Lo sguardo su di sé nel lavoro pastorale

Il percorso formativo per gli operatori pastorali della diocesi prosegue lungo una linea già tracciata negli incontri precedenti: comunicazione, relazione, responsabilità condivisa. Dopo il confronto sul linguaggio e sul conflitto, l’appuntamento di domenica 15 marzo ha spostato l’attenzione su un elemento meno visibile: lo sguardo che ciascuno rivolge a sé stesso.

Il tema, come nei precedenti incontri, è stato affidato a padre Gaetano Piccolo: l’autostima. Non come categoria psicologica isolata, ma come condizione che incide sul modo di abitare le relazioni. «Il modo in cui trattiamo gli altri dice molto dello sguardo che abbiamo su di noi», emerge fin dalle prime battute. La comunicazione – già affrontata nel ciclo – viene così riportata alla sua origine. Non è anzitutto una questione di tecnica o competenza; riguarda piuttosto una postura interiore.

Per introdurre il discorso viene proposto un breve esercizio. Dieci affermazioni, un punteggio da uno a cinque, una somma finale. Un test senza valore diagnostico – viene precisato – utile per rendere espliciti alcuni atteggiamenti abituali: il rapporto con il giudizio degli altri, la capacità di riconoscere i propri limiti, la reazione di fronte al successo altrui. Il risultato non classifica né giudica. Orienta, indicando una possibile direzione di lavoro attorno a una definizione essenziale: l’autostima è «lo sguardo che abbiamo su noi stessi». Non coincide con i risultati ottenuti, né con le capacità dimostrate. Può accadere – viene osservato – che a risultati elevati corrisponda uno sguardo fragile, e viceversa. Il punto non è ciò che si raggiunge, ma da dove si fa dipendere il proprio valore.

Per chiarire questo passaggio, viene introdotta un’immagine: ciascuno porta addosso una “maglietta” con un messaggio implicito. È quel messaggio che orienta le relazioni, più delle intenzioni dichiarate. «Il modo in cui gli altri ci trattano dipende molto dal messaggio che noi ci siamo scritti». Non si tratta di giustificare i comportamenti altrui, ma di riconoscere una responsabilità personale nella dinamica relazionale.

Il riferimento evangelico – lo sguardo di Gesù sull’uomo ricco – introduce un secondo livello. «Guardandolo dentro, lo amò». È uno sguardo che precede la prestazione e non dipende dall’esito. L’invito è a trasferire questo sguardo su di sé. Non come autoassoluzione, ma come condizione per una relazione non difensiva.

Nel corso dell’incontro, l’autostima viene collocata tra due polarità: idealizzazione e svalutazione. Da un lato, una percezione gonfiata di sé che genera frustrazione; dall’altro, una percezione ridotta che blocca l’iniziativa. La posizione intermedia non è stabile: oscilla, segue gli eventi quotidiani, richiede un lavoro continuo di riequilibrio.

Alcuni passaggi insistono su dinamiche ricorrenti: l’autosabotaggio, l’invidia, la difficoltà ad accogliere i complimenti. Non sono episodi marginali, ma indicatori. Segnalano una dipendenza da fattori esterni – giudizi, risultati, riconoscimenti – che rende instabile la percezione di sé. «Se abbiamo appaltato la nostra autostima a qualcosa di esterno, abbiamo firmato la condanna della nostra infelicità».

Una parte dell’incontro è stata dedicata al lavoro in piccoli gruppi, distribuiti negli spazi della struttura. La consegna era definita in modo essenziale: condividere una qualità, un limite su cui lavorare, una situazione imbarazzante vissuta. Non era previsto confronto o discussione, ma un tempo regolato di parola, affidato a un moderatore. La forma stessa dell’esercizio – l’assenza di replica, la richiesta di esporsi senza commento – spostava l’attenzione dal contenuto alla modalità. Non tanto che cosa si dice, ma come si riesce a dirlo. In questo senso, il lavoro di gruppo prolungava in forma pratica quanto emerso nella prima parte: la possibilità di nominare se stessi senza difesa, di tenere insieme riconoscimento dei limiti e libertà di parola. Parlare dei propri errori con la stessa naturalezza dei propri successi viene indicato come uno dei segni di una stima di sé non conflittuale.

Il discorso si chiude con alcune indicazioni operative. Tra queste, un gesto minimo: iniziare la giornata con un complimento rivolto a se stessi. Non come formula motivazionale, ma come esercizio di attenzione. «Il primo che si deve trattare con rispetto sei tu».

Nel quadro del percorso triennale, l’incontro del 15 marzo introduce un passaggio nuovo rispetto ai precedenti. Non riguarda direttamente ciò che si dice o come lo si dice, ma il punto da cui le parole prendono forma. Se la comunicazione è un compito condiviso, la qualità di questo compito dipende anche da un lavoro meno esposto, che precede ogni intervento pubblico. E occorre chiedersi quale spazio trova, nella pratica pastorale ordinaria, questo lavoro su di sé – lento, non misurabile, difficilmente visibile – rispetto alle attività che richiedono risultati immediati.