Sbloccare la vita: la motivazione non è un traguardo, ma un cammino

Oltre 200 operatori pastorali, provenienti da ogni angolo della diocesi, domenica scorsa hanno riempito la grande aula del centro pastorale diocesano di Contigliano per vivere l’atto conclusivo del secondo anno del ciclo triennale di formazione pensato per loro dalla Chiesa reatina. Se il primo anno aveva gettato le basi sulla vita spirituale e il discernimento, e il terzo si prefigura come il tempo del «che cosa» annunciare, questo secondo anno è stato dedicato al «come»: alle dinamiche umane che abitano chi annuncia.

A guidare i lavori è stato ancora una volta padre Gaetano Piccolo, a sua volta giunto al termino del tratto di percorso a lui affidato. Il religioso ha aperto i lavori con una domanda che ha attraversato l’intero intervento: «Come si fa a camminare? Come si fa a fare un passo in più per portare la nostra vita verso il suo compimento?». Nulla a che vedere con i tanti manuali di autoaiuto che affollano gli scaffali delle librerie. Quello rivolto agli operatori pastorali non è stato un invito alla produttività, né di una lezione sul successo. Al contrario, il formatore ha subito messo in guardia contro la deriva moderna del termine «autorealizzazione», spesso ridotto a slogan da coaching o a mera accumulo di traguardi esterni.

L’autorealizzazione non significa tagliare dei traguardi, ottenere dei successi o avere dei riconoscimenti, ha chiarito il gesuita, cercando di sgombrare il campo da equivoci. «È sentire che io sto mettendo a frutto, così come posso e indipendentemente dall’esito, quello che sono. Sto provando a giocarmi le mie risorse, le mie capacità. Non è il problema di dove arrivo o chi mi vede, ma sentire che sto cercando di mettere a frutto la mia natura».

La mancanza come motore

Il discorso ha ruotato attorno a una definizione antropologica audace: «L’essere umano è un soggetto mancante che funziona per una differenza di potenziale». Proprio come la corrente elettrica ha bisogno di una differenza di potenziale per fluire, la vita ha bisogno della percezione di una mancanza per muoversi. «Percepire la mancanza non è un dramma, ma il motore della vita», ha spiegato il relatore. «Solo se percepisci che ti manca qualcosa passi la vita e sei spinto a cercarla. Quando non percepisci più nessuna mancanza, vuol dire che sei morto, o forse un morto vivente».

Questa inquietudine, citando Agostino, è la condizione di partenza: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Ma per arrivare a quel riposo, o a quella felicità che Aristotele definiva come «realizzazione della propria natura», è necessario attraversare una serie di livelli. Con questo scopo, il formatore ha proposto la piramide di Maslow, non come schema psicologico astratto, ma come mappa di un viaggio spirituale, trovando sorprendenti paralleli con la storia del profeta Elia narrata nel Primo Libro dei Re.

La piramide di Elia

«Guardate il cammino di Elia», ha invitato il pubblico. «Inizia con la carestia, il bisogno fisiologico: deve mangiare, viene nutrito dai corvi e dalla vedova. Poi entra nella caverna, sperimenta la paura, il bisogno di sicurezza. Dice: “Sono rimasto solo”, il bisogno di appartenenza. Poi afferma: “Ho sbagliato tutto”, la crisi di autostima. E infine, sale sul carro di fuoco: l’autorealizzazione, la comunione con Dio».

Il gesuita ha insistito sul concetto di «risposta adeguata». Non basta soddisfare un bisogno; va fatto in modo che non diventi un surrogato. «Il cibo può essere usato come strumento ingannevole per riempire i vuoti», ha avvertito. «Così come il potere può essere una sublimazione illusoria del bisogno sessuale: quando qualcuno vuole “avere l’altro in pugno”, spesso sta spostando un bisogno non soddisfatto sulla relazione di dominio».

Maschere e autenticità

Un passaggio cruciale ha riguardato il quarto livello: il bisogno di stima. «Non possiamo fondare la nostra stima su come gli altri ci considerano», ha ammonito. «Gli altri molti osannano e molti crocifiggono. Se dipendo dal giudizio degli altri, ho firmato la condanna alla mia infelicità». Padre Gaetano ha allora proposto un esame di coscienza tornando sull’idea delle «maschere» che indossiamo quotidianamente, oggetto di uno dei primi incontri dell’anno. «Se vivi sempre con una maschera, il tuo bisogno di stima ha un grosso problema. Se te la metti ogni tanto, ha bisogno di attenzione».

Ha ricordato che le persone carrieriste, quelle che cercano ruoli e riconoscimenti sociali, sono spesso «eterocentrate», dipendenti dall’approvazione esterna perché non hanno risolto il bisogno di sentirsi adeguati per affrontare il mondo. «L’autenticità è la chiave», ha ribadito. «Più siamo autentici, più riusciamo a percorrere il nostro cammino motivazionale».

Desiderio e discernimento

Verso la fine dell’incontro, il tono si è fatto più intimo. Il formatore ha distinto tra bisogni (fisiologici, con confini precisi) e desideri (che riguardano valori e ideali, e non si estinguono mai completamente). «Il desiderio viene dal latino de-siderium: riconoscere una mancanza che diventa una stella (sidus) che orienta il cammino», ha detto. «Se non ci sono desideri, la vita diventa un disastro, perché non ci sono stelle che guidano».

Ha lanciato un monito contro i «desideri mimetici», quelli indotti dalla pubblicità o dal conformismo sociale, che ci spingono a inseguire obiettivi che non sono nostri. «Attenzione a non mettere tutti i desideri sullo stesso piano», ha consigliato. «Chiediti: qual è il desiderio che sta guidando la tua vita? E cosa stai facendo per realizzarlo?».

Una lettera a se stessi

L’incontro si è concluso con un esercizio pratico, quasi liturgico nella sua semplicità. Ai partecipanti è stata consegnata una busta con un foglio bianco. «Immaginate di scrivere una lettera a voi stessi», ha suggerito il gesuita. «Caro “me stesso”, in te riconosco questi doni… Ho bisogno di lavorare su questi aspetti… Questo è il compito che voglio prendermi».

Il consiglio finale è stato di non limitarsi a scrivere, ma di spedire la lettera a sé stessi, per vivere l’esperienza di riceverla in un futuro imprecisato. «Una cosa è scriverla, un’altra è ricevere la lettera che ti sei scritto», ha detto, lasciando che il peso di quelle parole restasse nell’aria. «La forza del testo non sta nell’enfasi, ma nella precisione dello sguardo».

È l’obiettivo dell’offerta formativa: più dell’acquisire nuove competenze tecniche, si tratta di ricevere uno strumento per leggere la propria vita non come una serie di compiti da espletare, ma come un potenziale da far emergere. Come ha sintetizzato da padre Gaetano prima di salutare: «La vita si inceppa, è normale. Ma la cosa importante è riconoscerlo e ripartire da lì, lavorando su dove abbiamo capito che si è bloccata».

Il terzo anno, quello del «contenuto del messaggio», attende. Ma prima di annunciare, c’è una lezione da imparare: quella di ascoltare il proprio cuore inquieto.