Celebriamo la vitalità di un corpo vivo

Fratelli e sorelle carissimi,
Gentili Autorità,

permettetemi di manifestarvi la mia gioia nel presiedere per voi e in mezzo a voi questa Eucaristia. Sento di ringraziarvi uno ad uno senza dimenticare quanti impossibilitati ad essere qui presenti compongono per davvero la famiglia della Chiesa diocesana, in primis gli ammalati e i sofferenti.

Vivere questo momento solenne ci riempie il cuore di una profonda commozione che si fa gratitudine, meglio Eucaristia. Ottocentouno anni fa, nel 1225, Papa Onorio III consacrava e ungeva con il sacro Crisma queste mura, dedicandole per sempre al culto di Dio. Otto secoli. Ottocento anni di preghiere sussurrate tra queste navate, di lacrime asciugate, di gioie condivise, di generazioni di credenti che hanno varcato questa soglia cercando una luce per il proprio cammino. Davanti a una simile longevità, la prima tentazione potrebbe essere quella di volgerci indietro con nostalgia, contemplando questa Cattedrale come un magnifico monumento del passato, una splendida fortezza custode della memoria. Ma la nostalgia è la tomba della profezia perciò non ci basta.

Noi stasera, infatti, non celebriamo la sopravvivenza di un edificio di pietre. Celebriamo la vitalità di un corpo vivo. La liturgia odierna non ci invita a essere archeologi della fede, ma testimoni di una vita che continua. Perché la Chiesa non è un museo: è un corpo vivo con al centro Cristo. Senza di Lui saremmo una istituzione fra le tante, forse una generosa Ong ma non il Corpo di Cristo, ed è a questo siamo chiamati!
Possiamo dire, con un’immagine forte ma profondamente teologica, che il Vangelo è il codice genetico del cristiano. Come il DNA contiene in sé tutte le informazioni vitali che danno forma, salute e crescita a un corpo, così la Parola di Dio contiene il principio vitale, generativo della nostra identità come anche della nostra missione. Dal Vangelo emerge tutto il desiderio di Dio Padre che con la forza dello Spirito desidera condurci a pensare come Cristo, ad amare come Cristo, a guardare il mondo e a impegnarci nella storia con gli occhi e le mani di Cristo, arrivando ad assumere la piena maturità di Cristo, lasciando alle spalle il nostro essere carnali o appena neonati in Lui (cf. Paolo 1 Cor 3,1-9).

In questo “biologia dello Spirito”, quale ruolo gioca la nostra Cattedrale, ottocento anni dopo? Lo sappiamo, essa prende il nome dalla Cattedra. E la Cattedra del Vescovo non è il trono di un potere umano, ma il luogo in cui questo codice genetico originario viene costantemente custodito, proclamato e interpretato per ciascuno nel tempo. Attraverso la successione apostolica, che unisce il mio ministero a quello dei pastori che mi hanno preceduto fino agli Apostoli, e di quelli che mi seguiranno (e sempre in totale e assoluta obbedienza al Papa) la Chiesa garantisce che il DNA spirituale che scorre oggi nelle vostre vene sia puro, integro, privo di quelle mutazioni mondane che rischiano di ammalare la fede.

Questo legame ci ricorda che gli otto secoli che celebriamo stasera raccolgono in realtà un pregresso immenso, una storia sacra ancor più antica. Il patrimonio genetico della nostra fede affonda le radici nella prima evangelizzazione di questa terra sabina, che la tradizione fa risalire fin dal 54 dopo Cristo ad opera di San Prosdocimo. Da quel primo seme apostolico, la linfa è scorsa ininterrotta fino al Medioevo, quando Rieti divenne la splendida “Città dei Papi”. Onorio III dedicò questa Cattedrale proprio in quel secolo in cui i Successori di Pietro abitarono tra noi. Fu proprio la presenza della Curia papale a Rieti ad attirare qui l’uomo del futuro, San Francesco d’Assisi, rendendo la nostra terra la “Valle Santa”, che continua a parlarci della possibilità di una vita che si scopre amata e perdonata (Poggio Bustone), della piccolezza e della fragilità che il Bambino di Betlemme ha fatto sue (Greccio), della direzione di marcia e della fraternità possibile (Fonte Colombo), e della Provvidenza che sempre ci precede e ci accompagna (La Foresta).

Visto in questa luce, il legame con la Sede Apostolica non è solo storia scritta sui libri, ma è la catena ininterrotta della vita: il Vangelo che echeggia stasera sotto queste volte ha esattamente lo stesso vigore salvifico di quello predicato da Prosdocimo, protetto dai Papi e vissuto da Francesco.
Eppure, proprio le Scritture che abbiamo ascoltato ci mettono in guardia da un grande rischio: l’idolatria del luogo o l’orgoglio dei costruttori. Nel Vangelo di Giovanni (cfr. 4,19-24), Gesù risponde alla Samaritana che chiedeva su quale monte si dovesse adorare Dio, scardinando ogni chiusura sacrale: «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Questa Cattedrale non serve a rinchiudere Dio tra quattro mura, ma serve a generare adoratori. È il grembo in cui ricevete il codice genetico del Vangelo, ma quel DNA deve svilupparsi fuori da qui. Diventiamo veri adoratori quando usciamo da queste porte e adoriamo Dio nella verità della nostra vita, quando osserviamo il diritto e la giustizia (cf. Is 56,1.6-7), nella fatica del nostro lavoro, quando organizziamo la vita e le scelte sociali guardando non al miope bene privato ma al bene di tutti e di ciascuno, a cominciare dalla carne ferita dei poveri, offrendo a tutti il profumo della carità. La carità è, per dirla ancora con il linguaggio biologico “il fenotipo”, il modo visibile in cui il DNA del Vangelo si manifesta nel mondo. Una fede che non produce carità è un codice genetico rimasto sterile.

Guardando allora alla storia della nostra Diocesi, sentiamo risuonare con forza le parole dell’Apostolo Paolo: «Che cos’è Apollo? Che cos’è Paolo? Servitori… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha dato la crescita». Quanti pastori, quanti santi hanno piantato e irrigato in questa Valle Santa! Ma san Paolo aggiunge una verità splendida, che deve far sussultare di gioia e dà pace e serenità anche al mio cuore: «Né chi pianta è qualcosa, né chi irriga, ma è Dio che fa crescere… Voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio».

Ecco lo sguardo di profonda fiducia e di speranza incrollabile con cui vogliamo guardare al futuro della nostra Chiesa diocesana. Questa è una storia che viene da lontano, passa attraverso di noi, ma viene rilanciata in avanti, ben oltre noi. Il futuro non dipende dalle nostre povere forze, dalle nostre pianificazioni o dalle nostre ansie pastorali. Non siamo costruiti sulla sabbia! Il futuro appartiene a Colui che fa crescere! Noi siamo il campo di Dio, siamo il suo edificio.

Concludo riassumendo i tre compiti che vedo dinanzi a noi cari fratelli e sorelle:

Se restiamo innestati nel codice genetico del Vangelo, se custodiamo l’unità intorno alla Cattedra e se facciamo fiorire la carità, questa Chiesa non avrà nulla da temere dai mutamenti del tempo o dalle sfide della storia.
Andiamo avanti, allora, con coraggio e speranza. Questa ricorrenza non è il tramonto di una storia, ma il solido fondamento su cui poggia il nostro domani.

Questa Cattedrale continui a essere il cuore pulsante da cui il Vangelo si dirama, attraverso anche le nostre comunità parrocchiali, grazie alla sinergia delle diverse vocazioni e ministeri, per raggiungere tutti e ciascuno, nessuno escluso.

Il salmista ci ha sussurrato che anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli (cfr. Sal 83) perciò molto più può essere fiducioso il credente perché sapendosi nel cuore stesso di Dio non mancherà, nonostante le tristezze della vita, di avvertire i palpiti di quell’amore di Dio, Padre e Madre, che ci chiama ad amare un po’ di più come Lui.

Lo Spirito Santo, Architetto e Anima della Chiesa, che ha guidato i nostri padri nei secoli, renda ciascuno di noi pietra viva, capace di edificare oggi una Chiesa dalle porte aperte, accogliente, fiduciosa, segno luminoso dell’amore di Dio per questa nostra terra. Con grande speranza.

E tu Santa Maria, Madonna del nostro popolo, non staccarci gli occhi di dosso, cingi con tenerezza di Madre le nostre vite e continua a mostrarci il tuo Figlio Gesù perché ritroviamo in lui tutta la gioia che il cuore cerca. Amen.

+ Vito Piccinonna