Comunicare è un compito condiviso

Imparare a comunicare: dono e responsabilità

È stata la comunicazione al centro dell’incontro di formazione per gli operatori pastorali svolto la scorsa domenica a Contigliano. Una tappa del percorso triennale che la Diocesi di Rieti ha affidato a padre Gaetano Piccolo, quest’anno centrato sulle “Dinamiche umane”. Dunque non si è soffermati sulle tecniche organizzative o sulle strategie educative, ma su qualcosa di più elementare e insieme più esigente: il modo in cui si parla – e si ascolta – dentro le relazioni quotidiane. Con una dichiarazione di metodo esplicita fin dal titolo: «Imparare a comunicare. Correggimi se sbaglio!».

Evidente il filo diretto con l’incontro precedente, dedicato alla gestione del conflitto. «Come gestire il conflitto – ha osservato il relatore – ha a che fare molto con il modo in cui comunichiamo». Da qui la scelta di partire dall’etimologia: comunicare viene da cum e munus. «Munus in latino significa sia un dono sia un onere, un compito». Ne deriva un’idea precisa: «Portiamo insieme quello che è un dono, ma anche un impegno». Se la comunicazione fallisce, non è un incidente neutro: «È una responsabilità».

Un dialogo ordinario

Per entrare nel tema, viene proposto un breve scambio tra coniugi. Maria rientra dal lavoro con le borse della spesa e dice: «Non so se ho parcheggiato bene la macchina». Antonio risponde: «Tanto per cambiare!». Poi prende le chiavi ed esce per verificare. La scena è minima. Eppure, nelle reazioni dei partecipanti emergono parole come “ironico”, “poca fiducia”, “non equilibrata”. Il relatore invita a notare un elemento spesso trascurato: «Non basta il contenuto dell’informazione, ma anche come la diciamo, con quale tono e con quale atteggiamento del corpo». E aggiunge un principio che tornerà più volte: «Noi non possiamo non comunicare».

«Solo il 7% della nostra comunicazione avviene attraverso le parole», si legge nelle slide proiettate alle spalle di padre Gaetano. L’indicazione di un fatto evidente: postura, sguardo, intonazione orientano la relazione almeno quanto le frasi pronunciate.

Tre reazioni, tre stili

Un secondo esempio – un insetto nel piatto al ristorante – introduce tre possibili reazioni: aggressiva, remissiva, dialogica. È un espediente didattico per descrivere tre stili comunicativi. Lo stile passivo tende a «nascondere i propri sentimenti e i propri pensieri», a evitare il conflitto, a rimandare le decisioni. Le espressioni tipiche sono riconoscibili: «Non è merito mio», «Facciamo come vuoi tu», «Spero di non disturbare». La motivazione profonda è spesso la paura: «Preferisco evitare l’ansia di mettermi in gioco». Ma l’accumulo produce effetti prevedibili: «A lungo andare si scoppia e si passa a uno stile di comunicazione aggressivo».

Si passa cioè all’estremo opposto. Chi porta lo stile aggressivo «non ammette di avere torto», «lascia poco spazio agli altri», ricorre a formule che chiudono la relazione: «Sei sempre il solito», «Assolutamente», «Te l’avevo detto io». Il relatore le definisce «frasi killer». Non per la loro durezza apparente, ma per l’effetto: «Se tu vuoi ammazzare una relazione, usa queste frasi».

C’è poi una variante più difficile da riconoscere: lo stile passivo-aggressivo. Tono pacato, contenuto pungente. «Fallo tu che sei il migliore», «Se non lo fai tu, non lo fa nessun altro». Oppure silenzi prolungati, ritardi sistematici, battute acide. «Tu non eri arrabbiato – spiega – mentre parli con questa persona la rabbia comincia a montarti dentro». È una dinamica spesso inconsapevole, che rende il confronto complesso.

L’assertività come via praticabile

Una volta smantellate le patologie della comunicazione, viene delineato il modello verso cui tendere: lo stile assertivo. La definizione proposta è netta: «Libertà di comunicare onestamente le proprie opinioni, i propri bisogni, le proprie emozioni senza danneggiare l’altro e senza sensi di colpa». La distinzione tra “danneggiare” e “ferire” è centrale. «Il chirurgo, se ti deve operare, ti deve ferire». L’intenzione non è colpire, ma curare. L’assertività richiede autostima, contatto con le proprie emozioni, capacità di scegliere tempi e contesti adeguati.

Gli strumenti sono concreti: parlare in prima persona – «Io, in quella situazione, mi sono sentito così» – concentrarsi su un punto preciso, evitare di riesumare l’intera storia del conflitto, aprire spazi di dialogo con formule come «A me sembra che» o «Correggimi se sbaglio». Non si tratta di tecniche persuasive, ma di coerenza: «Lo faccio perché veramente credo che potrei sbagliarmi». L’idea di fondo viene sintetizzata in una frase semplice: «Tu vali e io valgo». Se uno dei due poli viene meno, lo stile si inclina verso la passività o l’aggressività.

Quando il dialogo si interrompe

Un laboratorio mette in scena un caso realistico: genitori che contestano i metodi “rigidi” di una catechista con quarant’anni di esperienza; il parroco chiamato a intervenire. Nel confronto emergono alcune dinamiche frequenti: puntualizzare continuamente ciò che non va, accusare, predicare, usare espressioni come «Lo faccio solo per te», che generano debito e risentimento. Il fallimento del dialogo, osserva il relatore, non dipende solo dal contenuto delle divergenze, ma dal modo in cui vengono espresse.

Carezze e “scotomi”

L’ultima parte introduce una categoria meno consueta: le “carezze psicologiche”. Sono tutti quei gesti – anche minimi – con cui si dice all’altro: «So che ci sei». Un saluto, un ascolto attento, una parola scritta e consegnata. «Il bambino ha bisogno di essere toccato per crescere in modo sano»; l’adulto non ha smesso di averne bisogno. All’opposto stanno gli “scotomi”: la mancanza di attenzione che comunica «tu non sei ok». Una risposta sarcastica – «Oggi ho preso un bel voto». «In religione?» – o un rinvio brusco – «Adesso ho cose più urgenti» – non sono semplici distrazioni. Indicano una gerarchia implicita di valore.

Un criterio evangelico

In chiusura, due immagini evangeliche orientano il discorso. La parabola del seminatore – il seme gettato su ogni terreno – suggerisce una comunicazione che non seleziona in anticipo chi merita ascolto. L’incontro tra Gesù e la Samaritana mostra una sequenza di gesti: scelta del momento opportuno, richiesta formulata a partire da un bisogno – «Dammi da bere!» –, assenza di etichette, valorizzazione dell’interlocutrice – «Hai detto bene». Non vengono proposti come modelli edificanti, ma come esempi di una pratica concreta: tempo, ascolto, riconoscimento.

Il prossimo incontro sarà dedicato all’autostima. Non è un tema aggiuntivo. È il presupposto che rende possibile dire «correggimi se sbaglio» senza sentirsi diminuiti – e ascoltare la correzione senza dover difendere a ogni costo la propria immagine.