La sala è piena. Il tema è scomodo, e proprio per questo familiare. Una di quelle cose inevitabili della vita che vorremmo proprio scansare. «Voi mica vi arrabbiate?», esordisce col sorriso padre Gaetano Piccolo. Un alleggerimento necessario per qualcosa che attraversa la vita quotidiana, personale e pastorale.
Se ne è parlato la scorsa domenica, nell’incontro, ospitato al Centro pastorale di Contigliano del percorso di formazione per gli operatori pastorali della diocesi, giunto al secondo anno e dedicato alle dinamiche umane. Il titolo è diretto: Adesso mi arrabbio: gestire il conflitto. L’impostazione offerta dal gesuita lo è altrettanto: il punto non è «non arrabbiarci», ma «scoprire cosa possiamo farne della rabbia».
Il punto di partenza riguarda l’esperienza concreta. Di arrabbiarsi accade. La questione è ciò che resta. «Il problema è quando la rabbia diventa un sentimento». Quando non si esaurisce in un episodio, quando continua a lavorare dentro. È quanto bisogna tenere sotto osservazione, ciò su cui occorre lavorare.
«Quando noi ci arrabbiamo è come se il filo che lega la testa e le viscere si spezzasse», spiega Piccolo. Ricucire quel filo è il lavoro da svolgere. La rabbia, osserva, non nasce dal nulla. «Noi ci arrabbiamo quando abbiamo la percezione che un bisogno che riteniamo importante non ha trovato una risposta adeguata». Riconoscimento, rispetto, considerazione. La rabbia rivela ciò che ciascuno considera essenziale.
Da qui l’insistenza su un gesto spesso evitato: fermarsi e dare un nome. «La rabbia va letta, non va repressa». Dare voce alla rabbia è più di uno sfogo: aiuta a comprendere, serve a evitare che l’energia si trasformi in aggressività o si ripieghi in forme silenziose e persistenti.
Da queste intuizioni è partito un breve lavoro in piccoli gruppi, introdotto come parte integrante dell’incontro. I partecipanti sono stati invitati a condividere, se possibile, un episodio di rabbia personale, provando a nominare il bisogno che non aveva trovato risposta. Con una consegna precisa: nessuna replica, nessun commento, solo ascolto. Un esercizio di esposizione e di contenimento insieme, che rende visibile ciò che spesso resta implicito. La verbalizzazione come tentativo di esperienza condivisa, non come espediente tecnico.
È qualcosa che si ritrova anche nella Scrittura, che padre Piccolo ha provato a rileggere secondo questa chiave. I discepoli di Emmaus diventano la figura della rabbia delusa. «Noi speravamo», dicono. I loro occhi sono impediti. Camminano verso un luogo che non c’è. Gesù li affianca, li ascolta, li lascia parlare. «Verbalizzare permette di ricucire il filo spezzato tra la testa e la pancia». Il senso emerge mentre il racconto prende forma.
Lo stesso vale per la preghiera. La rabbia non resta fuori. I salmi lo mostrano senza attenuazioni. «Se sei arrabbiato non puoi fare finta di non essere arrabbiato». Portare davanti a Dio ciò che si prova non lo rende accettabile o nobile, ma vero. «Se nella preghiera la consegno al Signore, piano piano me li libero».
Il lavoro interiore apre inevitabilmente al piano delle relazioni. Perché la rabbia entra nelle relazioni, dove prende la forma del conflitto. E qui occorre discernimento. Alcuni conflitti segnalano un passaggio di crescita. Altri si irrigidiscono, cambiano oggetto, diventano distruttivi. All’inizio del percorso di quest’anno pastorale ci si era fermati sulle “maschere”: riconoscere i ruoli ricorrenti – persecutore, vittima, salvatore – aiuta a interrompere dinamiche che bloccano. Il conflitto, se attraversato, può restituire un’immagine più reale delle relazioni.
Il percorso formativo accompagna questo lavoro con continuità. Dopo l’incontro sulle ferite, questo passaggio prepara quello successivo sulla comunicazione. E il cammino in corso traspare non come una sequenza di temi, ma come un filo che tiene insieme interiorità, relazione e responsabilità pastorale.
In chiusura, padre Gaetano richiama un padre del deserto: «Trova la pace e migliaia intorno a te troveranno salvezza». Non come ideale astratto, ma come lavoro quotidiano. La pace non elimina la rabbia. Cambia il modo di ascoltarla. E il conflitto, quando trova parole e spazio, smette di avvelenare e ricomincia a dire qualcosa di vero.

