Omelia nella IV domenica del tempo ordinario (Anno A)

(Sof 2,3; 3,12-13; Sl 146; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5, 1-12a)

«Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele». Si è soliti dire: «non ci resta altro che piangere» di fronte ad una situazione di fallimento e di distruzione. E guardandoci intorno in tanti momenti del giorno e della notte a più di qualcuno sarà venuto in mente di pensarlo. Eppure Sofonia che scrive nel VII secolo a.C., un secolo dopo il grande Isaia che già aveva pianto la fine del regno d’Israele sotto la pressione degli assiri, non indulge all’autocommiserazione. Piuttosto spinge in un’altra direzione. Verrebbe da dire che a volte ‘non ci resta altro che Dio’, ma quel che sembra poco è invece l’essenziale, da cui ripartire insieme. Il ‘resto d’Israele’, infatti, può essere quello zoccolo duro che sa ritrovare la strada e tornare a ‘pascolare e a riposare’. Come dar credito a questa speranza che è così diversa dall’ottimismo o dal pessimismo, che sono stati d’animo passeggeri e spesso irrazionali?

La parola di Gesù nel Vangelo con la sequenza delle nove beatitudini chiarisce che la felicità non è tanto un diritto come sancito nella Costituzione americana, ma un dono che viene al di là del nostro orizzonte terreno. Quello che conta, dunque, non è l’assenza di difficoltà e di disgrazie che spesso ci cadono addosso senza un perché apparente, ma imparare anche da quello che è più vicino alla terra che è sempre bassa.

Allora acquistano significato le parole della seconda beatitudine, che altrimenti rischia di suonare incredibile e perfino irritante. «Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati». Ciò da cui partire sono le lacrime. Le lacrime non sono un atto di debolezza o peggio una reazione di vigliaccheria, ma possono diventare un’occasione favorevole che premia molto più che un riso scomposto e nervoso.

Del resto anche qui la saggezza popolare ci viene in soccorso: «Il riso abbonda sulla bocca degli stolti». Ridere è solo una manifestazione di insipienza di fronte alla bellezza e alla drammaticità dell’esistenza. Spesso è solo lo specchio di una superficialità sguaiata e immemore e non cambia la situazione, semmai la ratifica. Sorridere è altra cosa perché lascia intravvedere un senso in mezzo al non senso che aiuta a decifrare l’incomprensibile.

Perché le lacrime sono un aiuto? Perché ci aiutano a metabolizzare il dolore piuttosto che censurarlo. E poi perché ci rendono più lucidi nello sguardo sulla realtà. Il nostro è un tempo difficile, ma non insuperabile. Si tornerà a «pascolare e a riposare». Ciò che conta è imparare dalle lacrime e non smettere di credere al futuro che solo Dio garantisce «perché saranno consolati». E il pianto è proprio il segno che abbiamo bisogno di altre persone. Così il pianto non ci fa rinchiudere in noi stessi, ma ci apre verso l’altro. Verso Dio, da cui ci allontaniamo quando siamo falsamente sicuri di noi stessi. Per questo nella versione di Luca, il Maestro è più esplicito ancora: «Beati voi che ora piangete, perché riderete» (6, 21).