Omelia nella I domenica di Avvento – Anno A

Amatrice
30-11-2025

Mi piace la parola avvento, cioè “venuta”. Perché è strettamente collegata ad un’altra parola, “attesa”. L’attesa nella vita fa la differenza. Come sono diversi i giorni nei quali aspettiamo qualcosa, o ancor di più qualcuno, da quelli nei quali non ci aspettiamo niente… A maggior ragione se sappiamo che quello che attendiamo ci darà gioia. Quel pensiero riempie la nostra vita e l’attesa gioiosa chiama in causa un’altra parola: desiderio. Se sappiamo che quello che aspettiamo ci darà gioia e ci riempirà la vita, inevitabilmente cominciamo a desiderarlo. Attesa e desiderio sono dunque le parole chiave del tempo di avvento che oggi inziamo insieme.

Ma attesa di che? O meglio: di Chi? Le luci, le scritte, i messaggi preconfezionati sui social che ormai campeggiano da settimane ci possono disorientare. Rischiano di farci credere credere che quello che aspettiamo sia un “qualcosa”: una data, o meglio un insieme di giorni sponsorizzati soprattutto come tempo di vacanze, di poesia, di riunioni con i familiari, nei quali fare qualche atto di bontà che fa sempre bello. Giorni colorati di stelle filanti, luci e palline che negli ultimi anni provano a soppiantare l’austera semplicità del presepio. Ma se è solo la venuta di questo che aspettiamio, l’attesa si rivelerà ingannevole e il desiderio destinato a trasformarsi in delusione: inesorabile arriverà anche quest’anno il sette gennaio, con la ripresa della dura quotidianità, spesso complicata dai problemi che si sono accumulati o accentuati durante le vacanze. Sì, c’è il rischio che il calendario dell’avvento si riduca a quello fatto di finestre di carta e cioccolatini, che la cassiera del supermercato ci propone di acquistare quando andiamo a pagare il conto del nostro carrello. L’antidoto a questo avvelenamento spirituale sta in quello che la Parola di Dio e la sapienza della Chiesa ci insegnano sull’avvento.

 

La liturgia ci parla infatti di un altro avvento, di un’altra attesa e di un’altra gioia, di altri desideri meno deteriorabili. In questo tempo liturgico noi ci ricordiamo, come dice san Bernardo, che Cristo è venuto duemilaeventicinque anni fa, nell’umiltà di Betlemme e ci prepariamo a rivivere questo evento nella liturgia, che ci rende contemporanei degli eventi che celebriamo. In questo la nostra diocesi ha un maestro di eccezione in san Francesco, che desiderò di rivivere in letizia il presepio di Betlemme a Greccio. Se consideriamo il Natale come un incontro con Colui che si fa uno di noi per condividere da fratello le nostre gioie e le nlostre fatiche, e viene a ricordarci la bellezza dell’essere noi pure figli amati di Dio, di poterci considerare tutti e ciascuno suoi prediletti, la nostra gioia non finirà con l’Epifania, che tutte le feste si porta davvero via, se vissute in modo superficiale. Non finirà la festa dell’incontro autentico con Lui, il festeggiato, Gesù, se il nostro desiderio non scapperà frustrato subito al Natale del prossimo anno, illudendosi che, magicamente, tutto sarà migliore, ma penseremo forse di più all’incontro con Cristo che viene tra noi e per noi ogni domenica e ci dona la sua Parola e la sua vita nell’Eucaristia.

L’avvento ci insegna a saper guardare lontano. Ci invita ad attendere con gioia anche la seconda venuta del Signore. Per fede, forse non sempre consapevoli, professiamo il Signore Gesù “di nuovo verrà nella gloria” e diciamo, come risposta al dono del suo Corpo e del suo Sangue nella Messa, che noi continuamente annunciamo al mondo la sua morte e proclamiamo la sua resurrezione “nell’attesa della sua venuta”. Gesù non è uscito di scena. Vive con noi anche da dietro le quinte il dramma e le conquiste della storia e tornerà alla fine dei tempi per regnare in tutto e in tutti. E questo alimenta la nostra gioia: la storia non procede a caso verso l’ignoto, ma tutto tende all’incontro definitivo con Lui. Allora il nostro desiderio di superare lo scoglio del tempo che fugge inesorabile troverà compimento.

L’avvento, poi, ci insegna che la nostra non è un’attesa indefinita e alienante, durante la quale può  sembrare normale assopirsi come le vergini stolte. Gesù è venuto nel passato a Betlemme, verrà di nuovo nel futuro della sua gloria, ma viene anche nell’oggi. Non a caso in ogni Messa ripetiamo: “Benedetto colui che viene”. Il nostro desiderio di lui non deve attendere all’infinito. Lui viene a noi ogni giorno, ci parla con la sua Parola, si dona a noi e ci arricchisce di sé nell’Eucaristia e negli altri sacramenti. Ci dà persino la possibilità di incontrarlo e di amarlo nei fratelli, fragili e imperfetti come noi: “Tutto quello che avete fatto a loro, lo avete fatto a me”. L’avvento ci dice che la gioia dell’attesa e il desiderio di incontrare il Signore si possono concretizzare nell’esperienza delle nostre relazioni quotidiane.

Avvento, attesa, desiderio: sono elementi chiave del messaggio che quella Parola ci consegna sin da oggi. Siamo certi che “come la pioggia e la neve”, essa “non torna a Lui” fino a quando “non avrà portato il suo frutto”. Attraverso le parole del profeta Isaia Dio ci ha assicurato che la pace è possibile, anche oggi: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci” e, cioè, che “una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione”. Certo questo comporta da parte nostra che, perché ci sia una pace vera, si investa su altro e non si “impari più”, né ovviamente s’insegni  “l’arte della guerra”. Questa prospettiva non è solo frutto dei nostri desideri, ma è una promessa concreta di Dio, che Gesù in persona viene a compiere. E il cuoire si riempie di attesa fiduciosa.

Avvento non equivale a una visione cristiana del mito dell’eterno ritorno. Ogni anno siamo infatti dicersi,  più ricchi di quanto ci è stato donato, e ci avviciniamo sempre di più alla meta: “la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”, ci ha ricordato san Paolo. Perciò la nostra attesa si fa più viva e il nostro desiderio più forte. Alla luce di questo ci viene chiesto oggi di lasciarci disarmare dall’amore, di gettare via le infamanti “opere delle tenebre” e indossare le “armi della luce”, le uniche che non portano morte e distruzione, ma costruiscono, quelle sì, la vera pace.

Sin dal primo giorno di questo nuovo anno liturgico Dio ci assicura che per compiere le sue promesse lui non smette di mandare suo Figlio, perché noi abbiamo la vita in pienezza. Perciò non ci spaventa l’invito a tenerci pronti perché, in un momento che non immaginamo, “viene il Figlio dell’uomo”. Gesù non è per noi un estraneo. Lo conosciamo e, soprattutto, ci conosce fino in fondo. L’avvento ci assicura che ogni sua venuta è per colmare la nostra attesa, per realizzare i nostri desideri più profondi. E in questo, più che sui nostri sforzi, riposa la nostra gioia.