizza la Speranza” (T. Bello). Dinamicamente fiduciosa va dai servi e senza remore affida loro il segreto di una diaconia che nella Chiesa non dovrà venir meno fino alla fine dei secoli: “Qualunque cosa vi dica, fatela” (v. 5). Sono le sue ultime parole, che hanno valore di testamento anche per noi. A patto di ascoltarle e di praticarle!
Gesù invita i servi a riempire d’acqua le giare (v. 7) ormai vuote e insignificanti. La Legge antica, con i suoi sacrifici e precetti, non riesce più a dar gioia. Non basta lamentarsi per ciò che manca, occorre coinvolgersi perché al banchetto della vita nessuno resti a secco e possa assaggiare il vino migliore. Ma occorre il vino non l’acqua. Sembra che Gesù chieda una fatica inutile e, in effetti, riempire con 600 litri di acqua quelle giare sembrerebbe tempo sprecato. Quante volte, in tante situazioni della vita, ci sembra così, anche nella vita della Chiesa. E poi, solo dopo un atto di fiducia, ostinatamente contrario alla cronaca imperante, ci si accorge che la responsabilità e la fedeltà maturata ripaga oltre ogni amarezza e delusione.
Fino all’orlo ne riempirono, fidandosi oltre ogni rassegnazione e chiusura, oltre ogni autoreferenzialità, oltre ogni previsione. È rintracciato qui il cammino del popolo eletto nell’assemblea al Sinai (cf. Es. 19,8; 24,3.7).
Quell’acqua è la personale e collettiva quota di responsabilità. Quanti “miracoli” non accadono perché facciamo mancare questa nostra adesione! Ma fidandoci e solo fidandoci ecco il vino migliore, che sopravanza per tutti. Il vino bello qui è anticipo del Sangue della nuova Alleanza, come un grappolo d’uva spremuto nel torchio della Croce: lì l’ora sarà giunta.
Persino il maestro di tavola, quasi imbarazzato, non solo non si era accorto della mancanza del vino ma non riesce a spiegarsi da dove provenga ora il vino bello e buono, conservato fino all’ultimo. È una grazia che dobbiamo chiedere tutti quanti al Signore, soprattutto quanti abbiamo un compito di responsabilità, per carisma e ministero, nella vita della Chiesa: certo noi dobbiamo fare la nostra parte al meglio ma lo Sposo ama la Chiesa più di noi e la conduce anche nonostante le nostre miserie. Quando anche avessimo pianificato tutto al meglio, la fede in Gesù resta essenzialmente grazia imprevedibile che viene a far nuova ogni cosa, oltre le nostre piccole vedute.
La Madre, infine, sembra sparita. Come chi ama, come chi gode per il bene dei figli: le basta che siano felici, non reclama i diritti d’autore. Silenziosamente va. Immagine bellissima della Chiesa: la Madre desidera farci innamorare del Figlio con legame sponsale. Qui è tutta la sua gioia, non cerca altro. Rimarrà dietro le quinte sicuramente a sostenere l’opera del Figlio e dei suoi discepoli, a sostenere la comunità. La ritroveremo, in piedi, sotto la Croce quando a mancare sarà addirittura il Figlio stesso! Sarà l’ora dell’amore supremo, le nozze compiute con l’umanità, l’ora per cui il Figlio è venuto per dare lo Spirito che riversa su tutti, senza misura, la pace, il perdono e la tenerezza di Dio Padre. È il cammino verso il terzo giorno, qui prefigurato, da cui tutto prende luce e consistenza, a dispetto del diradarsi della luce e della vita stessa.
Il vero miracolo a Cana non è tanto il vino che riprende a scorrere tra la meraviglia di tutti, quanto la fiducia, la fede che si fa spazio “nel frattempo”.
Potrà essere proprio il Vangelo di Giovanni, il vangelo del discepolo amato, ad accompagnarci in quest’anno pastorale, magari approfondendo tutti i 7 i segni che Gesù compie: dopo le nozze di Cana (2,1-13), la guarigione del figlio del funzionario (4,43-54), la guarigione del paralitico (5,1-9), la moltiplicazione dei pani (6,1-15), Gesù che cammina sulle acque (6,12-21), la guarigione del cieco nato (9,1-41) e la risurrezione di Lazzaro (11,17-44). Si tratta di un cammino di fede che si apre e può essere proposto nelle catechesi soprattutto agli adulti e ai giovani. Abbiamo bisogno di accogliere l’invito della Madre all’ascolto di Gesù, della sua Parola di vita eterna per divenire suoi discepoli. Non facciamo mai mancare nelle nostre comunità la Parola di Gesù, magari mettendo un po’ a tacere le nostre. Dobbiamo riprenderci il gusto e il desiderio di “rimanere con la Parola”, a patto di riscoprire il silenzio come vertice dell’ascolto. Nessun apostolato può esimerci dal rimetterci sempre nuovamente dietro a Gesù, in una sequela sempre più adulta e con tratti più chiaramente comunitari. Già a Cana è prospettata una esperienza tutt’altro che elitaria o solitaria. C’è una relazione comunitaria con Gesù che si presenta sin dall’inizio come fondamentale ed essenziale: i discepoli sono “con lui fin dall’inizio” e proprio per questo, guidati dal Paraclito, potranno essere testimoni (cf. 15,27).
I primi discepoli avevano chiesto al Rabbì di Nazareth, al Dio che nessuno ha mai visto: “Dove abiti?” (Gv. 1,38) ed ecco la risposta: non nel tempio che egli è venuto a purificare (è il brano che segue al nostro) ma “ad una festa di nozze. Dio abita una festa, per di più aggiungendovi vino. È una presentazione scandalosa che in genere ci sfugge” (S. Fausti).
2. Da Cana una maternità che interpella. Come Chiesa e come società. Famiglie e adulti al centro.
Abbiamo bisogno di un cuore di madre per essere una Chiesa Madre che sa chinarsi sulle speranze, sulle fatiche e sulle stanchezze dei suoi figli, su ciascuno, attenti e intenti alla gioia vera, quella del Vangelo, senza disdegnare le piccole gioie che il buon Dio dissemina nel cammino della vita. Sin d’ora, particolarmente alle famiglie, agli adulti tutti, chiedo di essere più responsabilmente e gioiosamente presenti nella vita della Chiesa, consapevoli della personale vocazione, per aiutare tutta la Chiesa a stare nella storia, al banchetto della vita, perché non manchi la gioia anche in questo tempo drammatico e triste.
Occorre ripartire dagli adulti e dalle famiglie, proponendo un cammino di fede continuativo. Ogni parrocchia continui dove c’è e inizi dove manca un percorso di fede da proporre loro. Anche due volte al mese, negli orari e nei giorni che saranno più consoni alla vita della nostra gente. Il Vangelo non è sorpassato, la sete di Dio ha bisogno di pozzi d’acqua dove poter sostare e gustare, mettendo a contatto la vita concreta delle persone con il Vino nuovo del Vangelo. Lo scorso 17 giugno papa Leone XIV incontrando tutti i vescovi italiani per la prima volta, come prima attenzione pastorale ha richiamato la necessità di “uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma, come il primo grande impegno che motiva tutti gli altri: portare Cristo “nelle vene” dell’umanità (cfr Cost. ap. Humanae salutis, 3), rinnovando e condividendo la missione apostolica «Ciò che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,3). Siamo chiamati a discernere i modi per fare giungere a tutti la Buona Notizia, con azioni pastorali capaci di intercettare chi è più lontano e con strumenti idonei al rinnovamento della catechesi e dei linguaggi dell’annuncio”.
Illuminati da questa preziosa indicazione, chiedo a tutta la comunità diocesana, attraverso un lavoro più organico, meno frammentato e sostenuto dagli uffici di curia, di camminare in questa direzione, cogliendo l’urgenza dell’ora presente. Riprendiamo sul serio il compito dell’evangelizzazione, senza accontentarci di annotare con stanchezza e apatia un cristianesimo che sembra esserci ormai alle spalle. Senza evangelizzazione e senza evangelizzatori appassionati (clero e laici) il vangelo non potrà arrivare qui, oggi. Coraggio!
È chiesto pure a noi di recuperare e di crescere in questa attitudine materna, ed è per questo che chiedo alle famiglie di uscire dal proprio guscio per mettersi in gioco e far maturare nelle comunità questa attitudine. Senza questa primaria e fondamentale attenzione, anche ogni investimento sui ragazzi non avrà futuro.
Le famiglie non siano solo “oggetto” di evangelizzazione, ma siano sostenute a divenire “soggetto” di evangelizzazione e di prossimità nel vissuto comunitario, tenendo conto del loro tempo, del loro lavoro, della cura famigliare a cui anzitutto sono chiamati.
La Chiesa è famiglia solo nella complementarietà e corresponsabilità di presenza e servizio tra presbiteri, diaconi, laici e religiosi/e, per diventare sempre più casa di tutti.
Proprio dalla famiglia possiamo imparare la dedizione, la gratuità, il perdono, gli atteggiamenti di cura e di tenerezza. Eppure la famiglia ha bisogno di essere accompagnata, incoraggiata, sostenuta sin dal suo sorgere. È per questo che come comunità diocesana vogliamo farci più attenti non solo all’accompagnamento delle coppie alla celebrazione del Sacramento del Matrimonio, ma anche prendendocene cura specie nei primi anni, ben sapendo che i venti contrari sono molti e non aiutano.
Allo stesso tempo con una attenzione particolare sentiamo di camminare accanto, di accompagnare e di prenderci cura delle diverse forme di fragilità presenti nelle famiglie, senza mai perdere la fiducia del bene possibile che, partendo da situazioni di fragilità o “irregolarità” (persone divorziate e risposate civilmente o conviventi), ridona ad ogni persona segnata da un amore ferito la fiducia e la speranza (cf. AL 291), così da incarnare il lieto annuncio del Vangelo nella propria situazione concreta. Oggi, in mezzo alle grandi trasformazioni sociali, costellate dalla crisi di valori etici e morali, gli atteggiamenti evangelici richiamati nell’icona biblica rendano fattibili quel processo di accoglienza, discernimento e integrazione capace di saper trasfigurare, alla luce del Risorto, la particolare situazione in una ricerca sincera della volontà di Dio e così giungere ad una risposta più perfetta ad essa. Tale risposta, però, deve evitare di assecondare desideri soggettivi a discapito del bene comune e della verità (cf. AL 300, 305). Non si tratta di “accontentare” ma di vivere appieno l’estensione della cura che la Chiesa madre e maestra, prossima e samaritana non può non vivere. Un’attenzione particolare si abbia anche per i ragazzi dell’iniziazione cristiana particolarmente segnati dalla ferita della divisione nel proprio nucleo famigliare.
Spesso le famiglie della comunità non si conoscono tra loro. Si potrebbe prevedere una domenica al mese, ogni due mesi o all’inizio di ciascun tempo liturgico, che la celebrazione eucaristica si prolunghi con il tempo dello stare insieme, condividendo con semplicità il pranzo e momenti di fraternità, invitando anche persone che spesso restano sole o ai margini della comunità. Sarà un bell’esempio anche per i bimbi e i ragazzi costretti spesso a vivere in una società che non sa più gioire della grazia dell’incontrarsi ma tende a rinchiudersi, senza collegare le generazioni, dalle più piccole alle più adulte. Magari in città questi momenti eviteranno di far crescere l’anonimato, nei paesi l’invito a scoprire o ri-scoprire la fede cristiana aiuterà a superare antichi rancori e dissapori tra famiglie o territori vicini. Esorto i confratelli parroci a investire di più sugli Oratori perchè possano diventare spazio e tempo di incontro, favorendo l’impegno dei genitori specialmente accanto ai ragazzi e ai giovani. Anche per gli adolescenti delle scuole superiori e per gli universitari proveremo a far nascere alcune piccole esperienze di vicinanza e di accoglienza.
Nell’esortazione post-sinodale Christus Vivit papa Francesco rivolgendosi a tutto il popolo di Dio e particolarmente ai giovani, invitava a considerare le diverse forme di emarginazione ed esclusione sociale che patiscono in modi diversi soprattutto i giovani (cf. n. 74) e concludeva: “Non possiamo essere una Chiesa che non piange di fronte a questi drammi dei suoi figli giovani. Non dobbiamo mai farci l’abitudine, perché chi non sa piangere non è madre. Noi vogliamo piangere perché anche la società sia più madre, perché invece di uccidere impari a partorire, perché sia promessa di vita” (n. 75). Che meraviglia! Dobbiamo essere Chiesa madre per aiutare tutta la società ad essere più madre: madre solidale e sollecita.
Aiutateci voi famiglie a farlo, facciamolo insieme, coraggio! Rinnoviamo, in maniera più convinta e filiale, la scelta di non rimanere alla finestra o seduti. Viviamo la familiarità di Dio avendo come esempio e capofila la Madre. Non mancherà oggi come a Cana di svelarci il segreto della vita anche quando le tenebre sembreranno inghiottire il sole. E saremo anche noi – lo speriamo e desideriamo ardentemente – testimoni e ministri della gioia del Vangelo… fino all’orlo.
A proposito di maternità mi tornano alla mente le parole di una persona a me molto cara, Renato Brucoli, laico, uomo di Dio e amico dei poveri scomparso non molto tempo fa:
“Ho riflettuto a lungo: non sarà la bellezza a salvare il mondo. Sarà la “maternità” a liberarlo: la capacità di portare in braccio la fragilità con gioia, con pazienza, con amore; l’abbraccio e la premura che fascia di tenerezza un figlio proprio o non proprio; il gesto di accoglienza che vedo ritratto sempre più spesso all’arrivo dei migranti, laddove ci sono bambini. La maternità non è soltanto delle donne nei confronti della propria prole. Madre Teresa di Calcutta l’ha manifestata in modo luminoso e meraviglioso! La maternità è una dimensione tipicamente “femminile” ma non è donna soltanto. L’ho letta nelle coppie che accolgono, all’interno di famiglie già costituite, i bambini o i ragazzi provenienti da altri contesti geografici e culturali. Per sperimentarla, occorre issare l’altro, che i volti si sfiorino, che i cuori battano forte e all’unisono: di sentimenti umani, umanissimi. Nell’indifferenza odierna, sarà la maternità a salvare il mondo. O la bellezza, se la si riconosce come espressione della maternità. O Cristo, se lo si considera nell’abbraccio della croce. O Dio, se si conviene che sia anche “madre”.
Complementariamente alle famiglie, la vita religiosa con le consacrate e i consacrati presenti in mezzo a noi sono dono prezioso e anche sprone perché possono aiutare ogni persona che incontrano, sia nell’intercessione che nella vita attiva, a leggere la propria esistenza come una festa di nozze. Assumendo la logica della gratuità siano sempre più sguardo profetico pur dentro le situazioni di mancanza, certi che il Signore non lascerà mancare nulla perché la gioia sia piena.
3. La Domenica e i ritmi gioiosi della comunità.
Come già ricordato “festeggiare” è uno dei cinque verbi della Chiesa in uscita descritta in Evangelii Gaudium. Una comunità che ha incontrato il Risorto e sa di non essere “abbandonata” ma “sposata”, proprietà del Signore, “suo compiacimento” (cf. Is. 62,1-5), non può essere una comunità musona, incapace di dare eco alla gioia con cui Dio gioisce per essa. Non può nascondere la gioia di una relazione che la mantiene viva, giovane, attraente, riflettendo la bellezza del suo Sposo.
È dal suo costato squarciato che Cristo ha generato la sua Chiesa così come Eva era stata formata dal fianco di Adam, evento che riletto con gli occhi di Cana delinea Maria come la “nuova Eva” che, attraverso la sua maternità porta la salvezza all’umanità, accolta quest’ultima dalla Madre ai piedi della Croce e prefigurata in Giovanni. La Croce è evento generativo di salvezza, e nelle parole di Edith Stein: “il mondo è in fiamme, solleva la testa alla croce”, comprendiamo così come la croce di Gesù rimane simbolo d’amore per eccellenza e segno eloquente di speranza.
Se al peccato appartiene tutto ciò che è vecchio e che puzza di morte, alla risurrezione di Gesù appartiene tutto ciò che è nuovo e tutto ciò che profuma di vita, vino nuovo appunto. E poiché “se l’acqua è prosa il vino è poesia”, e “se l’acqua è camminare il vino è danzare” (L. A. Schokel) davvero abbiamo bisogno di non rimanere incantati o rattristati dinanzi alle anfore vuote e favorire la trasformazione con tanta pazienza e carità ma anche con indomabile audacia e determinazione. I frutti poi verranno.
Il momento centrale della comunità sia sempre la Pasqua settimanale, la Domenica. L’anno liturgico accompagni tutta la comunità come fondamentale itinerario di fede, di domenica in domenica, per entrare sempre più nel Mistero di Dio perché la nostra vita, innestata in Cristo col Battesimo, cresca sempre più in carità vicendevole e aspiri alla santità, fino alla venuta finale del Signore quando questa gioia diventerà piena. È per questo che non possiamo accontentarci di una pratica religiosa approssimativa. Talvolta dovremmo guardare con rossore fratelli e sorelle di altre fedi che con molta più convinzione vivono la pratica della loro fede e iniziano a questa i loro figli. Forse che noi ci vergogniamo del Vangelo? Non sia mai! Forse non lo apprezziamo abbastanza. È il tempo opportuno per ricominciare con convinzione.
Mentre scrivo queste semplici righe, mi raggiunge la bella notizia che quattro giovani hanno chiesto di iniziare il loro cammino per ricevere il battesimo. Chissà, magari ce ne sono altri nei nostri territori che dinanzi a comunità più vive si avvicinerebbero volentieri. Lo ripeto, al banchetto siamo tutti invitati e invitanti. Non occupanti!
Rinnovo l’invito perché soprattutto la liturgia domenicale sia un’esperienza di comunità, sia celebrata con dignità, senza formalismi ma anche senza sciatteria. Sia proclamata degnamente la Parola di Dio, i canti siano adatti, sia osservato il silenzio, soprattutto dopo la comunione oltre che dopo l’omelia. Si invitino i ragazzi e le ragazze, i giovani dove ci sono, a servire all’altare. Se possibile ci sia qualcuno ad accogliere le persone quando arrivano in chiesa, per avvertire di stare dentro uno spazio e un tempo speciali, che profumi di festa e di accoglienza, come prefigurazione del banchetto eterno. Beati noi, siamo invitati gratuitamente! Pur comprendendo la difficoltà di spostarsi, soprattutto nei paesi, si eviti il moltiplicarsi e dunque il frammentarsi delle celebrazioni e si favorisca maggiormente la possibilità di celebrazioni festive dove alcune comunità si ritrovano insieme per celebrare il Mistero della Pasqua di Gesù. Sarà un aiuto anche per i sacerdoti nei paesi a evitare di fare corse esagerate da una parte all’altra senza la possibilità di dedicare ulteriore tempo anche oltre la celebrazione, per stare con i fedeli.
Proprio perché legate alla Pasqua di Gesù, raccomando che non solo la domenica ma pure le feste – legate sia alle tappe sacramentali, sia alla Madonna e ai Santi – siano vissute con sobria bellezza e con dignità. Si valorizzino gesti di concreta carità, di aiuto verso situazioni precarie, considerando le particolari emergenze legate alle solitudini, come spesso richiamato in questi anni. Sarà approntato dalla diocesi un vademecum a tale riguardo, con lo scopo di consigliare e favorire al meglio la cura di alcuni aspetti senza trascurare le responsabilità da tenere in conto.
Raccomando che le comunità parrocchiali nel programma delle feste prevedano sempre un momento di riflessione, anche interfacciandosi con gli uffici di curia. Il tempo estivo nei nostri paesi è un “tempo missionario” su cui investire molto di più.
4. Ministri di una Grazia abbondante. Sinodo e ministerialità.
A fronte di un rinnovato impegno che ci riguarda tutti, dobbiamo fidarci dei sogni di Dio ma anche dei suoi segni. Saggezza di cuore è mantenere insieme sogni e segni per evitare ogni appiattimento. Cana è una icona sinodale. Come quei servi/diaconi siamo chiamati a stare dinanzi alla parola di Gesù che la Madre ci ha chiesto di ascoltare con una disponibilità illimitata, vivendo il nostro essere credenti non solo all’interno della comunità ecclesiale ma anche dentro responsabilità civili e sociali richieste. Buoni cristiani e onesti cittadini non è uno slogan di altri tempi. La nostra icona biblica non è una collezione di yes man. Ciascuno con la sua parte ma armonicamente insieme si dispongono all’accadere del miracolo. Non si tratta, ieri come oggi, della gestione di un potere quanto della possibilità di un servizio che ci invita non a improvvisarci come semplici volontari o pretendenti, ma come dei credenti che leggono e ri-leggono la propria vita in termini vocazionali riscoprendosi con-vocati. Gesù, Maria, i servi, noi… Ciascuno, a proprio modo, realizza e favorisce l’accadere di qualcosa di grande. Senza personalismi, senza presenzialismi. Senza la pretesa di sentirsi immancabili ma, volendo essere una Chiesa umile, con la carità di servire il Vangelo, fino all’orlo.
Pertanto, dalla vita sociale e civile non possiamo assentarci e magari giustificandoci perché oberati all’interno delle nostre comunità. Ai laici, per vocazione e non per delega, compete l’ardua e preziosa missione di testimoniare il vangelo negli angoli più nascosti del vivere quotidiano. Grazie a loro non saranno lasciati scoperti ambiti e ambienti, a cominciare dalle famiglie con le sfide educative che le riguardano, i giovani in rapporto al loro futuro e gli anziani presenti nel territorio. Quante “mancanze” ci stanno dinanzi! Pensiamo a chi sente venir meno la propria salute, a chi vive il tempo del lutto… Il ministero della consolazione certamente mi sembra uno dei più necessari. Ce ne fossero tanti di consolatori!
Nei lavori di gruppo che sono seguiti all’Assemblea diocesana di settembre tra le diverse proposte qui confluite molti hanno invitato a “occupare gli spazi vuoti, per fare quello che nessuno vuol fare”. Non importa il numero delle iniziative ma anche se piccole devono poter essere fatte bene. Sarà questo il modo per sognare “ad occhi aperti oggi, ora”.
Ogni comunità parrocchiale, dinanzi al territorio che abita, alla luce dell’icona biblica, si interroghi su come far propri gli atteggiamenti della Madre: l’attenzione/l’intercessione/l’organizzazione della Speranza.
Il frutto del cammino nazionale sinodale, consegnato dall’Assemblea generale dei vescovi italiani nella sessione di novembre ’25 nel Documento “Lievito di pace e di speranza” racchiude il cammino fatto e ci rilancia verso il futuro. Da quelle indicazioni lasciamoci guidare per il cammino ordinario della nostra comunità diocesana, in sintonia con tutte le Chiese che sono in Italia, soprattutto per ripensare molto concretamente l’Iniziazione cristiana, la formazione permanente degli operatori pastorali, la formazione del nuovo consiglio pastorale diocesano, ribadendo la necessità che in ogni parrocchia ci sia il consiglio pastorale e quello degli affari economici. Una migliore sinergia tra gli uffici di curia e tra questi e le parrocchie, un maggior lavoro tra le parrocchie di una stessa zona pastorale e vicariale, senza perdere mai il collegamento con la Diocesi e in comunione col Vescovo. A livello diocesano e vicariale le proposizioni sinodali siano fatte oggetto di conoscenza e approfondimento in collegamento con questa Traccia anche in vista di Orientamenti che dovranno guidare tutta la diocesi in diverse scelte operative ormai irrimandabili.
Auspico che anche l’esperienza della “conversazione nello Spirito” entri a pieno regime nell’esperienza delle nostre comunità per meglio accorgerci dell’azione dello Spirito che non smette di accompagnare la Chiesa e di rivelarsi con i suoi molteplici doni e di arricchirci con i suoi frutti.
Dentro il cammino triennale di formazione degli operatori pastorali, giunto al secondo anno, partiranno delle attenzioni ulteriori per tali operatori, specie per l’evangelizzazione e la catechesi ma dovremo anche mettere mano in maniera più decisa al discorso legato ai ministeri laicali tra i quali soprattutto quello del catechista e quelli di prossimità e di consolazione, con una rinnovata attenzione ecclesiale per il diaconato permanente. Chiedo sin da subito anche la disponibilità a laici che hanno già alle spalle un solido cammino di fede e di appartenenza ecclesiale a vivere il servizio di catechista in alcune zone periferiche o comunque nelle più bisognose della nostra diocesi.
A tutti chiedo la disponibilità del cuore per vivere il nostro essere Chiesa con umiltà e gioia, senza lasciare nessuno indietro. I ministeri tutti non sono mai un premio alla persona ma un servizio, un riconoscimento verso l’intero popolo di Dio e raccontano di un Dio che ancora oggi sta alla tavola a passa a servire, non senza di noi.
5. Con gioia ma senza chiudere gli occhi sui drammi del nostro tempo. Valle santa come officina della Pace.
Cana è un po’ metafora della vita. Questo tempo che stiamo vivendo più che di vino che scorre sovrabbondante sembra intrappolarci nella paura delle anfore irrimediabilmente vuote e destinate a rimanere tali. Ma non possiamo rimanere schiavi della cronaca.
Mentre ci incamminiamo verso l’ottavo centenario della morte del Serafico padre Francesco, da questa Valle Santa non possiamo non far nostro l’invito che Papa Leone ha rivolto ai vescovi italiani: “La relazione con Cristo ci chiama a sviluppare un’attenzione pastorale sul tema della pace. Il Signore, infatti, ci invia al mondo a portare il suo stesso dono: “La pace sia con voi!”, e a diventarne artigiani nei luoghi della vita quotidiana. Penso alle parrocchie, ai quartieri, alle aree interne del Paese, alle periferie urbane ed esistenziali. Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione. Auspico, allora, che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla non violenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”.
Da qui nasce una proposta, un desiderio, un sogno, già da me annunciato, che questa Valle Santa diventi una Officina della Pace. Un laboratorio vivo, non un’idea astratta: un luogo in cui il patrimonio francescano del territorio non resti solo memoria, ma diventi stile, metodo, pratica. Idealmente i 4 architravi rinvengono proprio dal significato che continua ad echeggiare dai 4 santuari:
L’architrave della misericordia che fa ricominciare e ripartire la vita col Santuario di Poggio Bustone. È l’architrave che sorregge la vita della Chiesa. La misericordia che Francesco qui sperimentò fece avviare lo sguardo sul futuro. Per correre sulle strade del mondo la pace deve avvolgere il cuore come dono dall’Alto che rinnova e risana ogni creatura.
L’architrave della gioia per aver visto il Bambino di Betlemme nel Santuario del Primo Presepe a Greccio. La pace è cantata dagli angeli, donata dall’alto ma sulla terra ha bisogno della laboriosità di uomini e donne di buona volontà. Qui la piccolezza, la povertà e l’umiltà hanno lasciato il segno inequivocabile.
L’architrave della fraternità e il bisogno di una Regola col Santuario di Fonte Colombo. Francesco qui manifesta il suo essere tutto proteso alla salvezza dei fratelli, in povertà e letizia.
L’architrave della Provvidenza che si fa condivisione col Santuario La Foresta. Luogo probabile in cui Francesco compone l’ultima strofa del Cantico delle Creature, ancora sul perdono.
Un’officina in cui la pace sia invocata tra la bellezza del creato e la si costruisca attraverso l’incontro, il dialogo tra generazioni e culture, la formazione dei giovani, la cura delle fragilità sociali. Una pace che non significa assenza di conflitti, ma capacità di attraversarli senza distruggerci; che non si riduca a un sentimento privato, ma diventi architettura sociale. In un’epoca che parla soprattutto di guerra, immaginiamo la Valle Santa come crocevia di esperienze, come casa comune in cui la spiritualità, la cultura e la solidarietà si intreccino per offrire al Paese – e non solo – un segno profetico: da un territorio piccolo, forse marginale e più volte ferito, può nascere un modello di convivenza, un annuncio credibile di fraternità.
La conoscenza e la collaborazione con “Rondine-Cittadella della Pace” potrà incoraggiarci a favorire scambi ed esperienze per elaborare un modello, mettendo in circolo la ricchezza e la positività dei giovani, la genuinità e lo stupore dei bambini, ma anche la capacità degli adulti di accogliere la responsabilità della sfida educativa, con l’impegno a cominciare dalle case, dalla scuola, dalle comunità, tutti insieme per un artigianato della pace che pone attenzione alle parole, ai silenzi, ai gesti ordinari. La collaborazione con le realtà civili presenti sul territorio come anche in dialogo con le altre confessioni cristiane e con altre fedi arricchirà l’elaborazione di una proposta consona al territorio che viviamo. Quello dell’officina della pace potrà essere uno dei modi tipici attraverso cui la nostra terra e, in essa, la nostra Chiesa prendono parte alla profezia sociale della comunità cristiana, come richiamato nel Documento finale del Cammino sinodale.
La pace oggi più che mai chiede di farsi cammino condiviso, oltre gli slogan, di farsi pensiero, cultura, creazione di gesti, recupero in umanità. Nel piccolo ogni comunità non manchi di stare dentro questa progettualità, di sentirsene parte.
Una piccola conclusione…
Prima di concludere con la preghiera alla Madonna del Popolo, da me composta per l’inizio dell’ottavo centenario della Cattedrale, desidero ringraziare tutti voi, presbiteri e diaconi, laici e consacrati, uffici di curia, movimenti, associazioni e realtà ecclesiali. Grazie per il vostro impegno e per la vostra dedizione.
Grazie anche ai tanti che pur non frequentando abitualmente i nostri luoghi non mancano, magari senza saperlo, di darmi un consiglio, uno sguardo diverso e particolare di cui volentieri faccio tesoro.
La paura e lo sconforto non prendano mai il sopravvento sulla fiducia. Ripartiamo da piccole cose, piccoli gesti ma dentro gli orizzonti ampi del vangelo e del Regno che danno respiro, incoraggiano e fanno luce.
Affido a tutti voi questa Traccia con l’impegno che diventi motivo per camminare maggiormente e missionariamente insieme nel territorio che ci è chiesto “oggi” di custodire e abitare. Come ho esortato nelle altre Tracce, qui sono solo abbozzati dei solchi appena aperti che con semplicità vogliono additare cammini ulteriori, per scrivere ancora pagine nuove accanto al bene che già c’è e che va fatto crescere, incoraggiandoci ad una maggiore creatività d’amore, poiché “possiamo trasformare bene solo ciò che amiamo” (F. Cassingena-Trèvedy).
Prendiamoci tempo, la traccia potrà accompagnarci oltre questo anno. Lo capiremo insieme. Intanto, Cana ci rassicura che è Dio e solo lui a compiere il miracolo, ma senza sostituirsi a noi perché Lui crede in noi. Anche io, vostro padre e fratello, sono persuaso che insieme, mettendocela tutta, il vino nuovo del vangelo farà gioire il cuore nostro, di chi ci viene affidato e di quanti incontreremo sulle strade della vita di ogni giorno che, in fondo, sono già le strade del Regno.
Nostra Madonna del Popolo,
ci rivolgiamo a Te con confidenza di figli
per magnificare l’Altissimo che Ti ha posto
come vanto e onore del nostro popolo.
Con accenti materni continua a ricordarci
come a Cana di Galilea
il segreto della vita:
praticare la Parola del Tuo Figlio,fare quello che Lui ci dice.
Ti preghiamo:
donaci compassione
per i gemiti di questa umanità che fatica a vivere e a sperare.
Sostieni la nostra Chiesa
perché indossi il grembiule del servizio generoso:
le gioie e le speranze,
le tristezze e le angosce della nostra gente
– dei più poveri soprattutto – siano sempre anche le nostre.
Donaci straripamenti di gioia,
facci recuperare il gusto dell’essenziale,
insegnaci l’arte della comunione
e del servizio disinteressato,
rendici capaci di organizzare la Speranza.
Tu che sei
fontana sempre viva,
zampillante di speranza,
donaci di cantare con la vita la fedeltà di Dio,
lo Sposo fedele, fin quando ci radunerà
attorno al banchetto delle Nozze eterne.
Amen.
A Lei, Causa della nostra gioia, e ai nostri Santi Patroni affido il cammino che ci è dinanzi.
A Gloria di Dio.
Rieti, 4 ottobre 2025
Festa di San Francesco d’Assisi
+ Vito Piccinonna
Vescovo di Rieti
04-10-2025
