Grazie, Presidente Mattarella

Un grazie sincero al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver scelto Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico.
Una scelta che ci onora e che, a dieci anni dal terremoto, assume per questa terra un significato che va ben oltre la pur importante dimensione istituzionale della giornata.

Grazie, Presidente, per essere tornato qui e per aver voluto porre ancora una volta al centro dell’attenzione del Paese Amatrice e tutti i territori segnati dal sisma. È un modo concreto per ricordare che la ricostruzione non appartiene soltanto a chi vive in questi luoghi, ma riguarda l’intera comunità nazionale.

Grazie anche perché ha scelto di farlo partendo dalla scuola.

È particolarmente significativo che, parlando di futuro, si sia scelto di guardare ai ragazzi, alla conoscenza, all’educazione. Ricostruire, infatti, non significa soltanto restituire edifici, strade e luoghi alla loro funzione. Significa ricostruire fiducia, relazioni, possibilità; significa creare le condizioni perché soprattutto i più giovani possano continuare a immaginare qui la propria vita e il proprio domani.

Ho ascoltato con particolare attenzione il richiamo a una scuola capace di essere all’altezza di un mondo che cambia velocemente e, nello stesso tempo, capace di custodire ciò che deve rimanere al centro di ogni cambiamento: la persona.
È un richiamo che sento particolarmente importante.

Il progresso, la tecnologia, l’intelligenza artificiale ci offrono possibilità straordinarie. Ma ogni innovazione acquista senso se continua ad avere come riferimento l’uomo, la sua libertà, la sua dignità, la sua capacità di pensare, di scegliere, di entrare in relazione con gli altri. Anche Mattarella, nel suo intervento, ha richiamato il primato della persona come criterio con cui orientare il progresso e lo sviluppo.

Mettere al centro la persona significa allora non perdere mai di vista il volto che abbiamo davanti. Significa ricordare che educare non è soltanto trasmettere conoscenze o fornire strumenti, ma accompagnare ciascuno verso la scoperta e la piena realizzazione di sé.

In questa prospettiva mi sembra particolarmente significativa anche l’espressione usata dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: “scuola dei talenti”. Una scuola, cioè, capace di riconoscere e valorizzare le potenzialità, le attitudini e le aspirazioni di ogni ragazzo e di ogni ragazza, senza lasciare che le condizioni economiche, sociali o territoriali di partenza diventino un limite alle possibilità di crescita.

È un modo concreto per dire che ogni persona porta con sé qualcosa di unico che la scuola è chiamata ad aiutare a scoprire e a far maturare. Il talento non come privilegio di pochi, ma come possibilità affidata a ciascuno; e il merito non come semplice competizione, ma come impegno a dare il meglio di sé.

E proprio da questa attenzione alla persona nasce anche una scuola davvero aperta a tutti, capace di accogliere le differenze, di favorire l’incontro, di creare legami laddove potrebbe nascere distanza. La miglior leva per l’integrazione ha definito la scuola il Presidente.

Una scuola che sappia conquistare la fiducia delle famiglie, accompagnare chi arriva da altri Paesi e chi, pur essendo nato e cresciuto qui, porta con sé storie, culture e appartenenze diverse. Una scuola che non costruisca recinti, ma renda possibile il riconoscimento reciproco.

Credo sia una delle sfide più importanti del nostro tempo: evitare che le differenze diventino separazione, che la paura generi diffidenza, che le nostre comunità si dividano in mondi che abitano gli stessi luoghi senza incontrarsi mai davvero.

La scuola può fare molto in questa direzione. Può aiutare a costruire comunità più unite, nelle quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto, accolto e partecipe.

Ed è ancora l’attenzione alla persona a chiederci di non dimenticare chi rischia di rimanere indietro, chi vive una fragilità, chi fa più fatica a trovare il proprio posto.

Mi piace, in questo senso, anche il Suo invito a considerare i ragazzi non semplicemente come destinatari della scuola, ma come protagonisti. Non sono soltanto il futuro che attendiamo: sono già parte viva del nostro presente e abbiamo bisogno della loro voce, delle loro domande, anche della loro capacità di metterci in discussione.

Per tutto questo, caro Presidente, grazie.

E vorrei rivolgere un invito anche alle nostre comunità: non lasciamo che questa giornata rimanga soltanto una bella giornata da ricordare.

Teniamo in debito conto le parole e le sollecitazioni che ci sono state affidate. Facciamole entrare nelle nostre responsabilità quotidiane: nella scuola, nelle famiglie, nelle istituzioni, nella Chiesa, nei luoghi nei quali ciascuno di noi è chiamato a costruire comunità.

A dieci anni dal terremoto sappiamo bene che ricostruire richiede tempo, tenacia, pazienza e soprattutto la capacità di continuare a credere.

Le ferite rimangono e non vanno dimenticate.

Ma una ferita non deve necessariamente avere l’ultima parola.

Può esserci ancora spazio per ripartire, per ricostruire, per ritrovarsi, per guardare avanti.

Ed è forse questo il grazie più vero che oggi possiamo rivolgerLe, Presidente: grazie per aver scelto ancora una volta di essere qui, accanto a una terra ferita ma viva, e per averci ricordato che mettere al centro la scuola significa, prima di tutto, mettere al centro ogni persona, riconoscerne il valore, scoprirne i talenti e offrirle la possibilità di farli crescere dentro una comunità che non lasci indietro nessuno.

Grazie, Presidente.

+ Vito Piccinonna
Vescovo di Rieti