Il silenzio, la luce e il camminare, i nomi e i rintocchi della campana. Sono i momenti della notte più lunga di Amatrice, quella tra il 23 e il 24 agosto. Quella in cui si ricorda l’attimo in cui la terra ha tremato, le case sono crollate, le vite interrotte. Sono passati dieci anni, ma il dolore non si è fatto meno intenso. E lo si vede dalle presenze numerose e composte, pronte ad attraversare di nuovo i luoghi della distruzione portando con se la luce di una candela: un modo per dire che nonostante tutto non si è spenta la fiamma della speranza.
Al di là dei traguardi ottenuti o ancora mancati, nella notte conta la presenza, l’esserci nel ricordo di chi non c’è più e per chi non c’è ancora. Non si veglia per celebrare, ma per dire che non si è definiti dal terremoto, che conta di più la volontà di vivere e rinascere dal filo che unisce le radici di ieri e l’alba del giorno nuovo che attende. La notte non è buia. Una luna grande e un cielo di stelle sono un presagio di luce e confortano un silenzio carico di significato. Si tace come ogni volta che occorre comprende sé stessi e gli altri, come si fa sempre quando si cerca un senso.
Per questo si è pregato prima di mettersi in cammino. E il senso pare emergere dalle piccole luci che riunite bastano a illuminare il cammino di tutti, dal suono collettivo dei passi che emerge nella notte. La processione porta al monumento ai caduti e i morti vengono nominati, evocati uno a uno. In risposta giunge un rintocco per ogni nome. Il metallo della campana risuona a lungo conferma una presenza. «I nostri cari continuano a dimorare nei nostri cuori e nelle nostre vite, a darci forza», spiega il vescovo Vito prima delle benedizione conclusiva. Una memoria viva, una grazia che fa di chi è stato strappato alla vita «un compagno di viaggio del nostro oggi», capace di annunciare l’essenziale: «Nessun passo fatto insieme è vano».

