Traccia pastorale per l’anno 2024-25
Bollettino 2024
Cari Fratelli e Sorelle,
Cari Presbiteri e Diaconi,
Cari Laici e Laiche,
Cari Consacrati e Consacrate,
il Dio della Speranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede, per la potenza dello Spirito Santo sia con tutti voi!
Con premura pastorale a tutti e a ciascuno affido questa Traccia pastorale per l’anno 2024-25. Si tratta solo di una Traccia, che intende aprire un solco e/o continuarlo. È frutto di molto e tanti ascolti. Non è una “ricetta” pronta per l’uso. Ha bisogno di cuori, menti e disponibilità concreta perché diventi, creativamente, una possibilità di crescita del nostro cammino diocesano.
La Speranza è la virtù teologale che questo anno giubilare, su indicazione del Santo Padre, ci chiede di riconsiderare. Dio solo sa di quanta Speranza abbiamo bisogno, oggi più che mai. Ne hanno bisogno i nostri adolescenti e giovani, le famiglie, gli ammalati, i più piccoli, i tanti senza-speranza. Ne ha bisogno la nostra Chiesa per farsi rialzare e camminare seguendo con fedeltà i passi del Maestro, di Colui che è la Speranza fatta carne e da cui discende il dono della comunione e del rinnovamento. Ne ha bisogno il nostro territorio ferito anche dal terremoto e dalla fatica della ricostruzione; sono ferite anche più invisibili, quelle legate alla disoccupazione, allo spopolamento, ai viaggi senza ritorno di tanti giovani, alla scarsità di infrastrutture che rendono difficoltosi i collegamenti non solo stradali. Di Speranza ne abbiamo tutti quanti bisogno. E allora non ci resta che metterci in cammino, con fiducia e coraggio. Saperci in cammino insieme sarà vera gioia. È per questo che, parafrasando una espressione di don Tonino Bello, dico a tutti: In piedi, costruttori di Speranza!
1. Ri-partiamo dalla parola
L’Evangelo di Luca provvidenzialmente ci accompagna in questo nuovo anno liturgico (C) che la bontà di Dio ci offre dalla prima Domenica di Avvento. Domenica per domenica, Pasqua settimanale, saremo presi per mano dallo scriba mansuetudinis Christi e condotti al Cuore stesso di Dio per poter portare i suoi palpiti di amore non solo nella nostra vita ma anche in quella di quanti incontriamo. Il terzo evangelista è anche l’autore degli Atti degli Apostoli. Come un pittore egli sembra dipingere icone con le quali consegna ancora oggi il suo sogno di Chiesa. Cronaca e sogno, realtà e visione si mescolano come per dire l’instancabile benevolenza di Dio e la risposta talvolta timida altre volte coraggiosa di singoli e di comunità, anche in mezzo a tante resistenze. Nei cosiddetti Sommari (ce ne sono tre nei primi 5 capitoli) Luca consegna le quattro perseveranze: “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42). Sono le quattro dimensioni costitutive della vita nuova, della vita e della profezia cristiana, del Vangelo stesso. Sono quelle caratterizzazioni fondamentali grazie alle quali la vita si vive cristianamente: la liturgia, la catechesi e la carità. Nonostante le stonature che la comunità vivrà (vedi l’episodio di Anania e Saffira in At 5,1-11) l’Autore intende consegnarci una “tabella di marcia” che resta come il sogno ostinato di Dio per tutta la Chiesa, per le comunità cristiane di ogni tempo. C’è spazio per tutti nell’opera di edificazione della comunità sapendo che è lo Spirito Santo il Maestro interiore, la guida e l’artefice della vita della Chiesa, è Lui che dalla sala superiore (cfr. At 1,13-14), liberando da chiusure e narcisismi, spalanca cuori e porte e conduce al largo, da Gerusalemme fino alla Galilea e alla Samaria e ancora oltre. Luca dipinge, raccontando, il suo sogno di Chiesa nel mondo: una Chiesa-comunità, che “esce” nella storia annunciando con la vita, che ha il coraggio di vedere e toccare chi è ai margini, che annuncia l’essenziale che è Gesù Cristo, il Crocifisso Risorto, consapevole che le sue parole, e solo le sue, sono balsamo di vita e di speranza, rimettono in piedi, salvano dal non senso, dal peccato e dalla morte.
Alzati e cammina! Una icona interessante (At 3,1-10)
1 Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. 2 Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. 3 Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. 4 Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. 5 Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. 6 Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!”. 7 Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono 8 e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9 Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio 10 e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.
Dopo l’evento dirompente della Pentecoste, che segna l’inizio della Chiesa (At 2,1-12), anti Babele per eccellenza, l’annuncio del Vangelo corre sulle gambe degli Apostoli con Pietro. Le loro parole trafiggono i cuori e sollecitano la conversione. Il popolo che ascolta, spesso, dinanzi all’insegnamento apostolico, fa emergere due domande: Che cosa significa questo? E Che cosa dobbiamo fare?
Ora Pietro e Giovanni salgono insieme al Tempio di Gerusalemme per la preghiera dell’ora nona. Sono le tre del pomeriggio. Pietro e Giovanni, insieme, l’anziano e il giovane, salgono. Sono gli stessi annotati nella corsa al sepolcro (Gv 20,3-9), presenti all’incontro col Risorto (Gv 21,15-23).
Pietro e Giovanni salgono alla Porta Bella del Tempio. È la porta orientale del Tempio di Gerusalemme, affacciata sul Monte degli ulivi, da dove sarebbe arrivato il Messia. Detta Bella a motivo delle decorazioni di cui era ornata.
I due Apostoli si imbattono in un povero, uno storpio costretto a chiedere l’elemosina. È a terra in tutti i sensi. Il povero però interrompe il cammino dei Due che, al contrario del sacerdote e del levita della parabola lucana del buon samaritano (cfr. Lc 10, 29-37), non passano oltre. Pietro e Giovanni lo fissano, e chiedono al povero di entrare in questa relazione di sguardi, di volti. Fanno così eco alle tante volte in cui Gesù ha fatto questo con i suoi interlocutori. Alla nostra società iper vorticosa, alle nostre comunità che talvolta riproducono modalità e tempi tipici di altri ambienti, i due Apostoli insegnano a fermarci, specie dinanzi al povero. Una Chiesa che scegliesse di passare oltre, tradirebbe sé stessa e il suo Signore. Salgono per pregare, ma il povero fa rallentare i loro passi, richiede attenzione. Carità e culto non possono contraddirsi. L’uno apre all’altro e ne attesta l’autenticità.
Dentro questa relazione di sguardi anche Pietro confessa la propria vulnerabilità e, contemporaneamente, la sola grande ricchezza che possiede: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel Nome di Gesù il Nazareno alzati e cammina” (At 3, 6).
Lo storpio si attendeva solo qualche monetina, non di più. Ma Pietro possiede per grazia un Nome nel quale ogni uomo può trovare salvezza. Ne ha fatto lui stesso esperienza tante volte, anche tra le lacrime… Questo annuncio ora necessita di leggerezza. Tanti uomini e donne restano inascoltati, ai margini, magari ricevono da noi anche qualche monetina, ma a terra restano perché siamo troppo appesantiti dal nostro “oro e argento” e sembra che la nostra forza consista nelle nostre soluzioni, nelle nostre strutture, nelle nostre capacità o incapacità e mettiamo così da parte la confessione di quel Nome di cui l’umanità accasciata e smarrita del nostro tempo ha bisogno, spesso senza esserne consapevole.
Interessante il gesto che compie Pietro: “lo prese per la mano destra e lo sollevò” (v.7). È dentro questa relazione che le parole trovano la loro efficacia e lo storpio balza in piedi. Come non vedere in questo gesto l’azione evangelizzatrice-sacramentale e caritativa della Chiesa? Sono i tanti modi attraverso cui la comunità cristiana facendo propria la pedagogia del Maestro, con la comune responsabilità di tutti i suoi membri può (e deve!) prendersi cura, accompagnare, rialzare, portare il vangelo ai poveri, scarcerare, ridare dignità, fasciare le ferite, predicare un anno di grazia, sul modello del suo Signore (cfr. Lc 4, 14-19).
È il Nome di Gesù che rimette in piedi. Diciamolo in maniera convinta: non abbiamo altro se non questo Nome! Altrimenti illudiamo noi stessi e gli altri. E la credibilità di questo Nome, che osiamo confessare, passa anche dalla nostra testimonianza.
La Chiesa degli Atti è anche una Chiesa perseguitata, conosce la prova del martirio, è abitata da una Speranza più forte della morte. Il martirio del diacono Stefano (cfr. At 7) attesta la configurazione del discepolo al suo Signore e resta come la prova più veritiera di una testimonianza resa con amore. Gli Atti ci mostrano paradossalmente che quando la Chiesa è perseguitata a motivo della testimonianza resa alla resurrezione di Gesù tanto più è feconda. Spesso leggiamo che la Chiesa “era in pace”. In realtà era perseguitata, ma il Signore, come promesso, non le fa mancare la sua consolazione. Non è una Chiesa che “si consola”, ma che viene consolata dal Paraclito, e questi la preserva dal vittimismo e da accartocciamenti di qualsiasi genere. E quando è tentata di farlo il Signore la spinge sempre più in là, purificandola e chiamandola a nuovi lidi.
A ragione il Concilio ricorda che
“La Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e la morte del Signore finché egli venga. Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce”.(Lumen Gentium 8).
Dopo l’episodio dello storpio che è introdotto nel Tempio, i discepoli vengono rimessi in libertà (4,23ss), si raccolgono insieme con gli altri e pregano, chiedendo di essere custoditi dallo sguardo del Signore, dal momento che su di loro sono invece puntate le minacce di coloro che vorrebbero aggredirli: “Concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la tua mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù” (v. 29).
2. Evangelizzare tutti. A partire dagli adulti
Gli Atti ci consegnano il dono e l’impegno di una evangelizzazione che trafigge il cuore, converte e responsabilizza sempre, chiama all’operosità. Gesti e parole non passano inosservate, non lasciano immobili. Gli Apostoli con grande forza, e non senza prove, rendono testimonianza della Resurrezione di Gesù, sorgente di Speranza. Le prove provocavano non la disperazione, ma la gioia di sapersi partecipi della Passione del Maestro, purché non venga sottaciuto l’annuncio principale: il Crocifisso è Risorto, è Vivo, è il Vivente e ci precede e ci segue.
Dinanzi alla porta Bella del Tempio era accaduto l’inimmaginabile e tante altre volte sarà così.
Raccomando vivamente la lettura e la meditazione personale e comunitaria del Libro degli Atti degli Apostoli. Ci farà bene al cuore. Penso abbia molto da dirci, oggi più che mai. Ci troviamo, per tanti versi, dinanzi ad una situazione analoga: dinanzi a noi un mondo pagano, dentro il quale anche noi corriamo il rischio di essere inghiottiti. Talvolta, come fu per l’Apostolo delle genti, entriamo o vorremmo entrare anche noi negli Aeropaghi contemporanei (non sono sempre luoghi fisici, più spesso sono modi di pensare e vivere la vita talvolta pienamente abitati da quanti frequentano pure le nostre comunità), ma il timore di sentirci dire pure noi “su questo ti sentiremo un’altra volta” (cfr. At 17, 15.22-18,1) ci fa indietreggiare. Che fare? Difenderci? Rinchiuderci? Pensare solo ad una nobile élite? Coltivare gruppetti? Pensare che sia finito il cristianesimo e che dunque tutto sia inutile? Tutt’altro! La Parola degli Atti ci incoraggia, le scelte degli Apostoli e delle comunità cristiane illuminano anche il nostro presente, ci infondono forza e coraggio nell’annunciare il Nome di Gesù. Forse proprio il secolarismo imperante va letto come un prezioso segno dei tempi. Il Signore sta chiedendo anche alla nostra Chiesa: da che parte stai? Come sei disposta a servirmi, qui, ora, oggi, senza perdere tempo?
Gli studiosi del Libro degli Atti sottolineano tra i diversi tratti caratteristici la sua incompiutezza. È, infatti, un Libro aperto, non chiuso né concluso. In At 28, l’ultima pagina del Libro, Paolo è ritratto a Roma che se ne sta in una casa presa in affitto, in condizione di semilibertà e qui parla del Signore Gesù a quanti vanno da lui “con franchezza e senza impedimento” (v. 31). È una finale strana per un autore attento ai canoni retorici. Perché? Forse per dirci che la vita della Chiesa non può che restare aperta. E se la Chiesa è viva, perché ha con sé il suo Signore, non può che continuare con la creatività e col soffio dello Spirito ad annunciare Gesù Cristo Giubilo e Giubileo della storia di tutti i tempi.
Come vostro Pastore e fratello domando: quale pagina il Risorto chiede di scrivere con la Chiesa di Rieti? Sento che c’è un desiderio a tal riguardo che viene dal Signore, anzitutto di alzarci e metterci in cammino; sento che il Signore ci chiede di riprendere in mano in maniera decisa e convinta la missione di evangelizzare. Non possiamo rimanere in panchina afoni, magari affogati in tante altre cose che non sono prioritarie. Dobbiamo chiedere al Signore di ricevere da Lui la grazia di riscoprire la gioia di evangelizzare, non solo il dovere di farlo. La gioia di evangelizzare richiede anzitutto che ci mettiamo noi per primi in ascolto del Vangelo. Non diamolo per scontato. Noi non siamo anzitutto Pietro e Giovanni. Io, noi, siamo anzitutto lo storpio steso a terra, bisognoso non certo di oro e di argento, ma di quel Nome che risuscita, rimette in piedi, riconcilia con la vita, e fa camminare insieme nel tempio e dovunque. Abbiamo bisogno di nutrirci di Cristo. Ritorniamo al Vangelo ascoltato nella fede della Chiesa nostra Madre. L’abbiamo ricevuto in dono dalle nostre famiglie, dai nostri nonni, dai nostri Pastori. Continuiamo ad ascoltarlo, a meditarlo, per viverlo con scelte coerenti che siano provocanti per tanti. Non possiamo rimanere indifferenti dinanzi a tanta indifferenza; non possiamo rimanere bloccati dinanzi al paganesimo che avanza attorno a noi e anche dentro di noi. Con uno sguardo preferenziale dovremo prenderci cura anche dei tanti cercatori presenti nella nostra società. Raggiungere loro, secondo Tomas Halik, rappresenta il compito futuro della Chiesa. Sono coloro che affermano di non avere alcuna appartenenza religiosa ma che sono alla ricerca del significato della vita. Ai cristiani è chiesta la disponibilità a farsi “cercatori con coloro che cercano e interroganti con coloro che interrogano” (T. Radcliffe).
È nel Nome della Trinità tutta che siamo stati battezzati e crismati, veniamo perdonati, nutriti, consacrati per il servizio alla Chiesa e alla società, resi missionari per “crismare il mondo” (T. Bello). Rinnoviamo il desiderio di farci compagni di viaggio di tanti fratelli e sorelle in umanità. Non perdiamoci d’animo!
Non dimentichiamo, poi, che l’evangelizzazione è un atto e un fatto ecclesiale, è fatto con la Chiesa e nella fede della Chiesa. Lo esprime molto bene il compianto Padre Mariano Magrassi: “Prima la Chiesa sta sotto la Parola, l’ascolta e accetta di esserne giudicata, poi la annunzia. Prima si fa “creatura Verbi” e poi diventa “ministra Verbi”. E poiché Chiesa siamo tutti, questo vale per tutti. Nessuno può dare quello che non ha”.
Come Chiesa dovremmo anche noi dire come Pietro e Giovanni: non fissate noi, fissate un altro, Gesù verso cui anche noi guardiamo per ricevere vita e speranza.
Scrive il biblista Silvano Fausti: “Se Pietro avesse avuto danaro, avrebbe fatto l’elemosina, cosa buona. Se ne avesse avuto tanto, avrebbe fatto un istituto per zoppi, cosa ancora migliore. Ma l’unico mezzo per risuscitare l’uomo dalla sua morte religiosa e civile, è la povertà: Dio e mammona, denaro e nome di Gesù sono incompatibili. Ciò che possediamo ci possiede”. La vulnerabilità di Pietro che non ha né oro né argento spinga ciascuno di noi e le nostre comunità a un sincero e onesto esame di coscienza circa il rapporto che abbiamo con le cose e il denaro, col modo di vivere e di condividere.
Anche in vista del Giubileo vorrei che maturasse un Segno, da realizzare con la generosità di tutti i cristiani e le comunità presenti in Diocesi.
Alla luce della Parola che accompagna chiedo in maniera decisa all’intera nostra comunità diocesana in tutte le sue articolazioni, a cominciare dalle comunità parrocchiali, di adoperarci per una rinnovata evangelizzazione con una scelta di campo: evangelizzare gli adulti.
Sarà approntato prossimamente un documento della Conferenza Episcopale del Lazio circa l’Iniziazione Cristiana con uno sguardo particolare per i bimbi e i ragazzi. Sarà una guida preziosa per delle scelte comuni, non più rimandabili, che dovremo assumere anche a livello di Chiesa diocesana. Proprio l’attenzione ai più piccoli mi sollecita a prendere in grande considerazione la sfida di evangelizzare gli Adulti, che rappresentano i primi da iniziare alla Vita cristiana con la conseguente cura per la loro maturità di fede.
Si continui certamente a dare la dovuta attenzione ai più piccoli ma se non ci sono degli adulti (famiglie e comunità), a vivere il Vangelo, a praticarlo (nonostante le naturali fragilità e incompletezze personali e comunitarie), che ne sarà di questi ragazzi? Chi dovranno guardare, da chi saranno sostenuti?
Ci sarà un appropriato percorso di fede per i più piccoli nella misura in cui proporremo noi un percorso di evangelizzazione per gli adulti, per le famiglie, per tutti. Diciamocelo con chiarezza: è fallimentare una certa impostazione pastorale concentrata esclusivamente sul cammino formativo dei bimbi e dei ragazzi.
Non abbiamo ricette pronte ma chiedo alle Comunità parrocchiali supportate dagli uffici di curia, in primis dall’Area dell’evangelizzazione e della catechesi di adoperarsi anzitutto per offrire spazi di formazione per gli adulti e le famiglie. Per i giovani saranno predisposti anche momenti diocesani. Constato purtroppo che solo in pochissime parrocchie c’è una proposta sistematica in tal senso. Senza Vangelo che comunità può crescere? Non basta la sola celebrazione domenicale che deve conservare tutta la sua indiscussa dignità. Ma ad essa ci si prepara e da essa ci si deve sentire inviati altrimenti diventa una parentesi, sacra, ma pur sempre una parentesi svilendo invece il suo essere culmen et fons.
C’è bisogno di creatività. Osiamo di più! Si condividano all’interno dei vicariati e delle diverse zone pastorali e tra parrocchie vicine buone prassi a tal riguardo, cominciando da una progettazione comune.
Ancora la pagina degli Atti ci consegna alcuni tratti che mi sembrano utili a questo riguardo:
→ Pietro e Giovanni hanno stabilito una relazione con lo storpio. La relazione è il modo in cui Dio ama manifestarsi, chiamandoci per nome. Ogni proposta deve essere attenta a chi si ha di fronte. Lo stile di Gesù, la dinamica del suo incontrare tutti e ciascuno conserva tutta la sua carica esemplare. Usciamo anche noi portando questo stile e abbandonando il nostro. “La comunità evangelizzatrice vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (EG 24).
Raccomando che nelle comunità chiunque bussa per un qualsiasi motivo si senta accolto e trattato con umanità.
Seppure fosse un “no” la risposta da dare che sia data sempre con garbo. Senza voler scendere a compromessi si incoraggino sempre le persone che ci raggiungono e per ognuno si cerchi di avere lo sguardo che la Parola raccomanda.
Sappiamo bene che spesso alcune situazioni che sembrano informali o di routine (un quesito che ci viene posto, una benedizione, un matrimonio, un funerale, la richiesta dei sacramenti, una confessione, un’omelia, un saluto per strada, fino alle feste religiose) possono diventare un momento propizio per ri-cominciare e talvolta cominciare a proporre un cammino di fede. Mille “no” ricevuti non ci autorizzano a non proporre più nulla. La Chiesa esiste per evangelizzare!
Chissà quanti ci stanno aspettando e magari noi pensiamo siano distratti e disinteressati. Molti sono oppressi dalle fatiche e dalle difficoltà della vita (e chi non lo è?) ma proprio per questo la Parola liberante del Vangelo è più che mai attuale e va proposta con dolcezza e rispetto (cfr. 1 Pt 3,15-18).
Cogliamo ogni buona occasione per annunciare quel Nome che chiama tutti a salvezza, prestando particolare attenzione alla Celebrazione eucaristica ben partecipata perché nella sua sobria bellezza diventa un primissimo annuncio per tanti. A tal proposito desidero insistere sulla cura della celebrazione, soprattutto quella domenicale, sia particolarmente preparata in tutti i suoi aspetti. Non dimentichiamo le parole di Benedetto XVI in Sacramentum caritatis: “La migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata” (n. 64).
Si eviti, pertanto, l’improvvisazione, ci siano canti adeguati partecipati da tutta l’assemblea, i lettori proclamino con attenzione e diligenza la Parola e chi ha il compito della predicazione si senta a servizio di un Dialogo che il Signore sta conducendo col Suo popolo, con la Sua sposa (cfr. EG 135-144). L’aspetto kerigmatico prevalga sugli altri aspetti, che hanno bisogno di essere sviluppati durante la catechesi, come percorso di approfondimento ulteriore della fede. Si incoraggi anche il servizio dei ministranti come quello dell’accoglienza.
Anche nei mesi estivi, in cui si concentrano le feste religiose in onore dei Santi, la Domenica conservi tutto il suo carattere pasquale con la dovuta centralità. La Domenica prima di tutto perché l’intero nostro vivere quotidiano sia irradiato da quel Mistero della fede per cui “annunciamo la tua morte, Signore; proclamiamo la tua Resurrezione, nell’attesa della tua venuta”!
L’Area della Liturgia a livello diocesano predisponga alcuni momenti di formazione per quanti hanno questa responsabilità nelle comunità.
A proposito del compito di evangelizzazione, sollecitato anche da quanto emerso a più riprese dall’ascolto dei gruppi sinodali, desidero che, aiutati dai presbiteri e diaconi, si possano anche istituire dei Centri di Ascolto della Parola nelle case, tra alcune famiglie fermo restando il riferimento alla Comunità parrocchiale. Si crei un “percorso” che dalle case/dalle famiglie va verso l’Altare/la Comunità e dall’Altare/dalla Comunità si sprigiona verso le case/le famiglie.
Anche le famiglie e laici che fanno da tempo un cammino di fede siano coinvolti nell’animare questi centri di ascolto. Si individuino anche ulteriori ambiti e ambienti particolari dove far risuonare la Parola.
La dimensione “domestica” tanto cara agli Atti degli Apostoli va potenziata. Il Vangelo è vero quando entra in casa, anzitutto lì deve essere vero.
→ Pietro e Giovanni prendono lo storpio per mano e lo sollevano. San Giovanni Crisostomo vede qui una chiara immagine di risurrezione. È per noi tutti uno sprone nell’assumere in maniera decisa l’arte dell’accompagnamento, fatto di delicatezza perché l’altro, chiunque sia e qualunque situazione stia vivendo è sempre e comunque “terra sacra”.
Dobbiamo prendere con noi maggiormente la pazienza di avviare processi senza attenderci risultati immediati, “perdendo tempo” ad ascoltare soprattutto le storie che incontriamo. La gente ha bisogno meno di “lezioni” e maggiormente di “incontri”, consapevoli anche che lo “stile” con cui facciamo le cose e soprattutto offriamo la proposta del Vangelo spesso fa la differenza.
L’anno giubilare aiuti tutti noi a riscoprire il Sacramento della Riconciliazione e la direzione spirituale: il piede storpio ha bisogno di essere guarito talvolta per cominciare altre volte per ri-cominciare a camminare con maturità sulle vie del Signore.
La fede è cammino, è consapevolezza, ha bisogno dei suoi tempi. È dono di Dio, certo, per questo chiede di essere coltivata e accompagnata.
Quante ferite accompagnano le storie di ciascuno! Chiedo ai confratelli presbiteri di indicare in tutte le chiese gli orari e i giorni in cui si dedica il dovuto tempo per le confessioni e per l’ascolto personale.
→ Nella Evangelii Gaudium Papa Francesco ci chiede di “dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (n. 169).
L’evangelizzazione chiede di farsi carità. Il giubileo ricorda a tutti noi il dovere permanente della Chiesa e di ciascun cristiano, sul modello della comunità degli Atti in cui “nessuno fra loro era bisognoso” perché “mettevano ogni cosa in comune” (cfr. At 4,34-37).
Sempre più i fratelli e le sorelle bisognosi e vulnerabili, dai mille volti diversi (c’è pure la povertà dei ricchi!), siano continuamente rimessi al centro della vita ecclesiale, e questo diventi provocazione per la vita sociale e civile che i credenti, i laici soprattutto, sono chiamati a vivere sapendo di essere come “l’anima nel corpo” (Lettera a Diogneto). Guardare e passare oltre resta un sacrilegio. Le mani giunte devono sapersi aprire alle speranze dei più poveri e come Chiesa dobbiamo aiutarci a diventare più poveri perché il peso dell’oro e dell’argento non renda fiacca la profezia.
3. Prima scelta profetica è la comunione
A due a due… Gli Atti sono pieni di coppie di annunciatori che dall’Asia Minore andranno a Cipro e poi in Grecia: Paolo e Barnaba, Barnaba e Marco, Paolo e Sila, Aquila e Priscilla, e tanti altri ancora. La Scrittura fa eco allo stile raccomandato dal Maestro: la vicinanza del Regno chiede di essere annunciata in povertà e “a due a due” (Lc. 10,1) .
Stiamo vivendo come Chiesa universale e italiana il processo sinodale con tante domande, con non poche fatiche e qualche vena di scetticismo. Il Sinodo della Chiesa universale e il cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia con le due Assemblee nazionali di novembre ‘24 e di marzo ‘25 e con l’Assemblea dei Vescovi italiani di maggio ‘25 vive la sua fase profetica. Si tratta di mettere mano a scelte concrete, frutto del cammino degli anni passati. Personalmente ho visto con favore anzitutto la risposta ad incontrarci, la disponibilità non scontata ad ascoltarci, a mettere insieme sogni e fatiche, a camminare un po’ di più insieme. Le sintesi dei gruppi di studio della scorsa Assemblea diocesana manifestano un grande bisogno di non adagiarci, di rinnovare le occasioni di incontro, di rendere prezioso ogni contatto con le realtà dei nostri territori, invocano un maggior accompagnamento nella vita parrocchiale, il desiderio di essere ascoltati, offrendo il proprio contributo per il rinnovo delle nostre comunità, con il Vangelo al centro e col desiderio di non abbandonare i nostri anziani e con una rinnovata attenzione alla solitudine di tanti e di fare qualcosa in più per le nuove generazioni.
Il territorio che abitiamo è oltremodo frazionato per vari motivi soprattutto geografici. Talora c’è un altro tipo di frazionamento più legato a visioni di parte, a scelte e modalità peculiari.
Senza ombra di dubbio la scelta più profetica che possiamo volere e desiderare di volere è la comunione. Potrebbe sembrare una affermazione astratta e invece vorrei spronarci maggiormente a viverla a qualsiasi livello. È ciò che cementa il popolo di Dio. Non è certamente un invito all’uniformità anzi, è l’invito a far sì che carismi e ministeri tutti siano vissuti in quella sinfonia dello Spirito indicata più volte e in più riprese dal Santo Padre. Avendo cura di tutti. Chi ha il passo più veloce si senta chiamato a non dimenticare chi resta indietro, e chi ha il passo più lento si senta spinto ad avanzare. È la dinamica del corpo di Cristo splendidamente descritta dall’Apostolo delle genti (cfr. 1 Cor 12, 13-31).
In concreto, con le provviste e disposizioni di settembre scorso, ho voluto già predisporre gli Uffici di curia in vista anche dell’ultimo assetto che ne darò entro la fine del 2025 come già detto nella Traccia dello scorso anno. Ho scelto spesso più persone a dirigere un Ufficio, invitando ad evitare indebite personalizzazioni. Le diverse vocazioni che collaborano insieme (ministri ordinati, laici, consacrati) sono chiamati ad un lavoro sinergico che deve diventare esemplare anche per le nostre comunità parrocchiali. Certo è tutto più facile quando qualcosa si concentra in una persona sola; condividere anche la responsabilità è più faticoso, ma mi sembra la via da preferire. Le iniziative non siano mai frazionate ma, tenendo conto della Traccia, manifestino il desiderio e l’orientamento per una pastorale sempre più integrata, a servizio anzitutto delle comunità parrocchiali e di tutte le realtà ecclesiali, anche aiutando ad accorgersi di ambiti e ambienti “scoperti” in cui la Chiesa non può esimersi di manifestare, con la sua presenza, il suo apporto specifico.
Chiedo alle comunità parrocchiali di collaborare di più insieme, specie all’interno della stessa Vicaria coltivando sempre il legame con la Diocesi e il Vescovo. Anche all’interno della stessa vicaria ci sono le zone pastorali. Raccomando i Vicari zonali che con più decisività si possano vivere momenti comuni, condividendo speranze e fatiche. Liberiamoci dalla logica esclusiva dell’orticello e del campanile. La Chiesa non coincide con la propria parrocchia e tanto bene c’è anche attorno a noi.
In questo anno pastorale, non oltre Pasqua, sarà rinnovato il Consiglio Pastorale Diocesano, primo luogo progettuale e di verifica anche dell’azione pastorale. Questi organismi di partecipazione vanno vissuti non per formalità ma con convinzione. Sarà questo il luogo per elaborare le scelte che la fase profetica chiede di assumere. Abbiamo bisogno di camminare insieme! Incoraggiamoci a farlo!
Aiutato anche dai Vicari in accordo con i Parroci desidero che anche in tutte le comunità parrocchiali ci sia il Consiglio Pastorale parrocchiale come anche in tutte le parrocchie non può non esserci il Consiglio degli Affari economici.
Parte da questo anno un Percorso di Formazione per tutti gli Operatori pastorali della Diocesi. È un percorso comune scandito su tre anni, con sei incontri spalmati tra novembre e maggio, una domenica pomeriggio al mese, a Contigliano dalle 16 alle 18. In queste date si eviti opportunamente di inserire altri appuntamenti.
Sollecito tutti gli operatori pastorali a prenderne parte. Formarci insieme, Vescovo, Presbiteri e Diaconi, Laici, Religiosi, Catechisti, Animatori della Liturgia e Operatori Caritas, Uffici di curia, Movimenti, Associazioni e Realtà ecclesiali, farà bene. Sarà opportuno invitare anche nuove persone che possano formarsi. Rappresenti questo tempo di formazione comune un piccolo frutto del cammino sinodale con la speranza che possano così irrobustirsi le ragioni della fede e del servizio ecclesiale nel desiderio che maturino anche specifiche chiamate ai Ministeri istituiti e di fatto come anche per il Diaconato permanente. In una Chiesa che ripone al centro il Vangelo emerge la necessità di far fiorire ministeri e servizi per la crescita del Regno di Dio. Il Libro degli Atti ci testimonia provvidenzialmente la scelta degli Apostoli di istituire i Diaconi purché non fosse venuto meno né il servizio delle mense né la preghiera e la predicazione della Parola (cfr. At 6).
Raccomando anche ai Movimenti e alle Associazioni e a tutte le Realtà ecclesiali presenti in Diocesi di ravvivare il senso di appartenenza e il legame generativo con la Chiesa diocesana partecipando attivamente ai momenti diocesani di modo che i singoli e particolari carismi trovino sempre la giusta luce e il buon servizio nell’intero mosaico della Chiesa locale che guarda con fiducia e attesa al cammino di ciascuno in vista di una sinfonia maggiore.
Chiediamoci tutti: per far crescere questa Chiesa nella comunione e nell’unità quali passi posso compiere personalmente? Quali col mio gruppo, con la mia comunità, col mio istituto, con gli altri fratelli e sorelle con cui condivido la stessa vocazione?
4. Come pellegrini della speranza
Prima ancora che di chiese giubilari e pellegrinaggi giubilari abbiamo bisogno di desiderare insieme di essere uomini e donne giubilari. È la prima conversione da chiedere al Signore. Se faremo insieme questo viaggio sarà un anno riuscito.
Lo slogan scelto dal Papa, Pellegrini di Speranza, con la Bolla di indizione Spes non confundit, che affido alla meditazione personale e comunitaria, sono un chiaro invito a vincere l’immobilismo e la stanchezza, a farci prendere per mano dalla “sorella minore”, la Speranza, che trascina insieme anche la Fede e la Carità secondo la vincente immagine di C. Péguy. Interessante notare che Peregrinantes in Spem, nel suo senso etimologico, definisce i cristiani come “coloro che camminano per entrare nella Speranza”. La Speranza, dunque, vista non solo nel suo ruolo di guida ma anche di spazio in cui entrare e vivere.
Per questo mondo e questa storia siamo chiamati a vivere come credenti di Gesù Cristo, a confessare il suo Nome, a percorrere anche sentieri inediti, vivendo missionariamente l’essere Chiesa-Sacramento di Speranza
Ogni giubileo, da sempre ha anche una funzione sociale, indissolubilmente legata a quella spirituale ed ecclesiale. Indica liberazione, addita utopie, riscatti, ricominciamenti, riposo.
Il Santo Padre invita tutta la Chiesa a “tenere accesa la fiaccola della speranza che ci è stata donata, e fare di tutto perché riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante”.
Nel Nome di Gesù siamo stati rialzati e salvati. Nel Suo Nome continuiamo a poter dire ad ogni persona: alzati e cammina, prendendolo per mano. Per mano, perché ci è caro, chiunque sia, fosse anche Giuda o Caino. Facciamoci vicini a tante situazioni, a cominciare dalle nostre case, dai luoghi di lavoro, nelle nostre comunità ecclesiali, sul nostro territorio.
Le Porte sante, come si sa, si apriranno solo nella Città di Roma.
Le Chiese giubilari nella nostra Diocesi saranno anzitutto la Chiesa Cattedrale di Rieti che si approssima anche a vivere il 9 settembre del 2025 l’VIII centenario della sua Dedicazione. Ho disposto anche che, per una attenzione particolare per i tanti pellegrini e turisti, anche il Santuario San Giacomo di Poggio Bustone, il Santuario francescano del Presepe di Greccio e la Chiesa parrocchiale Cuore Immacolato di Maria e San Francesco del Terminillo siano Chiese giubilari.
Si presti massima cura perché soprattutto quanti vi giungeranno possano ricevere il forte e gioioso annuncio di Gesù, indulgenza del Padre e possano degnamente celebrare il Sacramento della Riconciliazione, facendo tesoro di quanto stabilito dalla Penitenzieria Apostolica. Anche il pellegrinaggio verso questi luoghi sia segno di un forte desiderio interiore che spinge a metterci per davvero in cammino.
Il Papa aprirà la Porta Santa della Basilica di San Pietro il 24 dicembre ’24 dando così inizio al Giubileo Ordinario. Egli stesso ha stabilito che la successiva domenica i Vescovi possano celebrare l’Eucaristia nelle Chiese Cattedrali come solenne apertura dell’Anno giubilare che terminerà domenica 28 dicembre 2025 nelle Chiese diocesane e il 6 gennaio 2026 nella Basilica di San Pietro a Roma.
Pertanto per l’apertura dell’Anno giubilare nella nostra Diocesi ci diamo appuntamento domenica 29 dicembre alle ore 16 nella Chiesa Cattedrale di Rieti, auspicando la massima partecipazione di tutte le comunità parrocchiali, degli Istituti religiosi e di tutte le Realtà ecclesiali. In coincidenza con la Celebrazione in Cattedrale sono da ritenersi aperte anche le altre tre Chiese giubilari.
Vivremo anche un pellegrinaggio giubilare diocesano a Roma l’intera giornata di sabato 29 marzo p.v., che coinvolga tutti, dai più piccoli con le loro famiglie agli ammalati.
Sono tappe e momenti ecclesiali che vogliamo vivere anche invitando altri a partecipare, in modo che sia anche questa una occasione propizia per invitare a camminare insieme, a scoprire quel tesoro di grazia che risplende in Gesù Cristo.
A ciascuno di noi è chiesto di aprire varchi di speranza. Non ci è chiesto di essere eroi ma di non lasciare nessuno ai margini. Non dimentichiamo che “anche solo un bicchiere d’acqua fresca” ha valore di eternità (cfr. Mt 10,42). Senz’altro sarà una ricchezza favorire come frutto del cammino giubilare l’attenzione a gesti di perdono e di riconciliazione, a bonificare logiche mediocri che non raramente attanagliano anche i nostri rapporti fatti spesso di giudizi e pregiudizi.
Proprio il tema giubilare della Speranza che ci sprona a metterci in cammino come Pellegrini, ci ricorda che, come virtù teologale essa si riceve, si accoglie, anzitutto. È dono, è grazia! Non accadrà nulla se non ci lasceremo riempire da Dio anzitutto, nel dono e col dono più grande che è la Pasqua del Suo Figlio Gesù.
Raccomando a tutti, preceduti e sostenuti dalle nostre Claustrali e in particolare comunione con gli ammalati, di sostenere con la preghiera reciproca il nostro cammino. Anche nelle comunità parrocchiali magari dinanzi al Santissimo Sacramento sostiamo in silenzio, portando l’umanità intera dinanzi al Signore. Gli scritti profetici, soprattutto quelli della grande crisi di speranza all’epoca dell’esilio, la preghiera dei Salmi e la testimonianza dei Martiri potranno aiutarci e sostenerci in questo cammino orante, desiderosi di adorare il Signore, Cristo, nei nostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr. 1 Pt 3,15).
5. Per una speranza solidale
Il credente porta anche la responsabilità verso il tempo e la storia e dunque verso gli altri. La sua vita portata dalla Speranza e nella Speranza assume i tratti del pellegrinaggio. Non è pertanto un fuggiasco né uno che resta immobile. La sua è una speranza non solo ecclesiale ma comunitaria, anzi cosmica. Egli porta la consapevolezza di essere e farsi speranza per tutti (cfr. 2Cor 1,7). Non ci si salva da soli: da soli ci si perde soltanto. Ci si salva insieme. Occorre oggi una solidarietà cosmica e storica il cui valore ha bisogno di essere sviluppato e reso manifesto attraverso un impegno profetico concreto. Il cristiano sa di attendere “i cieli nuovi e la terra nuova” (2Pt 3,13), la Patria è altrove. Ma questa attesa, per buona pace dei maestri del sospetto, non pone la speranza in una sorta di ruolo consolatorio, alienando e distogliendo dalle responsabilità, anzi! Lo dice chiaramente il Concilio nella Gaudium et Spes (n.43): proprio a motivo della fede e della speranza che professano, i cristiani che distogliessero lo sguardo e l’impegno da questa terra e questa storia mettono in pericolo la propria salvezza eterna. La Speranza che i cristiani confessano li spinge ad entrare e a stare nella storia, a fecondarla col loro impegno, secondo la specifica vocazione. Nelle relazioni e nella vita famigliare, nell’attività sociale e politica, nell’impegno di promozione umana, nell’economia e nel lavoro, nella ricerca diuturna per la giustizia e la pace e nei diversi spazi dell’attività secolare, soprattutto a coloro che hanno ricevuto in dono col Battesimo l’altissima dignità laicale, è dato di operare rettamente, secondo coscienza, per far crescere il Regno nella storia.
Chiedo all’intera Area della Carità, interfacciandosi con l’Osservatorio diocesano, tenendo conto della ricchezza emersa dalla Settimana sociale dei Cattolici a Trieste (3-7 luglio u.s.) col suo stile e le sue proposte, di poter fornire utili piste di riflessione e di partecipazione per la crescita di consapevolezza a tal riguardo, ricordando sempre la forza profetica che i cristiani non devono sottacere nel vivere come uomini e donne di Speranza, raccogliendo e abbracciando i variegati gemiti della creazione (cfr. Rm 8,19-25) che attestano la solidarietà, la “connessione” direbbe il Papa, che c’è tra tutta la creazione e il destino degli uomini, portando avanti la predilezione tutta evangelica per i più poveri e fragili della società. Potranno far da guida per sviluppare questo percorso insieme le parole del Santo Padre contenute nella Bolla di indizione del Giubileo (nn.7-16) che tracciano il senso di quanto andiamo dicendo.
OSIAMO!
Isidoro di Siviglia fa derivare il termine latino “spes” da “pes” (piede). La speranza è ciò che fa camminare nella vita. In quanto virtù teologale è la forza divina che sostiene il cammino. Senza speranza non si cammina. Siamo pellegrini chiamati a costruire, a edificare.
Mentre affido a tutta la comunità diocesana, nelle sue diverse articolazioni, questa Traccia, che rappresenta un solco comune entro cui camminare, invito tutti quanti ad adoperarsi perché con creatività e originalità la si possa tener presente, perché guidi il cammino diocesano, avendo anzitutto a cuore il cammino di comunione che il Signore ci chiede di vivere.
Vi incoraggio con affetto di fratello e padre ad adoperarci con tutta la passione possibile perché, ricchi solo di quel Nome nel quale abbiamo avuto fiducia di essere salvati, possiamo farlo ancora e sempre risuonare perché il mondo creda, speri e ami secondo il desiderio di Dio e tanti riconoscano la Chiesa come Madre speranzosa, premurosa per il bene di ciascuno.
Ci sostengano i Santi in questo nostro peregrinare, specialmente Pietro e Giovanni, e ancor di più la Madre, che sulla terra, intra i mortali è di speranza fontana vivace.
A Gloria di Dio.
Rieti, 11 Ottobre 2024
Memoria di San Giovanni XXIII
+ Vito Piccinonna
Vescovo di Rieti
11-10-2024
