Carissime sorelle, carissimi fratelli,
ci viene donata quest’oggi, provvidenzialmente, una pagina evangelica che contiene motivi generatori per il nostro cammino discepolare e missionario. È vero, si chiude un anno giubilare ma non si chiude la possibilità di giubilare nel Signore. Beati noi se ci siamo lasciati conquistare in quest’anno di grazia dalla certezza che Gesù è il vero e intramontabile Giubilo e Giubileo della vita, la Speranza che non delude, mai!
Il versetto del salmo responsoriale è la sintesi perfetta delle tre vite, quella di Gesù, di Maria e di Giuseppe: “Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie”.
Timore non è paura o semplice sottomissione. È l’attegiamento interiore e dinamico di chi sa che Dio ci conosce nell’intimo e sa meglio di noi ciò che è bene per noi, per cui val la pena affidarsi interamente a Lui, in un abbandono libero e responsabile, illuminato dalla virtù della fede. Il timore del Signore, poi, non immobilizza come capita per il timore che si può avere nei riguardi di altri, ma mette in cammino, sempre. Quella del pellegrinaggio resta la postura fondamentale richiesta al credente.
Ci aiuta in questo itinerario soprattutto Giuseppe. È uno dei personaggi silenziosi del Vangelo. Lui, il custode del Redendote, colui che invochiamo come protettore della Chiesa universale, con la sua vita di fede diventa motivo di speranza e di carità operosa anche per noi.
La sua è una vita esposta agli angeli e a persone crudeli, è fatta di trucioli e di paure. Deve custodire come padre, suo figlio Gesù, e Maria come sposa.
Dio spesso gli parla in sogno quando le difese umane si abbassano, quando forse si è più ricettivi. Con ciascuno Dio è originale, non ama doppioni o copia/incolla. La notte è per Giuseppe il sit in leben preferito da Dio. Sogni impegnativi che richiedono intelligenza, profondità, accoglienza e cooperazione fattiva nel segno della cura e della protezione.
L’Angelo del Signore non affida mai parole facili. Il cammino dell’uomo è sempre in salita. Alzati gli dice l’angelo. Prendi con te il bambino e sua madre. Fuggi in Egitto. Può un angelo rimandare in Egitto? L’Egitto non è una terra di salvezza, è stata terra di schiavitù per Israele! Eppure solo così Gesù rifarà il duro viaggio dell’antico popolo dell’Alleanza, liberato dall’oppressione del faraone.
Giuseppe ascolta e fa ciò che l’Angelo gli dice. Obbedisce. Si alza nella notte, quando tutto invece chiederebbe di continuare a permanere nel sonno.
Erode invia soldati e uccide spietatamente addirittura i più piccoli. Archelao sarà peggio di lui. Ma per chi crede, anche in mezzo alla cattiveria, resta la certezza del Salmista: “Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie”. Solo questo pensiero anima Giuseppe e così facendo ci insegna la virtù della fedeltà che nella notte, come in un crogiuolo, anziché venir meno, si fortifica e diventa motivo di salvezza non tanto per sé ma anzitutto per le persone che sono affidate.
A noi che vorremmo sapere tutto e subito prima di metterci in cammino Giuseppe insegna a fidarci, smisuratamente. Così fece Abramo, così Maria, così i Magi, così i Santi amati nella nostra terra, così i tanti che nel corso della storia si sono fidati e continuano a fidarsi di Dio e dei suoi sogni.
Giuseppe rappresenta anche tutti i giusti della terra, tutti coloro che, fino a dimenticarsi di sé e delle proprie certezza, si prendono cura di altre vite, senza secondi fini, lontani dalle logiche di potere e di cattiveria. Giuseppe dinanzi ai sogni di Dio risponde con l’Amen silenzioso della vita, più forte di mille parole.
Infine Giuseppe mi pare chieda a noi oggi, comunità diocesana reatina, al termine di questo giubileo universale, di non abbandonare il Sogno di Dio pur dentro le tante traversìe umane e talvolta anche ecclesiali. In ogni notte sempre è possibile prendersi cura. Mi pare sia la parola d’ordine che il Vangelo ci affida. Liberàti da quella insana autocentratura che fa pensare solo a noi, al nostro ombelico e alle nostre cosucce (fossero anche cosucce sacre) dobbiamo allargare il senso della cura. Dobbiamo farlo anzitutto verso le famiglie, nelle nostre comunità, nella Chiesa diocesana, nei nostri territori e quartieri. Sì, finisce un giubileo ma chiediamoci anche quali varchi abbiamo aperto? Quali condoni personali e comunitari siamo stati disponibili a esercitare? Le nostre parole, le nostre scelte, le nostre vedute e prima ancora i nostri pensieri hanno liberato o imprigionato gli altri? E se la nostra coscienza non ci da segnali incoraggianti nessuna paura: c’è ancora tempo e possibilità per vivere tutto questo ma subito, ora. Voglia il Cielo che la nostra Chiesa diocesana si lasci sempre più abitare dallo Spirito di Dio che fa nuove tutte le cose, che danzi con Lui, che non da pace nemmeno alla polvere e non permette alla morte di avere l’ultima parole già nelle nostre relazioni.
Giuseppe e Maria scesero con Gesù a Nazareth. Trent’anni! Tempo “inutile” diremmo noi, uomini e donne “tutto fare”. A Nazareth, in periferia, dove tutto accade nell’apparente ferialità, nel quotidiano che talvolta sfiora la banalità. Lo sanno bene le famiglie. Ma Maria e Gisueppe sapevano di custodire il Mistero, Dio stesso, in una casa, tra le parete domestiche! Siatene consapevoli un po’ di più anche voi care famiglie! E con Dio ritroverete un senso che niente e nessuno vi potrà dare altrove.
Che bel programma per tutti noi: o il Vangelo ha il sapore di casa oppure è roba da grandi occasioni, passate le quali passa pure lui…
Come a Cana di Galilea la Madre, che nella nostra meravigliosa Chiesa Cattedrale invochiamo col bel titolo di “Madonna del Popolo”, continui a sussurrarci: Qualunque cosa vi dica, fatela. Sì, fare in vangelo, praticarlo, viverlo è il segreto della vera gioia, del vero giubilo, del vero giubileo, che resta anche oltre ogni giubileo.
Così sia.

