Cari Presbiteri e Diaconi,
Cari Operatori pastorali della nostra Chiesa diocesana,
Cari Religiosi e Religiose,
Carissimo popolo di Dio che sei nella Chiesa di Rieti,
siamo convocati in questa celebrazione diocesana sotto lo sguardo di san Prosdocimo, primo evangelizzatore e fondatore della Chiesa reatina, Santo vescovo e confessore della fede.
Forse ci siamo chiesti: tra le tante urgenze pastorali, cosa può venire a noi dal ricordo seppure, di un uomo di Dio, discepolo dell’apostolo Pietro che, incaricato di evangelizzare la Venezia occidentale, sarebbe passato proprio da Rieti (attorno al ‘54-‘57) per costituirvi la prima comunità cristiana, per poi raggiungere Padova e morirvi attorno ai 100 anni, primo vescovo di quella città?
Lo ricordiamo anche ogni volta, e spero sempre con più affetto, entrando nella nostra Cattedrale dalla porta sinistra, dipinto dal Manenti, come anche nella cappella di santa Barbara con scultura marmorea mentre regge la Chiesa.
Lo ricordiamo perché fa bene al cuore farlo e perché, senza riconoscenza, non c’è lode, e non c’è riconoscimento dei benefici di Dio. Dove matura la riconoscenza non fiorisce né presente né futuro che possano essere guardati in maniera promettente e si scade solo nella cronaca. Ma non è questa la nostra chiamata.
Soprattutto a conclusione dell’VIII centenario della Dedicazione della nostra meravigliosa Chiesa Madre e all’inizio del nuovo anno pastorale avverto come necessità far memoria di questi inizi benedetti della nostra evangelizzazione e vorrei che divenisse una buona abitudine.
Richiamando la lettura breve, mi pare che nella vita cristiana non dovremmo smarrire il valore del tempo, nella sua tripartizione: passato, presente e futuro. A ciascuno di questi momenti vorrei legare un atteggiamento che diventi un esercizio eucaristico, offerta viva al Signore per il bene di questa Chiesa, sentendoci sempre preceduti da Colui che con noi, prima di noi, la ama più di noi e quanto: da morire!
Tre atteggiamenti da vivere:
-
In riferimento al passato: la MEMORIA. Non è l’archeologismo, non è la sindrome della moglie di Lot, immobilizzata in statua di sale. La fede in Gesù ci chiede di essere “viatori”, cioè quelli della via, discepoli, capaci di sequela, per strada, comunque sempre in cammino, sapendo che non abbiamo quaggiù una città stabile ma cerchiamo quella futura (cf Eb 13,14). È il riferirsi eucaristicamente alle meraviglie che Dio ha già compiuto non solo nella vita personale, ma anche in quella ecclesiale, sociale e cosmica. È lo sguardo di fede di Maria nel Magnificat (cf Lc 1,46-55), in quel cantico di liberazione che fa discendere uno sguardo diverso anche nella realtà più opaca e quotidiana sentendosi parte della discendenza di Abramo. È accorgersi che è Dio l’autore di ogni inizio, è il Dio dei germogli, è colui che, come un ramo di mandarlo, anche nei tempi difficili, vigila perché la sua parola si realizzi, come per i profeti (cf Ger 1,11-12), quel Dio che nella Liturgia inneggiamo come Colui che crea e santifica sempre, fa vivere, benedice e dona al mondo ogni bene. “Ricordatevi dei vostri capi…” ci è stato detto oggi. Ricordiamocene perché la loro vita si è fatta vangelo, bella notizia per tanti. Potrà diventare pro-vocazione anche per noi!
La nostra storia bimillenaria viene da lontano ma resta giovane perché innestata nella linfa viva e vivificante di quella comunione alla quale siamo stati aggiunti anche noi, oggi, per puro dono di grazia.
-
In riferimento al presente: la FEDELTÀ. È la virtù che ci salva sia dai facili entusiasmi che dall’andare avanti solo per forza del dovere o per buona volontà e poi magari per inerzia col grigiore dell’abitudine. La fedeltà è virtù attiva, è la risposta generativa alla chiamata fondamentale che tutti quanti noi abbiamo ricevuto col Santo Battesimo. È sentirsi chiamati per nome, scelti da Dio, nella comunità, per la storia, in vista del Regno, continuando l’annuncio della Parola di verità e di vita che è il Vangelo, quel Vangelo che Prosdocimo ha seminato per la prima volta in questa terra. Come Isaia, anche lui come noi dinanzi alla domanda del Dio tre volte santo “Chi manderò? E chi andrà per noi?” (cf Is 6,8), pur consapevoli della nostra inadeguatezza dinanzi alla missione affidataci, abbiamo risposto: “Eccomi, manda me!”. E la fedeltà che può sorreggerci anche nelle fatiche è ancora quella di Maria, è quel suo fiat di Nazareth che matura fin sul Calvario diventando uno Stabat, divenendo icona mirabile di fedeltà.
-
In riferimento al futuro: la PROFEZIA. Quel Vangelo, che ha il volto e il nome di Gesù, che è lo stesso, ieri, oggi e sempre (cf Eb 13,8), chiede di essere seminato oggi da noi, insieme, nelle diverse responsabilità, coi diversi carismi, ministeri e vocazioni, nei diversi ambiti e ambienti, ma sempre nell’unità, come amabilmente ci ricorda con insistenza papa Leone che accompagniamo con affetto e preghiera in questo suo viaggio apostolico oggi iniziato. Profezia è essere immersi nel modo di pensare di Dio e vedere, giudicare e agire la storia come fa Dio. È non compromettersi con gli idoli di ogni tempo, è riconoscere il primato di Dio e perciò adorarlo con una vita santa, non smettendo di vivere questo mondo e questa storia come il cantiere del Regno, in attesa dei cieli nuovi e della terra nuova nei quali avrà stabile dimora la giustizia (cf 2Pt 3,13). Profezia è anche servizio verso questa storia, dominata, oggi come ieri, da potenti e potentati, eppure, come Maria di Nazareth, la Chiesa non può abbandonare il banchetto della vita, continuando ad annunciare con coraggio e parresia quel Dio che “ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili” (Lc 1,52).
Lo canta una ragazza, una donna, che di profezia se ne intende perché abbandonata allo Spirito di Dio, eppure i troni sono ancora tutti al loro posto, gli eserciti marciano, gli imperatori impartiscono ordini, i poveri abbassano gli occhi. Lei però adopera il passato. Come se ne avesse già intravisto la fine. Come se sapesse che nessun uomo, per quanto in alto riesca a sedersi, può diventare il proprietario del futuro. Maria ci restituisce al sogno di una terra sulla quale sia possibile vivere senza chiedere il permesso alla paura. I troni, da quell’altezza devono esserle sembrati molto piccoli.
Carissimi, non siamo nella Chiesa solo operai, né siamo dei semplici colleghi tra noi. In Gesù anche noi abbiamo trovato la Parola della vita che è la vita stessa di Gesù. L’esperienza viva di Gesù di Nazareth è ciò che è fin dal principio ed è il cuore della vita della Chiesa annunciata dagli Apostoli e garantita ancora oggi attraverso i Vescovi in ogni Chiesa locale. Prosdocimo, Probo, tanti, tantissimi, il venerabile Massimo Rinaldi!
Vescovi, Presbiteri, Diaconi, Christifideles laici: ciascuno, in modo diverso e complementare, hanno edificato l’unica Chiesa e oggi invitano noi, questa comunità diocesana a perseverare, a saper gridare con la vita il Vangelo che abbiamo ricevuto, a fare di questa storia, con tutte le sue contraddizioni, il cantiere del Regno dove i poveri devono sentirsi, primi fra tutti, a casa, dove le nostre comunità, come ci ricordava papa Francesco devono essere specchio di una Chiesa dentro cui ci comportiamo, non come controllori della grazia, ma come facilitatori perché essa non sia mai una dogana ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa (cf EG 47).
Concludendo, sento il bisogno di ringraziarvi tutti e ciascuno. Sappiate di essere tutti nella mia preghiera quotidiana, specie nell’Eucaristia. Grazie del tempo, della generosità che vi anima. Nel Sì che adesso insieme rinnoviamo chiediamo al Signore di accrescere la gioia del servizio certi che se non è il Signore a costruire la casa fatichiamo inutilmente (cf Sal 127,1).
Anche nel lavoro più umile e nascosto, magari talvolta poco compreso, ci basti sapere di lavorare per il Signore e per il suo Regno e quando magari ci sentiamo poco utili, poco all’altezza, poco considerati chiedo per me e per voi la grazia di sentire la verità di quel versetto del salmo che dice che il Signore ai suoi amici il suo pane lo dà nel sonno (Sal 127,2). È Lui, ora e sempre, a nutrire e a far crescere le nostre vite, nei modi che non immaginiamo nemmeno, anche nelle nostre notti. A patto di essergli amici. E questo essergli amici sia tutto il nostro desiderio, per ricambiargli, almeno un po’, quell’incontenibile amore con cui Lui non smette di largheggiare con noi.
+ don Vito

