I diversi terreni… visti con gli occhi di Francesco

Un tardo pomeriggio intenso quello di ieri al Centro Pastorale di Contigliano per il primo appuntamento con l’Assemblea unitaria diocesana. A offrire l’orizzonte il vescovo Vito e la sua recente lettera pastorale, “Largheggia”, offerta come uno sprone «ai nostri passi, personali e comunitari, per chiederci, cose non scontate: quale immagine di Dio abbiamo, quale immagine dell’uomo e degli altri abbiamo, quale idea della storia». Con una consapevolezza: qualunque sia la risposta, dovrà essere illuminata dalla luce della Parola e dall’impegno nell’evangelizzazione, che è «ciò che la Chiesa non può non fare».

Ad accompagnare il discorso è l’evocazione di Dio come «seminatore ostinato, generoso, largo, scriteriato, che non bada a spese». Un seminatore di fronte al quale siamo allo stesso tempo seme e terreno: luogo in cui la Parola fiorisce, ma anche condizione necessaria perché essa possa generare.

Una visione che riconduce il tema dell’evangelizzazione nella concretezza della nostra realtà, nella complessità del tempo che stiamo attraversando. Un’epoca di cambiamenti anche nella dimensione ecclesiale.

A entrare nel merito di questa complessità, è stato il francescanista e vescovo di Assisi mons. Felice Accrocca, che ha aiutato i presenti a leggere la situazione con gli occhi di san Francesco. Non solo in nome del suo profondo legame con il territorio Reatino, ma nella consapevolezza che anche egli si trovò ad agire in un tempo di incertezze e cambiamenti. E se anche il parallelo non apre a risposte facili su come il santo si porrebbe oggi davanti al nostro vissuto ecclesiale, si può comunque scovare qualche indizio “forte” nella Regola “non bollata”, dove Francesco riprende proprio la spiegazione della parabola dei terreni: il seme è la parola di Dio, e ciò che decide il raccolto non è il seminatore, ma i terreni che lo accolgono.

Mons. Accrocca ne ha scelti tre. Il primo terreno è quello della superficialità. Non si tratta di gente malvagia: sono semplicemente persone sulle quali tutto scivola addosso. Francesco li giudicava severamente, soprattutto quando alla superficialità si accompagna l’opportunismo di chi cerca una vita comoda, perché solitamente mangia il frutto del lavoro altrui. Nella fraternità, superficialità e opportunismo erano per lui erano nemici da espellere, non debolezze da compatire.

Il secondo terreno è quello degli emotivi: chi accoglie la Parola con gioia, fa mille proposte al primo incontro, e alla riunione successiva non si presenta. La testa e il cuore debbono agire insieme, altrimenti si va dove conduce l’emozione, che da sola non basta. Non a caso Francesco, nelle Ammonizioni, aveva parole durissime per i non perseveranti, che guardano indietro e “ritornano al vomito della propria volontà”, aggiungendo: “è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il semplice raccontarle!”.

Il terzo terreno è quello delle spine: gli affanni e le preoccupazioni che soffocano. Il soffocamento, ha notato mons. Accrocca, non è una pistolettata: ti affloscia piano piano, senza che te ne accorga.

Da qui, tre domande che l’intervento ha lasciato aperte, e che valgono per ogni comunità e per ogni persona.

La prima: cosa seminiamo? Perché se è vero che noi seminiamo comunque, bene o male, allora bisognerebbe riconoscere onestamente che al centro di tanta pastorale italiana non c’è la parola di Dio, ma pratiche devozionali, itinerari scolastici, iniziative tenute in vita per accanimento terapeutico, mentre ogni anno la gente diminuisce.

La seconda: dove fissare l’asticella del discernimento? Siamo passati da un rigore che buttava fuori vocazioni serie per un riso sguaiato, a un permissivismo che accontenta tutti perché i numeri mancano. Ma il fatto che abbiamo bisogno di catechisti e operatori pastorali non significa che tutti abbiano la vocazione di esserlo. Meglio sperimentare, con meno parole e più opere. Sono preferibili, ad esempio, esperienze di servizio concreto: visite agli anziani, consegne a domicilio… a un catechismo modellato sull’esperienza scolastica.

La terza: come sostenere il terreno buono? Perché di terreno buono ce n’è, ed è più esteso di quanto sembri: ragazzi capaci, coppie giovani, famiglie che di fede. E vanno coinvolte non solo con ragioni, ma con il valore affettivo della celebrazione: la corporeità, il canto, i gesti. La chiamata è a un cristianesimo vissuto con serenità e gioia, possibile perché la fede consente di superare difficoltà e angosce.

La parabola non finisce con i rovi e i sassi. Finisce con un raccolto al trenta, sessanta e cento per uno. Forse è questo che Francesco oggi chiederebbe di guardare.