Cari fratelli e sorelle,
la festa del nostro Santo si situa in un anno speciale rappresentato dal Giubileo della Speranza voluto dal compianto papa Francesco e dall’VIII centenario del Cantico delle creature che senz’altro Antonio da Padova avrà pregato molte volte ricordandone l’amato autore. Il tempo per il credente è segnato da eventi, da doni, da parole, da luci che illuminano lo scorrere anonimo del Kronos facendolo diventare Kairos, tempo di grazia. È per questi motivi che sentiamo quasi di allargare il Cantico e di poter dire Laudato sì mì Signore per frate Antonio!
Eppure abbiamo perso la gioia! Le cause sono tante. Certo, lo scenario internazionale segnato da guerre che sembrano ormai normalizzate, la violenza cieca o quella programmata che si abbatte spesso anche in nome di apparenti amori che rendono tossica la vita e le relazioni anche quelle che dovrebbero essere più intime, la caduta di stile nel denigrare con troppa facilità, l’indifferenza che si taglia a fette specie quando si dovrebbe immaginare e organizzare insieme il bene comune, magari con una punta di attenzione più decisa per le nuove generazioni e i più poveri… ebbene tutto questo sembra addomesticare le nostre coscienze portandoci nelle zone di comfort (che spesso proprio di comfort non sono…). Questo scenario attraversa anche noi. Eppure, nonostante tutto, si erge di nuovo, come tra gli appuntamenti più attesi nella nostra Città, la festa per la figura semplice e, perciò, illuminata e profonda di Antonio da Padova, figlio insigne di Francesco d’Assisi. Tutta la sua vita, la sua raffinata teologia e la sua pregevole predicazione, sono uno sprone ancora oggi per noi. Egli viene non certo a consacrare il sistema. Viene, anzi a disturbarlo. Viene a chiederci oggi ciò che conta nella nostra vita. E su questo non si può barare. Altri dicano ciò che vogliono ma “è nel cuore che abita la verità”. Chissa quante volte l’avrà fatta sua questa espressione Antonio, lui che nella prima parte della sua vita aderì all’ideale agostiniano entrando tra i Canonici regolari di Sant’Agostino (e la nostra preghiera oggi va volentieri anche per il nuovo papa Leone che la provvidenza di Dio ci ha donato). Dice il Vescovo d’Ippona: “Entra nel cuore. È lì che abita la verità”. La superficialità oggi la fa da padrona per cui entrare nel cuore, lì dove si prendono le decisioni più autentiche e profonde, è il primo indizio che i Santi ci donano: la cura della propria interiorità.
Antonio ha sentito su di sé le parole del vangelo che abbiamo appena ascoltato e si è fatto per davvero missionario. Andate! È l’indicazione di un partire. E il partire inzia sempre col primo passo. Parte solo chi porta in cuore un sogno che come Francesco costruisce pietra su pietra. Antonio parte e porta il Vangelo, mettendosi in discussione in prima persona, specie in seguito all’incontro con i corpi martirizzati dei primi missionari francescani, giunti a Coimbra, e si fa lui stesso vangelo, bella notizia e lo è ancora oggi. Gesù ha mandato i dodici, invia anche i settantadue, e poi tanti altri. Ha mandato Antonio, manda anche noi, con un messaggio unico e chiaro: Il Regno di Dio è in mezzo a voi, è vicino. Dio è Padre e Madre e non smette di stare dentro la nostra vita, anche dentro le nostre cronache personali, collettive e universali. Quanto bisogno abbiamo di percepire più chiaramente questa ostinata vicinanza di Dio. Quando accade questo non si può che vivere, come conseguenza, una ostinata vicinanza per i fratelli che si fa solidarietà, cura, prossimità, con dolcezza e rispetto.
Non solo il messaggio di Gesù è chiaro, ma pure lo stile: a due a due, senza nulla di proprio, come agnelli in mezzo a lupi (non il contrario!), incontrando specie quanti sono più fragili e tristi, portando pace, facendoci artigiani di pace, che oggi sentiamo mancare come il pane.
Per frate Antonio Laudato sì mì Signore! Per lui ti loda tutta intera la nostra Città! Antonio ci additi ciò che vale, ciò che fa bene a tutti, ciò che non si consuma e non si logora. Per questo, come credenti, non possiamo non implorare il dono di quella sapienza di cui abbiamo ascoltato nella prima lettura. Come fu per Antonio, dovremmo cercarla e desiderarla più dell’oro, non dovremmo darci pace finché non recuperiamo il gusto delle cose semplici, una rinnovata profondità, la capacità di incontri veri con gli altri assieme ad uno sguardo illuminato.
Abbiamo bisogno di accogliere e diventare anche noi una pagina di Vangelo per questo tempo che annaspiamo a vivere. Il Vangelo è il racconto sorprendente di un Dio che per salvare i suoi figli ha fatto il viaggio più lungo, scendendo non solo sulla terra ma sin negli inferi, nello scheol. Nella Bibbia lo scheol è il luogo da cui non si risale più, non si viene più fuori. Ecco da dove nasce la Speranza che i credenti in questo giubileo annunciano: dal sapere che, in nome di Gesù Cristo, nessuno è condannato a restare nel suo Scheol, a ciascuno deve essere permessa una risalita, una resurrezione… a ciascuno! Siano benedette le mani e le parole e i gesti che aiutano a risalire, a fiorire lì dove si è stati seminati.
Aiutare a risalire sarà il modo più vero per onorare il Santo, non a parole ma con i fatti e nella verità.
