Pubblichiamo di seguito l’omelia del vescovo Vito in occasione della Messa del Crisma
Carissimi fratelli e sorelle, Presbiteri e Diaconi, fedeli laici, consacrate e consacrati,
ci ritroviamo in questo appuntamento annuale unico, la Messa del Crisma, epifania della Chiesa diocesana, perché manifesta visibilmente la comunione di tutto il popolo di Dio radunato col Vescovo attorno a Cristo. Siamo qui, nella nostra stupenda Chiesa Cattedrale, vivendo il sobrio ma reale trasporto di questo ottavo centenario della sua Dedicazione che ci ricolloca con più consapevolezza dentro una storia santa fatta di annuncio, di adorazione e di servizio che questa Chiesa, con quanti ci hanno preceduto nei secoli, sin da San Prosdocimo, ha vissuto, per vocazione. È sempre grande motivo eucaristico sentirsi preceduti da una storia di grazia, guidata dallo Spirito e cementata dalla Carità: siamo preceduti, non nasce tutto con noi! Malgrado l’infedeltà di ieri e di oggi questa storia è splendida perché porta come suo centro e cuore pulsante il Mistero luminoso dell’amore di Cristo-Sposo che non smette di amare la Chiesa-Sua Sposa dando se se stesso in sacrificio di soave odore (Ef 5,2). Di questo mistero siamo resi particolarmente partecipi noi presbiteri, per la Parola e il Sacramento dell’Eucaristia con gli altri Sacramenti, con i quali un giorno siamo stati chiamati a edificare sempre la comunità, nel servizio al popolo che Dio ha affidato alle nostre mani, non per merito ma per grazia, grazia che ricopre tutto l’intero popolo santo in mezzo al quale siamo costituititi servi, per amore, servi premurosi del tuo popolo canta la liturgia odierna. È Lui lo Sposo della Chiesa, il Testimone fedele, il Primogenito dei morti. A lui guardano anche coloro che lo trafissero (cf. Ap 1,5-9). A Lui guardiamo noi, oggi e sempre, senza rimpianti e senza fughe, sapendo di essere, come Giovanni il Precursore, gli amici dello Sposo. È Sua la Chiesa, nessuno la ama più di lui ma a noi è affidata dolcemente perché diventi sala nuziale a tutti aperta, come il cuore squarciato di Cristo, fino al banchetto che si compirà nell’eternità quando risplenderà tutta quale Sposa bellissima, senza più rughe o tristezza. Per servire a questo banchetto nel comune pellegrinaggio terreno siamo stati rivestiti delle vesti di salvezza il giorno della nostra Ordinazione e prima ancora il giorno del nostro Battesimo. Ricordiamo oggi carissimi presbiteri quel giorno benedetto. E anche voi fratelli e sorelle amati nel Signore unitevi a noi in questo rendimento di grazie. In modo particolare ci uniamo a quanti celebrano quest’anno il 25’ di ordinazione: don Casimiro Panek, don Alessandro Perez e don Francesco Susaimany. Auguri speciali vanno per il 60’ anniversario a don Giovanni Franchi e a don Giovanni Maceroni. È un bisogno del cuore far memoria di tutti i ministri del Signore che hanno servito questa Chiesa e sono già dinanzi all’Altissimo. Un particolare ricordo va per don Luigi Aquilini, don Cesare Silvi e don Nazzareno Nicolai che ci hanno lasciato in quest’anno, dall’ultima messa crismale.
Le vesti di cui siamo stati rivestiti splendidamente quel giorno, l’abbiamo capito strada facendo, consistevano fondamentalmente nel portare il grembiule stesso di Gesù usato nell’ultima cena per lavare i piedi stanchi e feriti dei suoi, persino di Giuda, amandoli così fino alla fine. Siamo chiamati tutti come Chiesa, e in primis noi presbiteri, a imitare l’atteggiamento di Gesù descritto nel vangelo che nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale (T. Bello).
Proprio il gesto eucaristico della lavanda dei piedi ci rimandi immediatamente all’ottavo centenario della morte del serafico padre Francesco che questa terra ha attraversato e amato e il cui insegnamento resta in benedizione per tutti quanti noi e per quanti attraversano la valle santa, con la semplicità e la sobrietà tutta da custodire.
«Si fece deporre nudo sulla terra nuda… ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio». Sono alcune espressioni che ritroviamo nella Vita Seconda di Tommaso da Celano (2 Cel 214, 217). Sono parole che hanno molto da dire alla nostra vita e al ministero ordinato, al “dolce miracolo delle nostre mani vuote” (G. Bernanos) che danno spesso ciò che non hanno. Sì, è proprio così, la grazia divina agisce attraverso pure la debolezza umana, permettendo di donare amore e speranza anche quando ci si sente interiormente aridi o incapaci.
Sì, siamo stati rivestiti delle vesti di salvezza ma il cammino di tutta la vita è questa spogliazione, per amore.
Cosa può significare questo per tutti quanti noi e particolarmente per noi presbiteri? Affido brevemente tre significati da cui discendono tre responsabilità:
1. prendere sul serio la nostra nudità creaturale.
Sappiamo di non essere migliori di nessuno. Partecipiamo tutti della nativa fragilità umana scalfita dal peccato. C’è una “miopia del cuore” Sentiamo come tutti la fragilità e la vulnerabilità, talvolta il senso di sconfitta, non sempre pensiamo di farcela. Benedetta umanità! Dono bellissimo che ci ridimensiona, che ci può portare più che a giudicare gli altri a crescere nella comprensione, nella vicinanza sincera, nel rispetto, anche quando pare ci vengono negati dall’altra parte. Prima di essere mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare i cuori spezzati, ad annunciare la liberazione degli schiavi (cf. Is 61,1-3.6) siamo intimamente convinti di essere anzitutto noi miseri, prigionieri, afflitti! Prendiamo coscienza di aver ricevuto il tesoro in vasi di creta. Dio non ha scelto altro materiale in cui consegnarsi che la nostra creta!
2. gioire per il nostro essere rivestiti delle vesti di salvezza.
Il Dono di Dio sopravanza, ci supera. È affidato a noi ma non diventa mai nostra proprietà: il Vangelo, lo Spirito, la Chiesa sono di Cristo. È sapere di essere stati scelti “con affetto di predilezione” tra i fratelli. È sapersi partecipi della stessa missione di Cristo, per questo, partecipi della sua unzione che dà fecondità al nostro ministero, anche in mezzo a fatiche e a lotte.
Senza la grazia di Dio staremmo sempre, come Adamo ed Eva all’indomani del loro peccato, a scoprirci colpevolmente nudi e perciò a nasconderci e ad accusarci. Non bastano le foglie di fico per rivestirci, abbiamo tutti bisogno della grazia che risana, misticamente significata dai santi Olii che come popolo di Dio oggi consacriamo e riceviamo per essere purificati, risanati ma anche cristificati. Sì, portiamo in noi ormai l’impronta di Cristo, e di Cristo-Servo, desiderando di diventare tutt’uno con Lui e tra di noi.
3. vivere il nostro cammino di spogliazione
È vivere col desiderio di imitare Cristo che si spoglia delle sue vesti e più ancora della sua divinità fino a raggiungere i piedi, la povertà dei suoi, fino alla fine.
È imparare a non possedere, a non trattenere gli altri, né le cose, né noi stessi. Significa diventare autentici e onesti ogni giorno sempre più. È desiderare di diventare liberi giorno dopo giorno – ma a patto di diventare contemporaneamente poveri ! – come il nostro Signore e Maestro. È annunciare anche con gli anni che passano che l’Amore di Cristo ha vinto in noi, è sentire anche qualche mancanza di carità nei nostri riguardi come “perfetta letizia” purché l’Amore sia amato e fino a quando si compiano anche in noi tutti i misteri di Cristo, come nella vita di Francesco.
Coraggio però perché questo cammino non è fatto in solitudine ma in comunione tra noi, Vescovo con i presbiteri e diaconi, con i consacrati e le consacrate, con i fratelli e sorelle laici.
Aiutiamoci reciprocamente un po’ di più tutti quanti, scriviamo insieme pagine belle e autentiche di vangelo e di carità in questa Chiesa e per questo pezzo di mondo che abitiamo oggi.
Questa storia che sta oltrepassando ogni limite con la spregiudicatezza della guerra e della prepotente violenza, a tutti livelli, ha bisogno di una Chiesa-casa della Pace (e Cristo è la nostra pace!) che porti luce anche nella notte. Il Poverello di Assisi che sostò anche a Rieti continua a offrirci la testimonianza di un Dio nudo, disarmato e disarmante. Scegliamo di rinnovare la nostre promesse sollecitati dal suo esempio e di annunciare tutta la verità e la bellezza che splendono sul Volto di Gesù Cristo, nostro incrollabile Amore. Ci renda coraggiosi tutti quanti il Signore nel rinnovare la nostra sequela dietro a Lui con l’animo gioioso e generoso di chi sa che seguire Lui è la grazia più bella che la vita potesse concederci. E Maria, sua e nostra Madre, Madonna del Popolo, con i nostri Santi Patroni, e l’intercessione di San Prosdocimo e san Probo, ci sostenga nel cammino di fedeltà. A gloria di Dio. Amen!
+ Vito Piccinonna





