Largheggia

L'arte di Dio. E dei suoi discepoli - Lettera alla Chiesa di Rieti
Bollettino 2026

Sarà per le mie origini contadine, che mi fanno sentire in debito di riconoscenza verso la terra, o per qualche altro motivo che a me sfugge (ma non a Lui) – fatto sta che l’immagine “agricola” di Dio come Seminatore mi ha sempre affascinato. L’irrompere del seme gettato con generosa ostinazione in ogni dove provoca la mia libertà di credente, oggi ancor di più, per la responsabilità episcopale che mi è stata affidata. Mi rendo conto sempre meglio di quanto la Parola sia capace di generare nel cuore di coloro che l’accolgono docilmente e, sorprendentemente, anche in terreni prima sconosciuti.

Il giorno della mia consacrazione episcopale mi è stato messo sul capo il Libro dei Vangeli che è rimasto aperto come un’aquila, come una tenda, come due mani tese. Subito dopo ho ricevuto quel Libro col quale la Chiesa mi ha chiesto di “annunziare la Parola di Dio con grandezza d’animo e dottrina”. Porto dunque con me la dolce consapevolezza di rimanere sempre sotto la Parola, pur avendo io per primo il compito dell’annuncio del glorioso Vangelo di Gesù Cristo, nato, morto e risorto per la salvezza di tutti.

Pensando alla Chiesa diocesana di Rieti, attraverso questa semplice Lettera desidero rivivere quella consegna e condividerla più intensamente con tutti coloro che per ministero e vocazione sono chiamati ad esserne con me responsabili nel compito missionario dell’evangelizzazione, per far sentire a tutti il desiderio di amare la Parola di Dio, anche a quanti non l’hanno ancora incontrata.

Desidero far tesoro delle esperienze di evangelizzazione già in atto e incoraggiarle, come anche sintonizzarci sul cammino delle Chiese che sono in Italia, che nelle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale “Radicati e costruiti in Cristo”, ha fatto emergere la trasmissione della fede come la prima delle quattro priorità-linee di orientamento per il cammino a venire. Preziosi sono stati i molti suggerimenti che mi sono arrivati all’indomani dell’incontro congiunto del Consiglio presbiterale e di quello pastorale (8 giugno u.s.), come anche quelli raccolti all’indomani di alcuni momenti di ascolto di presbiteri e laici.

In un tempo storico faticoso in cui anche la comunità cristiana sovente si trova disorientata o distratta da fatti davvero secondari, con affetto pastorale, affascinato anch’io dalla potenza del Vangelo, sento prepotentemente dentro di me il grido dell’Apostolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (cfr. 1 Cor 9,16). È un compito grande e grave che con gioia e responsabilità sento di condividere anzitutto con i presbiteri e i diaconi, le religiose e i religiosi, con i tanti laici che nelle comunità ecclesiali e nella quotidianità delle famiglie e degli ambienti di lavoro sono impegnati nella semina; compito che oggi – più che mai – richiede una radicalità di adesione, di ascolto anzitutto, e poi di annuncio.

I tempi sono cattivi annotava l’Apostolo (cfr. Ef  5,16). Che dire di come si sta imbarbarendo la nostra società, all’ingrosso e al dettaglio? Siamo costantemente alla ricerca di un nemico, alla ricerca di autoreferenzialità, ci spaventa la nostra stessa ombra. La paura, la sfiducia, la mancanza di una visione sul futuro, l’allargarsi dei focolai di guerra e la normalizzazione della stessa, il perdurare del “sonno della ragione” gettano tutti in un sentimento di ostilità reciproca rendendo volutamente sempre più “invisibili” i più piccoli e i più poveri che hanno il volto dei migranti, di chi la pensa diversamente, ma anche dei più giovani. I gesti più veri e più belli vengono bollati di buonismo e tutto è appiattito su logiche estranee al Vangelo di Gesù.

Provvidenzialmente papa Leone nella sua Magnifica Humanitas ci ha messo dinanzi a un compito comune, a una “costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare (cfr. Gen 11,1-9); dall’altro le rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa (cfr. Ne 2-6). Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è stata data in dono” (MH 90). Fermiamoci dinanzi a questo interrogativo: cosa stiamo costruendo e con quale stile? Si resta spiazzati quando anche i cristiani anziché essere nella società, secondo la nota espressione della Lettera a Diogneto “ciò che è l’anima nel corpo”, conducendo “un genere di vita paradossale”, si appiattiscono e cadendo in una omologazione senza precedenti, rendono insipido il sale ricevuto, la grazia dei sacramenti, i percorsi di formazione magari fatti in giovane età, divenendo afoni e inerti in una società che, invece, diversamente dai toni e mezzi comunemente usati, ha bisogno di testimoni, di gente trasformata dalla Pasqua di Gesù, capace di “pasqualizzare e crismare il mondo” (d. Tonino Bello).

È proprio il Papa a darci un suggerimento che vorrei accogliere con voi come un comune compito affidatoci. Al n. 91 della MH Leone XIV risponde così alla domanda posta poco prima: “Mi accompagna la convinzione che il modo concreto di vivere i rapporti sociali alla luce del Vangelo non sia stabilito una volta per sempre, ma resti un compito affidato, di generazione in generazione, alla comunità cristiana. Sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa si lascia illuminare dalla Parola, per leggere i segni dei tempi e cercare con creatività vie nuove perché le relazioni tra persone e popoli diventino più conformi alle esigenze del Regno di Dio. Per questo incoraggio tutti, in modo particolare i fedeli laici, a non aver paura di lasciarsi provocare dalla realtà, di mettersi in ascolto reciproco e di assumere con fermezza la propria responsabilità nella costruzione di una società più umana e fraterna”.

Cari amici, non so voi ma io ho trovato grande luce in queste parole. Siamo invitati non a chiudere gli occhi, ma ad aprirli, a guardare in faccia la realtà nella sua complessità, senza lasciarci sopraffare da contrapposizioni di qualsiasi genere, presenti sia nella società che nella Chiesa. Non è nemmeno il tempo di chiuderci nelle nostre sagrestie e coltivare una fede che poi non illumina il quotidiano e ci mette semplicemente al riparo. Abbiamo la grazia di aver ricevuto in sorte il Vangelo di Gesù Cristo come chiamata a pienezza.

Effetà!

La Grazia del Vangelo e del discepolato

Il giorno del nostro Battesimo, toccandoci le orecchie (prima!) e le labbra (subito dopo!), chi ha presieduto la celebrazione ha pronunciato, a nome della santa Madre Chiesa, queste stupende parole: “Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti ti conceda al più presto di ascoltare la sua parola e di professare la tua fede”. Oggi, anche con questa mia Lettera, desidero riconsegnare questo compito mai del tutto esaurito, a ciascuno di noi: Effetà/Apriti! (cfr. Mc 7,34).

Siamo stati chiamati, per pura grazia, ad essere discepoli di un Maestro interessato della nostra vita, amante di ogni creatura, datore di ogni bene. È iniziata in quel momento la Vita vera, quella eterna e carica di grazia, quella che può dare il timbro alle nostre scelte quotidiane ispirandole a ciò che vale e non muore nemmeno con la morte.

Il profeta Amos prestò la sua bocca a Dio che desiderava mandare la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua ma d’ascoltare la parola del Signore (cfr. 8,11-12). La mia preghiera per voi cari fratelli e sorelle è che ci colga questa fame e questa sete e che ministri ordinati, catechisti, genitori, comunità si facciano accanto e aiutino ad avere nostalgia e desiderio di questa sete, di ascoltare la Parola del Signore.

Se guardiamo al percorso della nostra vita, ricordiamo di aver ricevuto in dono anche noi la Parola. Forse, soprattutto nei momenti di maggiore stanchezza, uno sguardo più grato ci può aiutare a riscoprire che abbiamo già con noi ciò che serve per affrontare il viaggio dell’esistenza.

Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti” (cfr. Ger 15,6). Il profeta, anche nell’ora in cui la missione affidatagli gli sembrerà ìmpari dinanzi alle sue sole forze umane, ri-guarderà il suo passato e la Parola che gli è stata offerta come grazia, e questo non potrà che generare gioia. Anche nell’oscurità, quella Parola dare luce per portare a compimento la missione affidata (cfr. Ger 20).

Invito tutti quanti noi a ricordare quelle parole di Dio che hanno segnato il nostro cammino. Custodiamole, trascriviamole su un quadernetto e soprattutto nel tabernacolo della nostra coscienza, magari condividendo anche con altri la nostra esperienza di fede. Spesso una parola del vangelo, il versetto di un salmo, un’immagine biblica portata con sé nel quotidiano è capace di illuminare sorprendentemente la strada.

Dovremmo sentirci come il pellegrino russo e poter confessare anche noi come lui soltanto che: “Per grazia di Dio io sono un uomo e un cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza terra, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po’ di pane secco, nel mio camiciotto la santa Bibbia, e basta”.

Che tristezza considerare le nostre biografie personali e comunitarie e accorgerci di esserci spesso appesantiti di tanto, di essere a volte ingolfati in mezzo ad attività e organizzazioni (anche religiose!) e di aver perso la consapevolezza di avere con noi “un po’ di pane secco e la santa Bibbia”.

Quante volte pregando il salmo 118, che affido a tutti come sottofondo di questa Lettera – quasi con santa gelosia – vorremmo anche noi dire che i precetti del Signore danno luce agli occhi, che li sentiamo anche noi preziosi, più preziosi di mille pezzi d’oro e d’argento, più dell’oro fino. Ma davvero per noi è così? Non è che abbiamo barattato la nostra fede con un pugno di lenticchie? Come mai spesso preferiamo occupare i primi posti, ricoprire i ruoli più importanti nelle nostre assemblee ma di fatto ci defiliamo quando gli eventi della vita ci pongono di fronte a responsabilità e scelte?

Ecco, uscì il seminatore a seminare (cfr. Mc 4,1-20)

Un’immagine da custodire.

Il Seminatore.

Cari amici vi esorto a fissare lo sguardo qui, zoomiamo questa figura. L’evangelista Marco ci presenta un pulpito marino, una barca, da cui Gesù annuncia il Regno, parlando in parabole ai discepoli e alle folle. Ne dice diverse. Ci fermiamo sulla prima che si apre con un “Ecco”, quasi a dirci Eccolo, guardatelo!

A riva c’è gente e Gesù dalla barca parla. Ed ecco il seme, il seminatore e il terreno. Non so perché, ma di solito ci arrovelliamo quasi esclusivamente attorno al terreno e sin dal catechismo ci siamo sentiti stancamente ripetere: “che tipo di terreno sei?” come quando ascoltiamo la parabola del Padre misericordioso (cfr. Lc 15) e moralisticamente, subito ci si chiede “in quale dei due figli ti riconosci?”. Io invece vorrei scaldarmi con voi il cuore guardando anzitutto al seminatore e al seme, contemplando il gesto sconsiderato e scriteriato di questo agricoltore che conosce bene i terreni riarsi della Palestina del tempo.

Me ne sono innamorato. Della sua ostinazione, del suo largheggiare. Non ho mai visto mio padre, mio fratello, né i contadini del mio paese seminare sulle pietre, sulla strada, tra le spine. Loro scelgono il terreno migliore. Gesù fa diversamente. Questa differenza l’adoro.

Invito tutta la nostra Chiesa diocesana a “perdersi” nel gesto del seminatore. “C’è una sfida di larghezza, di smisuratezza, di fiducia che brilla negli occhi del Seminatore del Vangelo” (A. Casati). A questo gesto dobbiamo ritornare come Chiesa. Anzitutto a lasciarci seminare ancora e sempre dalla Parola di Gesù e poi, secondo la vocazione e il ministero ricevuto, e comunque tutti insieme, come Discepoli dell’unica Parola, a portarla dovunque perché continui a generare ciò che Dio ha sognato e desiderato attraverso quelle sue parole (cfr. Is 55,10-12).

Le tante volte in cui mi sono sentito come quella strada battuta, come quella pietraia, come soffocato tra i rovi, ho sentito la fiducia di Dio che non mi vuole perdere e continua a sperare oltre ogni evidenza e umana ragionevolezza.

Sulla croce il Signore, trasformato lui stesso in zizzania (Paolo dirà in 2Cor 5,21 che “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”) è stato capace di non far disperare un ladrone che gli chiedeva solo di non dimenticarlo. Altro che terreno buono! Eppure anche lì il buon Seminatore, quando i giochi erano fatti, ai supplementari e oltre, ha seminato, ha aperto un solco, ed è venuta anche per quel ladrone la salvezza, divenendo proprio lui il primo cittadino del Regno nuovo (cfr. Lc 23,39-43).

La Parola del Vangelo ancora oggi vuol raggiungere tutti. E la Chiesa –   Diacona e Ministra di quella Parola – non può rinunciare alla sua missione, cioè continuare qui e ora la stessa opera del Maestro, con lo stesso stile, con la stessa generosità, senza posa. Se non lo facesse non risponderebbe alla vocazione sua propria, impoverirebbe la storia di questa unica possibilità e rattristerebbe il cuore di Dio che nelle parole di Dio si rivela e si fa conoscere, secondo la celebre espressione di Gregorio Magno, realizzando purtroppo quello che San Girolamo scrive nel Prologo al commento sul Profeta Isaia: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Il frutto prodotto dalla semina, nonostante gli inizi e gli sviluppi spesso poveri e incerti, secondo la prospettiva di Gesù, va oltre ogni umana attesa. Proprio la presenza del Nemico che cerca di scarabocchiare i sogni e i desideri di Dio pone tutti quanti noi in uno stadio di custodia, di cura di quel seme e della sua crescita. È una grazia dataci a caro prezzo quella che di continuo ci viene offerta: “La grazia a buon mercato è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato” (Bonhoeffer, Sequela). E l’esempio della Madre di Gesù e dei Santi diventa per tutti quanti noi sostegno nella nostra vita spirituale, contro ogni avversità, resistenza e insuccesso. Non sempre possiamo vedere immediatamente il bene generato dalle nostre azioni. A volte crediamo di aver fallito soltanto perché non possiamo ancora vedere ciò che abbiamo seminato. Nulla è sterile. Dio è Colui che va “oltre”, che ti sorprende con la sua provvidente azione.

Il Vangelo come priorità.

Dal Concilio Vaticano II la mensa della Parola è imbandita con nuova dignità

Incontrando i Vescovi italiani il 28 maggio scorso papa Leone così ha detto:

“Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi.

Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.

Esortati da queste parole del Vescovo di Roma, come vostro Vescovo chiedo fraternamente di aderire in maniera generosa e rinnovata al compito dell’evangelizzazione.

Il Concilio Vaticano II, dono dello Spirito di cui non abbiamo ancora sondato la profondità, ha posto nelle mani di tutti le Sacre Scritture, presentandole non più come appannaggio esclusivo del clero. Del resto, in analogia con l’Eucaristia, i testi conciliari esprimono la necessaria venerazione che la Chiesa attribuisce sia alle Scritture sia al Corpo e Sangue eucaristici. Su tutti emerge un famoso testo della Dei Verbum:

“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla tavola sia della Parola di Dio che del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli” (n.21).

Mentre riconsegno alla riflessione l’intera Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, non è difficile constatare come – a distanza di oltre sessant’anni dalla sua promulgazione – siamo ancora lontani dall’attualizzare nell’ordinario delle nostre comunità questa perla che il Concilio ci affida.

Quanta superficialità nell’ascolto della Parola, anche nella celebrazione eucaristica! Spesso ci si dimentica persino di avere cura di trovare prima lettori preparati e affidabili che La proclamino; senza dimenticare l’acustica per un ascolto efficace. L’ambone – luogo liturgico deputato all’annuncio della Parola – spesso è usato impropriamente per dare avvisi o comunicazioni che nulla hanno a che fare con la sacralità della Parola.

Anche nella predicazione, sovente, si scade nel moralismo, nel rimprovero! Non voglio certo esortare al perfezionismo o al formalismo. Ciò che mi muove a condividere queste preoccupazioni è il rispetto dovuto alla Parola, nella consapevolezza che “è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura” (SC 7). Che responsabilità! Noi, come Giovanni il Precursore, non siamo la Parola: noi ce ne facciamo voce, anzitutto favorendo al meglio il suo annuncio, per suscitare l’obbedienza nella fede.

Papa Benedetto XVI nell’ottobre del 2008 ha convocato il Sinodo dedicato a “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” e lui stesso nell’Esortazione Apostolica Verbum Domini ha introdotto per la prima volta nel magistero pontificio l’espressione “sacramentalità della Parola” per significare che la Parola di Dio quando viene proclamata nella liturgia non è un semplice testo informativo sul o del passato, ma un evento efficace che rende presente Cristo qui e ora (cfr. VD 56).

Scrive splendidamente J. Leclercq: “Il Figlio di Dio è un libro dai colori intensi. Questo libro prezioso non è mai chiuso, le sue pagine non ingialliscono col tempo. È più leggibile di notte che di giorno. È un libro di immenso valore, un libro di grande purezza; un libro per ogni tempo, da leggere e affidare al cuore”.

Auspico che, a partire da ora e per i prossimi anni, nella nostra Chiesa locale si presti la dovuta attenzione a tutto l’itinerario di evangelizzazione. Per questo rinvio anche a quanto Papa Francesco ha splendidamente scritto nella Evangelii Gaudium. Fa bene al cuore rileggerla sin dalle primissime parole: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” (n. 1).

In particolare, dopo aver indicato con quali attenzioni ed atteggiamenti va preparata l’omelia perché diventi occasione di crescita nella fede e nella consapevolezza dell’amore di Dio, sia per il predicatore che per l’assemblea che lo ascolta, al n. 174 il Papa afferma chiaramente che “non solo l’omelia deve nutrirsi della Parola di Dio. Tutta l’evangelizzazione è fondata su di essa, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata”.  Al n. 175 poi ribadisce come sia “fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede” poiché “Noi non cerchiamo brancolando nel buio, né dobbiamo attendere che Dio ci rivolga la parola, perché realmente Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato sé stesso. Accogliamo il sublime tesoro della Parola rivelata”.

L’incontro settimanale della Comunità con la Parola al centro.

Una scelta.

A Dio che ha largheggiato (cfr. Sal 111) e non smette di farlo, rispondiamo largheggiando anche noi.

Infiniti modi e momenti il Signore con creatività e amorevolezza ha predisposto per saziarci della sua Parola e tante sono le modalità per portarla agli altri.

Ora desidero consegnare alla Chiesa diocesana un compito da attuare sin da subito e per i prossimi anni, rappresentando la postura ordinaria del nostro cammino pastorale. Sarà un modo attraverso cui proviamo a ribadire, vivendolo, il primato della Parola. Niente di nuovo, certo, ma mi pare importante camminare così, tutti insieme, nell’ordinarietà della vita ecclesiale evitando di continuare ad assolutizzare la sacramentalizzazione a scapito dell’evangelizzazione.

Chiedo a tutte le comunità parrocchiali, ai fratelli presbiteri e ai diaconi in primis, come anche ai religiosi e alle religiose, talvolta anche facendosi aiutare da laici preparati, di rendersi disponibili a questo servizio della Diaconia della Parola a cui tutti siamo chiamati, io per primo.

Ogni settimana, adulti e giovani insieme siano invitati a sostare sulla Liturgia della Parola domenicale. Spesso si arriva impreparati alla celebrazione eucaristica domenicale, che deve essere invece il cuore della settimana e della comunità.

Nel giorno e nell’orario più indicato, a cominciare da coloro che svolgono un compito nella comunità ma non limitandosi solo a loro, ci si raduni per ascoltare e scrutare la Parola domenicale. Tutti i gruppi, tutte le realtà aderiscano a questo momento che ci mette nella posizione discepolare, senza la quale ogni altra attività resta vuota e sterile. Spesso nelle nostre comunità prevalgono riunioni organizzative o il proprio impegno liturgico o di catechesi o di carità per gli altri. Sarà un modo concreto per avvertire che è la Parola che convoca la comunità, e da essa tutto parte e tutto conduce a Cristo.

Si ascoltino i brani proposti secondo il cammino dell’Anno liturgico, che resta l’autentico e fondamentale itinerario di crescita nella fede per eccellenza.

Non si tratta di fare una predica o una lectio ma, aiutando i partecipanti a entrare nel vivo di quelle Scritture, sostando anche sull’eucologia proposta, magari aiutati da qualche commento dei Padri della Chiesa, si cerchi di gustare e far gustare la Parola, senza fretta.

In un secondo momento, alla luce della Parola, ci chiederemo poi, anzitutto personalmente e quindi come comunità: cosa dice a noi questa Parola? Quale volto di Dio emerge? Cosa ci rivela della nostra identità e della nostra missione qui, oggi? La nostra comunità come può vivere meglio questa Parola e cosa essa ci chiede in termini di responsabilità sociale-operativa? Alla luce della Parola come guardiamo il mondo, la storia, la società? A quale conversione siamo spronati?

Quelle proposte sono solo alcune domande che di volta in volta ci possono accompagnare, per crescere così “nella conoscenza del mistero di Cristo per poterlo testimoniare con una degna condotta di vita” (cfr. Colletta I domenica di Quaresima).

Questo appuntamento settimanale duri circa un’ora. Non ci impressionino i numeri, possiamo essere anche in pochi, col desiderio di coinvolgere tanti, ma a patto che per primi i collaboratori, i catechisti, i ministri straordinari, il coro, e quanti svolgono un servizio, si cimentino in questa esperienza di crescita e di ascolto.

La forza intrinseca della Parola ci fa sperare che man mano potrà maturare anche la possibilità di portare questa scelta in altri luoghi presenti sul territorio, quali un ospedale, una casa di riposo, un carcere, in altri luoghi di cura e di prossimità, nelle case dove vivono le famiglie. Intanto, però, cominciamo dalle nostre comunità. Cominciamo da subito, anche essenzializzando le attività e i momenti della vita comunitaria (cfr. EG 145). Non si tratta di togliere ma di dare profondità a ciò che siamo, aiutati dalla Parola.

È la soluzione? No. È una possibilità! Che la mano del Seminatore continui a spargere il suo seme come e quando e dove vuole.

Affido questa scelta alla creatività di ogni comunità. Per i ministri ordinati sarà anche un’occasione per prepararci di più e per giungere insieme, meglio introdotti, alla celebrazione domenicale e ancor di più alle responsabilità della vita. Qualche settimana fa mi diceva un professionista: Vescovo, chieda ai suoi preti che ci facciano innamorare della Parola. Noi che cerchiamo coerenza nel lavoro, non solo in Chiesa, abbiamo bisogno dell’ispirazione della Parola. Parole che hanno confermato la scelta che maturava nel mio cuore.

Concludo, ringraziando quanti hanno avuto la pazienza di leggere queste poche pagine. Avrei voluto esprimere maggiormente la gioia che porto in cuore nel pensare al primo compito che il Signore mi ha affidato, di annunziare il Vangelo, parola capace di rimetterci in piedi, camminando verso i cieli nuovi e le terre nuove in cui avrà stabile dimora la giustizia. E mentre camminiamo, proprio il Vangelo ci chiede di farci carità. È questo l’essenziale. È questo il frutto più maturo a cui la Parola ci porta.

Dalla nostra Valle Santa continui ad innalzarsi la Parola della Pace che è Cristo – il Verbum abbreviatum – e ci renda messaggeri di lieti annunci, in questo mondo stanco e angosciato, poiché i progetti che Dio ha fatto a nostro riguardo, sono di pace e non di sventura, gravidi di un futuro pieno di speranza (cfr. Ger 29,11).

Ora tocca a noi, tocca a te: Largheggia anche tu, come Dio ha fatto e non smetterà di fare con te.

Su ciascuno la mia benedizione.
Con grande affetto,
Vescovo Vito

Rieti, 9 settembre 2026
Conclusione dell’VIII centenario della Dedicazione della Chiesa Cattedrale

Rieti
09-09-2026