Omelia in occasione della festa liturgica della Presentazione di Gesù al tempio

(Mal 3, 1-4; Eb 2, 14-18; Lc 2, 22-40)

«Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?». Malachia chiude la rivelazione del Primo Testamento e apre al Nuovo Testamento. Lo fa a partire da una domanda drammatica che svela la tensione sotterranea di un popolo che vive l’attesa del Messia. Nulla di questa tensione è dato oggi di percepire, visto che si vive un po’ tutti schiacciati dentro l’angusto orizzonte del presente, quasi ripiegati nel tran tran quotidiano, incapaci di sporgerci oltre i bisogni immediati. Se dovessimo chiederci dove arriva il nostro sguardo non si va oltre il prossimo week end.

L’attesa messianica preserva invece il presente, perché rende insoddisfatti per quello che c’è sotto i nostri occhi, ma non ci rende rassegnati e inerti. Oggi la tentazione diffusa, complice anche il clima plumbeo del terremoto, è quella di abbandonarsi ad una tristezza senza costrutto. La vita religiosa in tale contesto si presenta come contestazione di questa rassegnazione che confina con la disperazione. E inventa una forma nuova di presenza. Come quella di suor Maria e di suor Giuseppina, che son tornate ad Amatrice dopo quella tragica notte, stanno con le persone che conoscono bene e vivono con loro, in attesa della ricostruzione.

«Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli». La lettera ali Ebrei dipinge così il Messia che si prende cura degli umani. Sa cosa è l’umanità e nello stesso tempo conosce il mistero di Dio. La cura e non il disinteresse, è la cifra di una vita religiosa che sappia essere se stessa. La cura per i bambini, gli adolescenti, le famiglie, gli anziani sono gli ambiti in cui vi cimentate. La cura non dice immediatamente la soluzione, né l’eliminazione dei problemi. Svela però un atteggiamento di presa in carico che ci rende simili ai nostri contemporanei. Se vogliamo uscire dall’empasse di tanta vita religiosa che spesso si avvita su se stessa dobbiamo tornare alla cura abituale e responsabile degli uomini e non degli angeli. Questa è la vostra missione e il vostro tarlo.

«I miei occhi han visto la tua salvezza». Il vecchio Simeone abbraccia il bambino Gesù, ma in realtà è il bambino che sorregge la sua vita. Quello per cui ci stiamo spendendo, spesso nell’oscurità e senza tangibili riscontri, è anche il punto di appoggio per andare avanti. «Riguardo al futuro… ho le mie paure. Ma al di là di tutto resta la fede che la storia è nella mani di Dio e che quindi l’esito ultimo sarà la completa e definitiva vittoria del bene e l’avvento della Gerusalemme celeste». Così scrive il nostro unico eremita Stefano. Con questa sua certezza maturata nella solitudine della sua cella sui monti di Antrodoco, andiamo avanti anche noi con gioia.