Omelia del card. Domenico Battaglia in occasione del Giugno Antoniano Reatino

Fratelli e sorelle carissimi,
il Vangelo di questa sera comincia con un gesto quasi impercettibile.

Gesù alza gli occhi.

E vede.

Non passa oltre. Non attraversa la folla come si attraversa una strada. Non guarda da lontano, non guarda dall’alto, non guarda per giudicare. Guarda per amare.
Vide le folle, dice il Vangelo, e ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore.
Ecco, forse tutto comincia qui: da uno sguardo.
Prima delle parole, prima della missione, prima perfino della chiamata dei Dodici, c’è uno sguardo che si lascia ferire. Gesù vede la stanchezza nascosta della gente. Vede la fatica di chi cammina senza sapere dove andare. Vede il dolore che non fa rumore. Vede la solitudine, la paura, l’attesa.
E questa sera, qui a Rieti, nella festa di Sant’Antonio, il Signore ci chiede di ritrovare proprio questo: lo sguardo.
Perché ci si può abituare a tutto. Anche al dolore. Anche alla guerra. Anche ai poveri. Anche alla terra ferita. Ci si può abituare alle notizie, alle immagini, ai numeri. Ci si può abituare perfino ai bambini che muoiono sotto le bombe, se quei bambini restano lontani, se non hanno un nome, se non entrano davvero nel cuore.
Ma Gesù non si abitua.

Gesù vede.

E chi vede davvero non resta uguale.
Sant’Antonio è stato un uomo che ha imparato questo sguardo. Non ha guardato il Vangelo come una pagina da commentare, ma come un fuoco da attraversare. Non ha fatto della Parola un ornamento, ma una lama buona, capace di aprire il cuore e di guarirlo. Ha visto i poveri. Ha visto l’ingiustizia. Ha visto la fame. Ha visto la menzogna dei potenti quando si traveste da necessità.

E ha parlato.

Non per occupare il silenzio, ma perché il silenzio dei poveri non restasse senza voce.
Quest’anno, poi, la memoria di Antonio si intreccia con una memoria grande: gli ottocento anni dalla morte di san Francesco. Ottocento anni non sono soltanto una ricorrenza. Sono una domanda.
Che cosa resta di Francesco dopo ottocento anni?
Resta un uomo che ha preso il Vangelo alla lettera. Resta un cristiano che ha guardato il Crocifisso e ha capito che Dio non salva il mondo dall’alto, ma scendendo. Vede la fame, vede i poveri non un problema, ma una presenza. Resta un innamorato del creato, capace di chiamare fratello il sole, sorella l’acqua, madre la terra.
Francesco non ha spiegato il Vangelo: lo ha reso visibile.
E Antonio, in un certo senso, nasce da quella luce. La sua conversione francescana comincia quando incontra una testimonianza radicale, quando vede uomini che hanno preso sul serio il Vangelo fino al dono totale della vita. Antonio vede, e cambia strada.
Anche per lui tutto comincia da uno sguardo.
Vede una vita evangelica possibile.
Vede una parola che non resta parola.
Vede il Vangelo diventare carne.
E si lascia convertire.
Noi lo invochiamo spesso come il santo delle cose perdute. Ed è bello. È tenero. Gli affidiamo un oggetto smarrito, una chiave, una piccola ansia quotidiana. Ma questa sera chiediamogli qualcosa di più grande: Antonio, aiutaci a ritrovare gli occhi. Aiutaci a vedere come vede Gesù. Aiutaci a non diventare cristiani distratti.

Perché il primo miracolo, a volte, è accorgersi.
Accorgersi di chi ti vive accanto e non ce la fa più.
Accorgersi di un giovane che sorride, ma ha paura del futuro.
Accorgersi di un anziano che aspetta una visita.
Accorgersi di una famiglia che porta un peso senza dirlo.
Accorgersi dei poveri che non chiedono più, perché hanno imparato a non disturbare.
Accorgersi della terra, che geme mentre noi continuiamo a consumare.

Gesù vede e prova compassione.
Questa parola, compassione, non è un sentimento morbido. Non è una commozione passeggera. Non è la lacrima che scende e poi si asciuga senza cambiare nulla. Nel Vangelo la compassione è una forza. È il dolore dell’altro che entra dentro di me e mi mette in cammino. È Dio che mi toglie dal balcone e mi rimette sulla strada.
Gesù vede le folle e dice ai discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai”.
È sorprendente. Davanti alla stanchezza della gente, Gesù non dice: ormai è tutto perduto. Non dice: il mondo è troppo complicato. Non dice: salvi chi può.

Dice: servono operai.

Servono mani capaci di cura.
Servono cuori non addormentati.
Servono uomini e donne che non stiano alla finestra mentre la storia sanguina.
E poi chiama i Dodici. Li chiama per nome.
Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo…
Nomi concreti. Volti concreti. Storie concrete. Non eroi senza crepe, non uomini perfetti, non specialisti del sacro. Persone. Con le loro paure, i loro limiti, il loro entusiasmo, le loro contraddizioni.
Questo ci consola. Gesù non chiama i perfetti. Chiama i disponibili. Non chiama chi ha già capito tutto. Chiama chi accetta di camminare. Non chiama chi non ha ferite. Chiama chi, dalle proprie ferite, può imparare a fasciare quelle degli altri.
Sant’Antonio ha risposto così.
Aveva intelligenza, cultura, passione. Avrebbe potuto usare la parola per brillare. La usò per servire. Avrebbe potuto cercare un posto tranquillo nella vita. Scelse l’inquietudine del Vangelo. Avrebbe potuto farsi ammirare. Preferì far amare Cristo.
In questo, Antonio è davvero figlio di Francesco. Non per imitazione esteriore, ma per radice. Francesco gli consegna una via: il Vangelo sine glossa, senza addomesticamenti, senza sconti, senza ornamenti inutili. Antonio la percorre con la sua voce, con la sua intelligenza, con il suo ardore.
Francesco canta il Vangelo con la vita.
Antonio lo predica con il fuoco.
Ma è lo stesso fuoco.
E lo vediamo quasi sempre con il Bambino tra le braccia.
Ma non lasciamo che quell’immagine diventi soltanto dolce. È anche un’immagine esigente.
Perché se Dio si consegna come Bambino, allora nessuna fragilità può essere disprezzata.
Se Dio si mette nelle mani di un uomo, allora ogni vita fragile diventa sacra.
Se Dio sceglie la piccolezza, allora la grandezza del mondo è giudicata dall’amore con cui custodisce i piccoli.
Il Bambino tra le braccia di Antonio giudica le nostre guerre.
Giudica le economie che producono ricchezza e lasciano indietro i poveri.
Giudica le armi vendute come sicurezza.
Giudica le parole violente.
Giudica l’indifferenza con cui spesso proteggiamo la nostra tranquillità.
Non possiamo pregare il Bambino e abituarci ai bambini uccisi. Non possiamo portare Sant’Antonio nelle nostre strade e lasciare fuori dalla nostra vita chi ha fame, chi è solo, chi è straniero, chi è ferito. Non possiamo dire pace davanti all’altare e poi pensare che la pace sia un affare di altri.

La guerra non è destino. È fallimento.

E noi cristiani non possiamo rassegnarci. Possiamo essere umili, certo. Possiamo riconoscere che la storia è complessa. Ma non possiamo smettere di dire che ogni uomo è fratello, che ogni bambino è figlio, che ogni povero è carne di Cristo, che ogni popolo ha diritto alla pace.
Gesù, nel Vangelo, dopo aver chiamato i Dodici, li manda.

Andate”, dice.

Ecco la fede: uno sguardo che diventa strada.
Andate verso le pecore perdute. Andate ad annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Andate a guarire, a risollevare, a liberare, a scacciare il male.
Non è una missione astratta. È concreta. Guarire significa fasciare una ferita.
Risollevare significa restituire speranza a chi si sente finito.
Liberare significa aiutare una persona a non essere più prigioniera della paura, dell’odio, della solitudine.
Scacciare il male significa non lasciargli l’ultima parola nelle case, nelle città, nei popoli.
Antonio questo lo aveva capito. Il Vangelo non lo ha tenuto in biblioteca. Lo ha portato nelle piazze, nelle strade, davanti ai poveri e davanti ai potenti. La tradizione racconta che predicò perfino ai pesci. Forse perché, a volte, la creazione ascolta meglio degli uomini.
E forse oggi Antonio tornerebbe a predicare ai fiumi, agli alberi, ai campi, alla terra ferita. Non perché il creato debba convertirsi, ma perché noi impariamo ad ascoltare.
Qui, nella terra reatina, questo si comprende bene. Ci sono luoghi che evangelizzano in silenzio. Le montagne, le acque, i campi, la bellezza discreta di questa terra ci ricordano che non siamo padroni: siamo ospiti. Non siamo proprietari assoluti: siamo custodi.
E qui torna Francesco, con il suo Cantico. Non un canto ingenuo, non una poesia per anime leggere, ma lo sguardo riconciliato di un uomo che, proprio mentre porta nel corpo la fatica e la fine, continua a chiamare la vita “fratello” e “sorella”. Francesco muore cantando la fraternità del creato. Antonio predica questa fraternità con la forza della Parola. E noi, ottocento anni dopo, siamo chiamati a non tradirla.

La cura del creato non è un’aggiunta alla fede. È parte della compassione. Perché quando la terra viene ferita, i primi a pagare sono sempre i poveri. Quando l’acqua è avvelenata, quando il clima impazzisce, quando consumiamo senza misura, il conto arriva prima sulle tavole di chi ha meno difese.
E allora il Vangelo di oggi arriva alla sua parola più nuda, più limpida, forse più difficile:
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Tutto ciò che conta davvero lo abbiamo ricevuto.
La vita.
La fede.
Il perdono.
La terra.
Il pane.
Le persone che ci hanno amato.
Perfino questa festa, questa sera, questo respiro.

Siamo vivi perché qualcuno ci ha donato vita. Siamo credenti perché qualcuno ci ha consegnato la fede. Siamo qui perché una storia più grande di noi ci ha portati fin qui.
Allora perché trattenere? Perché vivere come proprietari impauriti? Perché difendere il nostro piccolo mondo come se fosse tutto? Perché avere paura di condividere?
Antonio ha ricevuto la Parola e l’ha donata. Ha ricevuto Cristo e l’ha annunciato. Ha ricevuto il Bambino e lo ha mostrato al mondo. Ha ricevuto l’amore e lo ha trasformato in pane per i poveri.
Questa è la domanda della festa: che cosa ne facciamo di ciò che abbiamo ricevuto?
Che ne facciamo del Vangelo?
Che ne facciamo della pace?
Che ne facciamo dei poveri?
Che ne facciamo della terra?
Che ne facciamo di Cristo?
Una festa cristiana non finisce quando si spengono le luci. Comincia quando si accende una responsabilità.
Quando torni a casa e guardi in modo nuovo chi vive con te. Quando fai pace con qualcuno. Quando dai tempo a una persona sola. Quando scegli una parola mite invece di una parola che ferisce. Quando consumi meno e custodisci di più. Quando spezzi il pane, invece di alzare muri.

Il Regno dei cieli è vicino così.

Non con il rumore del potere, ma con la forza mite del dono. Non con la grandezza che schiaccia, ma con la piccolezza che salva. Non con le armi, ma con il pane.
Le armi cercano nemici.
Il pane riconosce fratelli.
Ecco perché noi scegliamo il pane.
Scegliamo il Bambino.
Scegliamo il Vangelo.
Scegliamo la pace.

Sant’Antonio, santo delle cose perdute, questa sera aiutaci a ritrovare ciò che abbiamo smarrito davvero.
Aiutaci a ritrovare gli occhi di Gesù.
Aiutaci a ritrovare la compassione.
Aiutaci a ritrovare la gratuità.
Aiutaci a ritrovare il fratello.
Aiutaci a ritrovare il coraggio del Vangelo.
Tu che porti il Bambino, insegnaci a custodire ogni bambino.
Tu che hai amato i poveri, insegnaci a riconoscere Cristo nei poveri.
Tu che hai parlato alla creazione, insegnaci a custodire la terra.
Tu che hai predicato senza addomesticare la Parola, insegnaci parole vere e mani pulite.

E tu, Francesco, fratello universale, che dopo ottocento anni continui a indicarci la via della minorità, della pace, della fraternità con ogni creatura, aiutaci a non fare del tuo nome un ricordo innocuo. Aiutaci a farne ancora una volta una scelta.
Fratelli e sorelle, il Vangelo di questa sera ci lascia un movimento semplice, quasi un cammino in quattro passi.

Gesù vide.
Gesù ebbe compassione.
Gesù chiamò.
Gesù mandò.

Ora tocca a noi.

Vedere.
Avere compassione.
Lasciarci chiamare.
Andare.
Gratuitamente abbiamo ricevuto.
Gratuitamente doniamo.

Amen