Dare carne al Vangelo

Perché l’Amore mostri ancora il suo Volto
Bollettino 2023

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Dio che è in Rieti,

grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo
(Ef 1,2)

A distanza di alcuni mesi dall’inizio del mio ministero episcopale ringrazio per voi la bontà di Dio e chiedo allo Spirito di illuminare sempre più il nostro cammino verso la santità, per poter essere trovati in Lui, nella carità, di riconoscerci insieme servi miti e coraggiosi del Regno che viene, nel tempo e nella storia, vicini alle gioie e alle speranze, come pure alle tristezze e alle angosce degli uomini e delle donne del nostro tempo, con la preferenza per i più piccoli e poveri.
I tanti incontri vissuti con molti di voi, i diversi ambienti e le comunità incontrate (e non vedo l’ora di incontrarle tutte!), le speranze e le difficoltà raccolte, l’impegno dei miei cari fratelli Presbiteri e Diaconi, il coinvolgimento dei preziosi Religiosi e delle Religiose, la testimonianza generosa dei fedeli Laici nelle comunità parrocchiali come nella vita familiare, lavorativa e sociale, mi hanno da subito messo in uno stato di profondo ascolto di una realtà totalmente nuova e diversa rispetto a quella della mia terra di origine e hanno suscitato in me il desiderio di prolungare nel tempo questo ascolto, non solo nei momenti e nei tempi stabiliti ma anche nell’informalità della vita e nella semplicità dell’incontrarsi.
Mi inserisco con riconoscenza e responsabilità in un lungo cammino di testimonianza di fede, speranza e carità e guardo con gratitudine al cammino che i miei cari predecessori hanno portato avanti con grande generosità con tutto il Popolo santo di Dio che è in Rieti, Chiesa che sto imparando a conoscere e ad amare sin dalle più piccole realtà.
Non trascuro di guardare le ferite di questa terra; in primis quelle causate dal sisma del 2016. Sono ormai mie e nostre ferite, come pure ci appartiene il desiderio di una ricostruzione che riguarda non solo le strutture ma anzitutto i vissuti e il senso comunitario, con la disponibilità a edificare, insieme con le realtà istituzionali e civili del territorio, visioni possibili e significative per il bene di questo spazio di terra che ci viene chiesto di abitare e vivere con più passione. A noi credenti soprattutto, viene chiesto un rafforzamento del senso di corresponsabilità da declinare insieme, sentendoci tutti servitori della grande Speranza che ha il volto e il nome di Gesù. Solo Lui è capace di donare luce e senso ai nostri passi, con Lui camminiamo sicuri nel pellegrinaggio terreno, sapendo di non rimanere delusi. Come cristiani siamo quelli della Pasqua. Anche in mezzo ai tanti segnali che sembrano anestetizzarci l’anima non possiamo tacere quello che abbiamo visto e udito.
Vorrei che questa potesse da subito diventare Traccia non solo “per” la Chiesa di Rieti ma “della” Chiesa di Rieti. Ha bisogno di essere accolta e rielaborata insieme; si tratta degli orientamenti che affido a tutta la Chiesa diocesana nel suo insieme. Con questa traccia chiedo che sin da subito, nei diversi livelli (diocesano-parrocchiale-vicariale), si operi con creatività, coinvolgimento, movimento, per ipotizzare prassi di percorsi pastorali superando una certa rassegnazione e stanchezza.
La fase narrativa del Sinodo, ci ha messo spesso in ascolto di difficoltà che conosciamo ormai molto bene e con le quali anche le comunità devono comunque fare i conti: dal sisma allo spopolamento, dall’invecchiamento della popolazione alla denatalità, dalla mancanza di prospettive per i più giovani alle solitudini, dall’indifferenza nei riguardi della pratica religiosa fino a un certo clima di demotivazione anche nelle stesse comunità.

Dinanzi a tutto questo desidero dire, in modo chiaro, che questa è l’ora/il tempo di una rinnovata evangelizzazione, che deve ripartire prioritariamente dalle famiglie con la cura e attenzione verso le nuove generazioni come pure verso i tanti anziani, con una spinta molto più missionaria che raggiunga tutti e dappertutto, senza dimenticare alcuno.

E vorrei che questa diventi una certezza da cui ripartire, insieme, come Chiesa locale. Sento di far mia e nostra la consapevolezza dell’Apostolo: Guai a me se non annunciassi il Vangelo (1Cor 9,16). Questa chiamata si impone dal didentro come una necessità e un bisogno prepotente.
È vero, spesso si ha la sensazione di essere al cospetto di un “Cristianesimo rarefatto”, quasi sorpassato e ininfluente nella vita e nelle scelte delle persone. Tranne che per alcuni momenti la pratica religiosa sembra non molto vissuta; i più giovani soprattutto non trovano più, nelle comunità parrocchiali, un riferimento significativo per la loro vita e la loro crescita. La scarsità numerica delle vocazioni e l’età anziana di molti presbiteri, a cui esprimo particolare gratitudine per la loro generosa testimonianza, impedisce, su un territorio molto esteso, la capillarità di una presenza che si vorrebbe e potrebbe essere diversa. Abbiamo bisogno, approfittando del tempo sinodale, di dare forma nuova alle nostre comunità, perché siano assicurati cammini di annuncio e maturazione cristiana, celebrazioni dignitose e gioiose dell’Eucaristia domenicale assieme agli altri Sacramenti e una vita di carità che non ci faccia passare oltre i bisogni e le povertà materiali, morali e spirituali del nostro tempo e della nostra gente, che spesso corre il rischio di smarrire il senso cristiano della vita. Vale la pena, però, essere tutti convinti che non sarà una nuova strutturazione ecclesiale con relativa denominazione a cambiare le cose, ma soltanto una rinnovata relazione tra di noi potrà permettere e facilitare l’individuazione di nuove modalità e configurazioni, che sono e restano solo strumenti al servizio dell’unico fine di una comunità cristiana: far incontrare la gente di oggi con la potenza del Vangelo che ci è affidato. Questo compito, dunque, non può essere demandato al solo clero. È un compito di tutti.

Come procedere?

Grazie a Dio siamo inseriti nella Tradizione vivente della Chiesa! I solchi del Concilio Vaticano II non ci sono alle spalle, anzi! Né “indietrismi” né fughe in avanti, ci esorta spesso il Papa. Nuova e più forte deve essere la convinzione di non voler lasciar dietro di noi un terreno arido che, invece, necessita di cristiani coraggiosi, non lamentosi, qui e adesso, per una nuova e rinnovata evangelizzazione senza la quale rischiamo di consegnare, nel futuro, intere generazioni al paganesimo! Non abbiamo altro tesoro, altra perla, di cui essere fieri se non il Signore Gesù, morto e risorto per tutti, salvezza di ogni vivente e del cosmo intero. Non diamo per scontato nulla, nemmeno l’incontro con Cristo. Non sembri banale ripartire e rilanciare l’ABC della vita cristiana e, dunque, della vita comunitaria. Sì, ripartiamo dall’invito di papa Francesco che desidero diventi determinante:

Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore» (EG 3).

Il mandato missionario di Gesù porti a maturare il desiderio di una sequela viva e audace, ad accogliere la Parola del Vangelo che, ancor prima dell’ “Andate”, ci incoraggia con un “Venite”. La Chiesa in uscita non può dare per scontata la necessità della Chiesa in entrata, che fa perennemente esperienza di Gesù, il Crocifisso-Risorto e ne motiva i passi e i cammini, personali e comunitari, e perciò non vede l’ora di andare sino ai crocicchi del vivere umano per comunicare l’ardore del Vangelo a tutti.
Il cristiano di questo tempo deve fare dell’Adorazione di Dio il centro della sua vita, per attraversare un tempo popolato da varie idolatrie; in primis dall’egolatria che riguarda tutti. La Pasqua di Gesù ci è partecipata attraverso i Sacramenti, a cominciare dal Battesimo. Tutta la vita cristiana, in fondo, non è che il Battesimo preso sul serio, senza “se” e senza “ma”, origine di una figliolanza e di una fraternità che, come dono e responsabilità, esige di declinarsi nella personale vocazione affidataci dal buon Dio e che ha come mèta non un qualche compito verso gli altri ma la santità stessa.
Questo cammino teologale che ha in Dio la sua fonte e il suo culmine è anche cammino ecclesiale e non può non esserlo.

Vorrei che questa traccia e il cammino dei prossimi anni avessero come sfondo tutta la Evangelii Gaudium che papa Francesco ha affidato alla Chiesa universale (2013) e riconsegnato alla Chiesa italiana (2015), lasciandoci orientare dai cinque verbi indispensabili per una Chiesa che voglia essere (e non solo dirsi!) in uscita: «Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano» (EG 24).

Avere ben presente anche le “Tentazioni degli operatori pastorali” (cap. 2 della EG, nn. 76-109) come stimolo per prendere coscienza del nostro compito senza mai dimenticare che «le sfide esistono per essere superate. Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione piena di speranza!» (papa Francesco ai partecipanti all’Assemblea generale USMI, 13 aprile 2023).
Desidero che le nostre comunità, laici e presbiteri e diaconi, con i consacrati, insieme a partire da questi “verbi”, verifichino a che punto è questo dinamismo nella vita comunitaria, cosa lo frena e soprattutto come farlo ripartire al più presto, senza fermarci solo alle analisi; evitiamo di piangerci addosso perché così non si va da nessuna parte. Occorre cambiare prospettiva! Non ci è chiesto di essere spettatori dello status quo, di stare alla finestra o decantare i tempi andati. Ci è chiesto di comprometterci con il Vangelo che ha una capacità attrattiva unica e che spesso è schermato non solo dall’indifferenza degli altri ma pure dalla nostra! Occhi nuovi e un rinnovato stupore sostituiscano il tarlo dell’abitudine e dell’apatia. Dio è sempre capace di aprire varchi: l’ha fatto anche nel deserto o sulle grandi acque (cf. Sal 136,16). Perché non dovrebbe farlo con noi e per noi? È il Dio che libera, guarisce, risana, risuscita, con una preferenza indiscussa per chi resta sempre indietro. Riscopriamo di essere chiamati a vivere una Chiesa che sia casa e Madre per tutti, dalle porte aperte, più simile alla “casa paterna” che alla “dogana della grazia” (cf. EG 47).

Anzitutto e sempre… a contatto con la Parola

Provvidenzialmente sarà il Vangelo di Marco a guidarci in questo anno liturgico B. E sia proprio l’anno liturgico, vero e proprio itinerario di salvezza, con la ricchezza dei testi biblici ed eucologici, a segnare il cammino delle nostre comunità: un vero cammino di discepolato dietro a Cristo, Maestro e Signore della vita e della Chiesa. La comunità dei credenti, infatti, mentre lo riconosce nelle Sacre Scritture e nel Pane eucaristico, si dispone nella quotidianità dell’esistenza, ad indossare realmente il grembiule del servizio per essere sale della terra e luce del mondo. La Sacrosantum Concilium, al n. 102, ci ricorda che

La santa madre Chiesa nel corso dell’anno distribuisce tutto il mistero di Cristo dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore. Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, le rende come presenti a tutti i tempi e permette ai fedeli di venirne a contatto e di essere ripieni della grazia della salvezza.

L’Anno liturgico sia la vera traccia anche della nostra vita spirituale, personale e comunitaria!

Marco ci riconsegna un Vangelo, che pur nella sua essenzialità, è affascinante e propulsivo, capace sempre di indicarci un oltre; un Vangelo misterioso e sconcertante che ci mostra un Dio senza “effetti speciali”; un Vangelo impegnativo e non scontato che ha nella sequela la condizione per poterlo annunciare.
Presi per mano da Marco arriveremo anche noi, strada facendo, a capire chi è Dio non prima, ma solo, come il centurione, sotto la croce, vedendolo morire in quel modo (cf. Mc 15,39)?

Accanto al cammino annuale di Marco, con gioia vi affido il Prologo della Prima Lettera di san Giovanni Apostolo (1,1-4); vorrei fosse l’icona fondamentale dell’anno. Mi è sembrato da subito che in questi pochi versetti si condensino, inseparabilmente, lo stupore per l’incontro con il Verbo della vita e l’esperienza comunitaria-sinodale che trova qui le motivazioni profonde di un annuncio fatto insieme, starei per dire “a più mani”, “a più occhi”, “a più bocche”:

1 Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - 2 la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi, 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

L’Apostolo Giovanni, sguardo d’aquila, offre questo incipit meraviglioso, parole che trasudano bellezza, scritte molti anni dopo aver dimorato con Gesù, il Verbo fatto carne. eppure, il tempo non ha corroso né logorato lo stupore delle origini, della prima ora. Anzi, proprio annunciandolo, questo Vangelo si diffonde sempre più fino ad arrivare a noi. C’è una “staffetta”, una corsa del Vangelo (e degli evangelizzatori!) che deve essere riconsegnata continuamente perché la sua forza d’urto non solo non conosca interruzioni ma raggiunga ancora ogni uomo e ogni donna di ogni tempo. Questo impegno per la Chiesa non può essere un optional. È il suo principale compito. «L’evangelizzazione è la ragion d’essere della Chiesa, la dolce confortante gioia di evangelizzare» (San Paolo VI).
È singolare notare che nel testo non ci sono prescrizioni o norme, ma la condivisone di una esperienza di quell’ “in principio” che affonda le sue radici nell’ “in principio” della creazione e in quel principio dell’esperienza cristiana che è data dall’incontro con Gesù.
E nell’annuncio si desidera consegnare ciò che è decisivo e fontale. Poi tutto il resto, ma non senza questo. Provvidenziale si mostra anche il “Principio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio” richiamato da subito dal secondo evangelista (cf. Mc 1,1).
La comunione che ne discende non è ricercata attraverso sforzi puramente umani e tecniche di convivenza, ma è annunciata come possibilità colma di grazia, offerta a chi è raggiunto dalla bella notizia di “ciò che era da principio”. La fede, come l’amore, se ti attraversa lascia il segno.
Nel coro del “noi” sono presenti coloro che hanno visto Gesù nell’unicità e irripetibilità della sua vicenda storica; ci sono poi coloro che permettono al noi della Lettera di poggiare al noi dei testimoni oculari. Se è vero che il vedere-udire-toccare sono conclusi e ormai lontani di duemila anni, la vita che ne è scaturita continua nel tempo raggiungendo anche noi, addirittura attualizzandosi ogni qual volta la Parola viene proclamata nella Liturgia della Chiesa.
Il testimoniare e l’annunciare narrano l’oggi della comunità che esige fedeltà e franchezza e freschezza! Non c’è comunione senza cogliere questa “coralità” di voci che insieme ci riportano alla Sorgente, a cui sempre dobbiamo risalire, pena l’inaridimento. E la gioia diviene il frutto maturo della comunione stessa.
Le nostre comunità e in esse ciascun battezzato sono chiamate a interrogarsi su quanta consapevolezza ci accompagna nel far parte di questo “coro”, dentro un noi ecclesiale, che superato il rischio di inopportune chiusure, fa sì che sia l’humus, permanente e imprescindibile di una esperienza radicata non certo sulle emozioni del momento, sulle persone che lo animano, su un certo benessere psicologico ma su qualcosa di molto più profondo. Gli operatori pastorali prendano sul serio questo interrogativo al fine di impedire che il servizio ecclesiale perda la sua linfa, correndo il rischio di costruire una comunità efficiente ma non significativa, “bella ma senz’anima”.
Ravviviamo questa coralità e come suggeriva S. Ignazio di Antiochia studiamoci sempre di “fare coro”.
Il Prologo della Prima Lettera di Giovanni, che non a caso la Chiesa proclama e ascolta nell’Ottava di Natale, ci ricordi davvero che la fede è il caso serio della vita e che la comunione, prima che essere nostro desiderio o sforzo, è chiamata della Trinità stessa di Dio.
Beate le nostre comunità se, con coraggio e semplicità, manifesteranno e renderanno più visibile il desiderio e la scelta di questa comunione, superando divisioni e campanilismi, cordate e disgregazioni. In questo tempo popolato da tanti individualismi e frammentazioni se non è la Chiesa a rendere questo particolare servizio alla comunione, per la sua specifica identità e missione (LG 1), chi lo farà al suo posto?
Esorto caldamente le comunità e i confratelli presbiteri a non limitarsi ad offrire solo l’esperienza della celebrazione eucaristica domenicale ma a prevedere per gli adulti, i giovani e le famiglie un tempo di annuncio, di incontro comunitario (al massimo ogni due/tre settimane). Suggerisco che in questo incontro, accompagnati sempre dalla Parola, si possano prendere, di volta in volta, alcuni spunti offerti da questa semplice traccia arricchendola con le esperienze delle diverse realtà comunitarie, tutte utili e importanti con cui viviamo il nostro essere Chiesa.
Approfitto per incoraggiarci a vivere l’Eucaristia domenicale e la Liturgia in generale con la dovuta dignità, evitando fretta e superficialità, tenendo molto anche al decoro degli ambienti e delle suppellettili sacre. Le celebrazioni preparate con cura e sobrietà, al di là di ogni formalismo, non conoscano improvvisazione.
È utile ricordare più spesso che

La domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun’altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico (SC 106).

Ai fedeli delle comunità chiedo di comprendere appieno che a causa delle poche vocazioni, in prospettiva futura si dovranno facilitare le possibilità di celebrazioni con altre comunità viciniori (mi riferisco anzitutto ai piccoli centri) in modo che le stesse siano partecipate e ben animate, nelle quali la Parola di Dio sia ben proclamata, e anche i canti, opportunamente scelti, contribuiscano a partecipare gioiosamente soprattutto alla Pasqua settimanale. Certamente la presenza del gruppo liturgico potrà essere un valido aiuto anche per evitare che tutto ricada su chi presiede e su pochissimi altri.
Si eviti di dare alle celebrazioni un carattere privato. Sempre attuale il vecchio adagio “Meno messe, più Messa”.

Al ritmo dell’Anno liturgico

Dall’umiltà dell’Incarnazione alla carità della Passione (FF 467) per dare senso ai nostri giorni e alle nostre notti…

Tempo di Avvento e Natale

Quello che abbiamo udito… Quello che abbiamo veduto…

Dio grande e misericordioso, che tra gli umili poni la tua dimora, concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché, sull’esempio di Maria, accolga il Verbo della vita e, come madre gioiosa, lo consegni all’attesa delle genti.
(Colletta alternativa della IV Domenica di Avvento)

Le profezie solcano il tempo dell’attesa e lo preparano ad accogliere il Messia, oltre ogni umano desiderio. Giovanni il Precursore e la Vergine Madre rappresentano il miglior modo di accogliere il Mistero di Dio e di portarlo nella vita, facendogli strada. Ancora oggi alla Chiesa è chiesto di preparare le vie al Signore che non smette di venire verso di noi e, contemporaneamente, di cercarlo con la stessa intensità dei Pastori e dei Magi.
Si potrebbe cominciare il nuovo Anno liturgico con la preghiera in comune dei Primi Vespri di Avvento, il 2 dicembre, magari tra le comunità più vicine.
Auspico che si possa riprendere in mano, magari comunitariamente, la Lettera Admirabile Signum di Papa Francesco provando a far proprio l’auspicio a realizzare un presepe in ogni casa, come anche nei luoghi di cura e laddove si riterrà possibile, evitando che diventi un motivo di divisione e di contrapposizione.
Le famiglie abbiano cura di dedicare del tempo a preparare il presepe, a sostare davanti ad esso, specie nei giorni della novena come anche nei giorni successivi al Natale, per una preghiera da tenersi a fine giornata affidando alla Famiglia di Nazareth le attese e le fatiche del proprio vissuto come anche le attese di pace e di giustizia che salgono da tante popolazioni schiacciate dal prolungarsi dall’orrore delle guerre. Il canto degli Angeli nella notte del Natale ci faccia dono di scelte irreversibili di pace, sin nei rapporti più ordinari.
La notte di Natale di quest’anno è davvero particolare: ottocento anni fa nella nostra Valle santa, a Greccio, Francesco inventò il Presepe!
Esorto le comunità parrocchiali, nel tempo natalizio, meglio se nell’Ottava, a radunarsi per un momento di contemplazione, di ascolto e di preghiera dinanzi al presepe per gustare il mistero dell’Incarnazione.
Non manchi la possibilità di vivere un momento gioioso da parte di tutta la comunità, anche attraverso la condivisione di un pranzo al quale invitare alcune persone che vivono situazioni di difficoltà.
Si riservi una particolare attenzione, in questo tempo forte di attesa, alle famiglie che aspettano un figlio. Anche nella domenica dedicata alla Famiglia di Nazareth, le celebrazioni eucaristiche non manchino di sottolineare l’importanza di pregare per e con le famiglie della comunità, senza dimenticare quelle che vivono il dramma della lacerazione al loro interno o un momento di particolare difficoltà.
La contemplazione del Mistero del Verbo fatto carne diventi motivo per dare “carne” a quanto celebrato e annunciato. Le comunità cerchino di rispondere in maniera generosa alle iniziative di fraternità che la Caritas diocesana avrà modo di proporre. Facciamo in modo che quanti vivono situazioni di grave disagio sperimentino la nostra prossimità.

Tempo di Quaresima e Pasqua

Quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono

Tu riapri alla Chiesa la strada dell’esodo attraverso il deserto quaresimale, perché ai piedi della santa montagna, con il cuore contrito e umiliato, prenda coscienza della sua vocazione di popolo dell’alleanza, convocato per la tua lode nell’ascolto della tua parola e nell’esperienza gioiosa dei tuoi prodigi.
(Prefazio V di Quaresima)

Il cammino dell’Esodo resta paradigmatico anche per noi oggi. Il cammino del discepolo è sempre un cammino di conversione. Si tratta di passare dall’Egitto alla Terra promessa, dal deserto al Tabor, da ciò che deturpa in noi e negli altri l’immagine di figli e di fratelli a ciò che permette di far abitare in noi i tratti stessi di Gesù, il Figlio amato. È così che si fa Pasqua, divenendo creature nuove.
Interroghiamoci seriamente su quale radicale conversione il Signore sta chiedendo a ciascuno di noi/alle nostre famiglie/alla nostra comunità parrocchiale e diocesana? Il metodo della conversazione spirituale potrà essere di aiuto per tale motivo e potrebbe aiutarci sempre più nelle nostre comunicazioni comunitarie.
Coordinati dal Servizio di Pastorale giovanile, incontrerò i giovani nelle vicarie per la Lectio divina quaresimale.
Almeno un appuntamento della Via Crucis sia condiviso preferibilmente con altre comunità. Il Venerdì Santo a Rieti la presiederò con tutte le comunità della Città.
Anche in questo tempo le comunità si adoperino a rispondere in maniera fattiva e generosa alle iniziative di carità che la Caritas diocesana avrà modo di proporre.
Esorto i presbiteri e i diaconi a preparare bene le comunità a celebrare il Triduo Santo. Si faccia attenzione anche a tutte quelle realtà (ospedale, case di riposo, ecc.) dove è possibile celebrare i Divini Misteri affinché nessuno si senta escluso dalla grazia della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Anche agli anziani che vivono in casa sia riservata particolare attenzione.
La Messa crismale il mercoledì santo sia ampiamente partecipata, coinvolgendo anche i giovani.
Nel tempo di Pasqua le comunità parrocchiali saranno coinvolte per gli incontri sinodali organizzati a livello vicariale con la presenza dell’equipe sinodale e mia.
Le comunità curino la celebrazione dei bambini che riceveranno la prima volta il Sacramento dell’Eucaristia, coinvolgendo le famiglie nel centrare gli aspetti più profondi di quanto la Chiesa propone, mostrando loro la necessità di una vita autenticamente cristiana. Le celebrazioni siano belle, semplici, sobrie, animate in modo da aiutare i bambini e le famiglie a pregare ed entrare nel mistero che si sta vivendo. Sia anche così per la celebrazione delle Cresime.
Invito tutti alla celebrazione della Veglia diocesana di Pentecoste. Una particolare attenzione sarà riservata ai cresimandi e ai cresimati dell’anno.

Tempo Ordinario

Diamo testimonianza e vi annunciamo

Da te riceviamo esistenza, energia e vita: ogni giorno del nostro pellegrinaggio sulla terra è un dono sempre nuovo del tuo amore per noi e un pegno della vita immortale, poiché possediamo fin da ora le primizie dello Spirito, nel quale hai risuscitato Gesù Cristo dai morti, e viviamo nell’attesa che si compia la beata speranza nella Pasqua eterna del tuo regno.
(Prefazio Tempo Ordinario VI)

Il tempo ordinario, lungi dall’essere un tempo meno importante, è il tempo della fedeltà nell’amore. È il tempo in cui i doni di Dio crescono e ci maturano, provocano a considerare in profondità la grazia di essere e vivere da battezzati, ciascuno secondo la propria vocazione.
L’esperienza dell’incontro col Verbo della vita generi anche in noi la passione per un annuncio bello della vita cristiana e diventi coinvolgente anche per i tanti che si tengono ai margini della comunità, ai quali va rinnovato l’invito a partecipare, magari risanando alcune situazioni che nel tempo si sono create e che hanno compromesso l’armonia.
La prossima Domenica della Parola (21 gennaio 2024) che vogliamo vivere non “una volta all’anno”, ma “una volta per tutto l’anno”, può diventare l’occasione privilegiata per riaffidare ai credenti l’importanza della conoscenza della Sacra Scrittura, anche oltre i soliti momenti e ambienti; per quanti non la conoscono del tutto sia occasione di trovare nelle comunità parrocchiali la possibilità di innamorarsene.
Alcune Giornate particolari saranno organizzate
per i fidanzati
per i ministranti
per le famiglie

Le feste religiose siano momenti di comunione ecclesiale e civile, sono strumenti per riannodare legami familiari, rafforzare relazioni di appartenenza comunitaria. Si faccia in modo che le feste tengano conto delle esigenze di tutti, dai più piccoli agli anziani. L’organizzazione dei diversi momenti religiosi sia sempre concordata con l’ufficio liturgico diocesano, prima di ufficializzare il programma.
Una maggiore spiritualità unita a scelte caritative aiuteranno a recuperare sobrietà e ad evitare sprechi inutili, veicolando meglio ciò che si andrà a proporre e vivere.
Si osservi quanto raccomandato dalla diocesi in materia di sicurezza e responsabilità, sapendo che la responsabilità prima è in capo al parroco o al legale rappresentante.
Vista l’esperienza della scorsa estate propongo che le processioni, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, si svolgano preferibilmente nel tardo pomeriggio-sera di modo da non creare problemi soprattutto per la salute dei più anziani. I portatori vengano adeguatamente preparati e i comitati partecipino loro per primi ai momenti di spiritualità.
Durante il periodo estivo non venga meno la partecipazione alla Celebrazione eucaristica domenicale e siano proposte dalle comunità parrocchiali maggiori iniziative di animazione e aggregazione, rivolte ad ogni età: dagli oratori ai campi scuola per i bambini, i ragazzi e i giovani; alcune iniziative che possono interessare le famiglie e gli adulti; alcune attività o serate che possano coinvolgere gli anziani. Siano più coinvolti i genitori nel mettersi accanto ai più piccoli della comunità. Si abbia uno sguardo particolare anche per i ragazzi con diversabilità.
Camminiamo insieme con due attenzioni particolari: l’Ottavo Centenario del Presepe e della Regola e il Cammino sinodale

L’Ottavo Centenario del Presepe e della Regola Bollata accompagnino questo anno e il cammino sinodale, con la sua fase sapienziale. Quest’ultimo sia da ora e per il futuro il nostro modo ordinario di essere Chiesa.
C’è una gratia loci offerta in particolare alla nostra Chiesa diocesana. I quattro Santuari francescani, e il loro messaggio con il quale Francesco parla al cuore di noi tutti e di molti pellegrini, diventino luoghi privilegiati dove anche i turisti, attraverso una semplice visita, abbiano la possibilità di vedere accolte le loro domande di senso e incontrando le comunità che lì si riuniscono, ricevere la possibilità di poter vivere un momento significativo di spiritualità e preghiera e soprattutto avere l’opportunità di celebrare il Sacramento della Riconciliazione.
Gli anniversari che riguardano direttamente la nostra Valle li vivremo con la Famiglia francescana, partecipando ad alcuni eventi che assieme saranno proposti e organizzati. Viviamo questo tempo di grazia come occasione per ritornare all’essenziale di un messaggio mai invecchiato e che chiama tutti noi battezzati a vivere “secondo la forma del santo Vangelo” (FF 1432).
Proprio l’anniversario dell’invenzione del Presepe mi ha spinto a prendere in prestito il titolo di questa traccia da Papa Francesco “Dare carne al Vangelo”. Nell’omelia della Festa di Nostra Signora di Guadalupe del 2016, il Pontefice così affermava:

Celebrare Maria è, in primo luogo, fare memoria della madre, fare memoria che non siamo né mai saremo un popolo orfano. Abbiamo una Madre! E dove è la madre c’è sempre presenza e sapore di casa. Dove è la madre, i fratelli potranno litigare ma sempre trionferà il senso dell’unità. Dove è la madre non mancherà la lotta in favore della fraternità. Sempre mi ha impressionato vedere, in diversi popoli dell’America Latina, quelle madri lottatrici che, spesso da sole, riescono a mandare avanti i figli. Così è Maria con noi, suoi figli: Donna lottatrice di fronte alla società della sfiducia e della cecità, di fronte alla società della indolenza e della dispersione; Donna che lotta per rafforzare la gioia del Vangelo. Lotta per dare “carne” al Vangelo.

Sull’esempio di Maria, come Chiesa siamo chiamati anche noi a dare carne al Vangelo, qui e ora. Al di là delle diverse iniziative che saranno organizzate auguro che ci si possa sentire rapiti dallo stesso desiderio di Francesco d’Assisi di vedere con i propri occhi il Verbo che si è fatto carne, i disagi che ha vissuto per poterlo cercare e ritrovare oggi nella bellezza della Scrittura, nella celebrazione dei Divini Misteri e nella Carità operosa.

Da Greccio … l’incontro che fa brillare la vita

Le Fonti Francescane (467-471) offrono la possibilità di assaporare la gioia di quell’evento lontano nel tempo ma che ancora oggi fa respirare meraviglia proprio nella sua povertà e semplicità. Il desiderio di Francesco affidato a Giovanni il Velita è molto chiaro:

Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello.

Ed è così che, grazie all’amico Giovanni, Greccio diviene con il poverello d’Assisi una nuova Betlemme, foriera di gioia ed esultanza, tanto che il Santo si leccava le labbra quando parlava del Bambinello, tanto gli era dolce quel Nome.
Carissimi, questo ricordo storico deve incoraggiare tutti noi a ricentrarci in Cristo, ad assaporare la gioia che solo lui sa dare alle nostre vite; una gioia imperitura che continua a darsi anche oggi e che desidera raggiungere tutti. Ne avvertiamo un grande bisogno. In nessun altro e in nessun’altra cosa potremo sperimentare la stessa gioia provata da San Francesco!

Con quale intensità-passione-gioia annunciamo questo nostro incontro?

Su questa domanda e più in generale sull’impegno impegno missionario, invito l’Area dell’Evangelizzazione, coinvolgendo soprattutto i catechisti delle diverse fasce, a sviluppare questo interrogativo e a porre segni nuovi e concreti e soprattutto adatti ai tempi e agli ambienti di vita.

Credere significa andare alla scuola di Cristo con il pensiero, con il cuore, con il sentimento di ciò che è giusto e non giusto, con tutto quanto compone l’esistenza umana. Pensiamoci: la nave viaggia su una rotta sbagliata. In tal caso, a chi è sulla nave non serve a nulla andare da destra a sinistra o installare un apparato al posto di un altro; tutta la mole deve dirigersi su una rotta diversa. La fede è dunque un processo, un ammaestramento, una trasformazione, in cui gli occhi sono creati a nuovo, i pensieri sono orientati diversamente, i criteri stessi sono ridimensionati.
(Romano Guardini, Il Signore, Milano-Brescia 2005, 388-389)

Questi occhi creati a nuovo di cui ci parla Romano Guardini mi fanno pensare ancora una volta a San Francesco. Un modo originale per poter significare non tanto una ripartenza ma la ripartenza fondamentale della vita solcando, quasi in maniera indelebile, uno spartiacque fra un prima e un dopo. È la vicenda stessa di Gesù di Nazareth, in tutta la sua ampiezza e densità, a dipanarsi nella biografia del Poverello, segnandone diversamente le ombre e le luci, i tempi e gli spazi, tutti preziosi perché co-abitati dalla Grazia che, come scrive l’Apostolo, sembra sovrabbondare maggiormente dove prima il peccato e l’insensatezza aveva il sopravvento (cf. Rm 5,20).
Gli occhi creati a nuovo trovino nel laboratorio interiore della coscienza il mistero di una ri-creazione che fa scorgere la bellezza di Dio, anche lì dove Dio sembra aver fatto perdere le sue tracce, in un rivelarsi e nascondersi, per un ulteriore svelamento inedito, noto solo alla Grazia di Dio.
Ora nel lebbroso, poi nel Crocefisso di San Damiano, ora nella contemplazione del Bambinello a Greccio come nella contemplazione della Passione e del creato, passando per l’esperienza fraterna, anche cecuziente, Francesco ha tenuto aperti gli occhi e sostiene ancora oggi, con un messaggio mai superato, lo sguardo aperto della comunità cristiana, come pure di tanti uomini e donne in ricerca, verso quelle tracce di Infinito che chiedono di essere riconosciute e percorse con originalità, senza scimmiottamenti, ma con audacia anche perché di occhi creati a nuovo si sente tremendamente il bisogno in questo tempo di forte “carestia umana e spirituale”.
Dopo gli eventi del Centenario, come Chiesa locale, chiediamoci come rilanciare questo messaggio anche ripensando insieme il lavoro prezioso svolto attraverso le diverse iniziative de La Valle del primo presepe.

Il cammino sinodale. Mai da soli!

Più volte il Santo Padre ci sta ripetendo che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Abbiamo bisogno di “fiutare” insieme ciò che lo Spirito dice alla Chiesa, alla nostra Chiesa diocesana. Non è facile vivere la sinodalità soprattutto, dobbiamo ammetterlo, perché provoca tutti a ri-metterci in gioco, uscendo dai nostri individualismi. È l’appello ad una comunione più autentica e sincera, tra clero e laici, tra le diverse comunità, aprendoci agli altri, a tutti gli altri. E anzitutto ci è chiesto un maggior ascolto di Dio, della sua Parola e dei segni dei tempi, appelli significativi alla nostra coscienza credente.
Ci apprestiamo a vivere un altro tratto di strada, sempre insieme: la fase sapienziale, seconda tappa del cammino sinodale delle Chiese in Italia, che si concluderà a livello nazionale nel prossimo aprile 2024.
Il cammino delle Chiese che sono in Italia è stato strutturato, come sappiamo in tre fasi: narrativa, sapienziale e profetica. Sono fasi non separate, che si richiamano circolarmente: la fase narrativa ha già fornito diversi spunti di riflessione in uno scambio sempre più aperto anche oltre le proprie comunità; nella fase attuale sarà importante cimentarsi nel discernimento, anche in vista dell’ultima fase in cui dovranno iniziare a prendere forma alcune decisioni, frutto del cammino svolto, magari maturando delle fattive progettualità.
La nostra Chiesa diocesana ha scelto un cantiere particolare su cui lavorare: quello delle solitudini. È emerso da tanti ascolti il bisogno di non omologarsi a certe tendenze che ci portano a rinchiuderci, a rifugiarci nella propria comunità a scapito di quella diocesana, ad ascoltare i bisogni dei più giovani e degli anziani che talvolta nei nostri territori soffrono una solitudine doppiamente dura.

Il discernimento porta con sé un necessario rinnovamento anche delle nostre strutture, dei nostri modi di fare, divenendo capaci di percorrere sentieri nuovi. Le comunità potranno concretamente chiedersi quali sono state, negli ultimi anni, quelle modalità operativo-missionarie che hanno aiutato la comunità ad aprirsi, a crescere, ad allargarsi? Quali coinvolgimenti abbiamo messo in atto per raggiungere coloro che ordinariamente non si sentono coinvolti? Contemporaneamente occorrerà mettere da parte alcune modalità che ormai da tempo non portano più frutto, che sono sorpassate, soprattutto quelle che non hanno nulla a che fare con una mentalità evangelica ed ecclesiale. Non si abbia paura di iniziare a muovere passi nuovi non certo per amore della novità. È per questo che il discernimento deve essere davvero sapiente; pertanto, invochiamo con più fiducia lo Spirito perché ci indichi il meglio.

La fase sapienziale ha il compito di individuare le scelte possibili per camminare sempre e meglio con il Signore e con i nostri fratelli e le sorelle, animati da amore vicendevole e verso tutti per una più incisiva testimonianza di Cristo nella storia. Nessun discernimento sarà possibile senza lasciarsi ispirare dallo stile del Maestro: il suo modo di “fare sinodo” può diventare il nostro!
Cinque sono i macro-temi sottoposti all’attenzione della 77ª Assemblea Generale della CEI (22-25 maggio 2023) e all’Assemblea dei referenti diocesani (25-26 maggio 2023):

  • la missione secondo lo stile di prossimità
  • il linguaggio e la comunicazione
  • la formazione alla fede e alla vita
  • la sinodalità permanente e la corresponsabilità
  • il cambiamento delle strutture

I soggetti da coinvolgere nel discernimento diocesano sono molti. Oltre ai gruppi sinodali sul territorio sarà necessario coinvolgere:

  • i consigli pastorali,
  • i consigli per gli affari economici,
  • il consiglio presbiterale,
  • gli organismi di curia,
  • le parrocchie,
  • le associazioni
  • le aggregazioni laicali,
  • le comunità religiose, ecc.
  • L’equipe sinodale potrà svolgere un ruolo importante di raccordo tra questi soggetti ecclesiali.

Poiché come Chiesa di Rieti dal cammino sinodale dovremo preparare il terreno per una riorganizzazione e ridefinizione territoriale e ministeriale delle comunità cristiane, per poter meglio servire il Vangelo, esorto tutti e ciascuno a non sentire come “facoltativa” la scelta del cammino sinodale. Non è lecito né per me, né per un presbitero o diacono, né per una comunità.
Si tratta di allargare intanto gli spazi e i tempi della comunione e per non rimanere sul vago chiedo a tutte le comunità parrocchiali di istituire (dove non presente) o rinnovare (dove siano passati 5 anni) il Consiglio pastorale, in modo che sia rappresentativo delle diverse componenti della comunità, avendo cura di coinvolgere anche le realtà più piccole.
Al più presto i parroci attraverso i vicari e la cancelleria diocesana riceveranno notizie utili per questa disposizione. Prima di “inventare” altre cose riprendiamo sul serio quanto la Chiesa nel post Concilio ha fortemente raccomandato. Accanto al Consiglio Pastorale non manchi in nessuna comunità il Consiglio per gli affari economici. Si provvederà anche ad avviare il rinnovo dei Consigli diocesani.
Siano favorite, il più possibile, iniziative comuni a livello vicariale e/o della zona pastorale. La comunione è la prova del nove di tante realtà di cui parliamo sempre. Meglio pochi passi ma fatti insieme che tanti fatti da soli.
Continueranno nel tempo pasquale gli incontri sinodali nelle cinque Vicarie assieme all’equipe sinodale che culmineranno nella Veglia diocesana di Pentecoste che celebreremo il prossimo il 18 maggio 2024.

Agli uffici di curia chiedo la disponibilità a coordinarsi, entro le tre Aree costituite da tempo, per:

  • favorire maggiormente un aiuto particolare anzitutto alle Comunità parrocchiali e in sinergia con le Associazioni e i Movimenti ecclesiali, di concerto con il Consultorio e l’Osservatorio
  • far sì che questa Traccia prenda consistenza nella vita ordinaria della nostra Chiesa locale, preferendo questo ad iniziative e scelte sporadiche e individuali
  • supportare tutta la realtà diocesana, in dialogo con i territori, dando priorità alle comunità parrocchiali al fine di incentivare cammini e iniziative comuni, con uno sguardo più missionario.
    Essendo gli uffici di curia i primi chiamati ad una traduzione esemplare delle indicazioni del Vescovo, a servizio delle parrocchie e delle realtà ecclesiali, raccomando che si abbia cura di puntare sempre sulla condivisione delle iniziative, sin dalla loro ideazione e non a cose già definite.

Attraverso i responsabili delle tre Aree vengano raccolte e coordinate le proposte cercando una programmazione unitaria entro l’anno pastorale, senza disperdere la dimensione formativa che andrà rilanciata e raccolta mediante momenti comuni rivolti agli operatori pastorali delle parrocchie e delle varie realtà diocesane e che andranno successivamente a specificarsi per i diversi settori.
I momenti e le convocazioni diocesane abbiano la prevalenza su tutti gli altri momenti.
Chiedendovi un supplemento di pazienza si cercherà di programmare per tempo i percorsi del prossimo futuro.
Raccomando, infine, lo stile.
Mentre continuo la conoscenza della Diocesi e delle sue realtà, spero entro il 2025 di poter provvedere con l’aiuto del Consiglio presbiterale e pastorale a una rivisitazione complessiva degli uffici di curia perché siano rispondenti alle attese e alle richieste di aiuto auspicate dalle comunità e realtà ecclesiali.

Concludendo… un piccolo augurio reciproco

Nel viaggio compiuto poco tempo fa da papa Francesco in Mongolia, mi hanno fatto molto riflettere alcune sue parole, che ho sentito particolarmente toccanti e adatte anche per noi, mentre viviamo questo tempo, dono della bontà di Dio, alla luce del Mistero dell’Incarnazione, proiettati anche verso il prossimo Giubileo del 2025 che coinciderà anche con l’Ottavo Centenario della nostra Cattedrale:

Non abbiate paura dei numeri esigui, dei successi che tardano, della rilevanza che non appare. Non è questa la strada di Dio. La piccolezza non è un problema. Dio ama la piccolezza.

Beata la nostra Chiesa di Rieti se, ripartendo dal Mistero del Verbo fatto carne, contemplato e annunciato, farà crescere il desiderio di amare e servire Dio e la sua piccolezza. Se si fascerà col grembiule della tenerezza e, come il suo Signore, indugerà soprattutto con i più fragili, con gli ammalati, con i più poveri, con i migranti, con i più piccoli, con chi resta sempre indietro. Sono loro oggi la sua carne. Senza far chiasso. E senza dimenticarsi e vergognarsi della propria piccolezza. Perché Dio verrà ancora a visitarci!
Vi benedico di cuore, tutti e ciascuno, affidandovi alla Madonna del Popolo, a S. Giuseppe, ai nostri Santi Patroni S. Barbara e S. Felice, e a San Francesco.

A laude di Cristo. Amen!

Rieti, 30 settembre 2023
memoria di San Girolamo
+ Vito Piccinonna
Vescovo di Rieti

30-09-2023