Fratelli e sorelle carissimi, cittadini di Rieti, rappresentati (delle Istituzioni e) della Casa Circondariale, Direttrice e operatori e volontari, carissimi fratelli detenuti, fratelli e sorelle di ogni confessione e credo religioso,
PACE A VOI!
Siamo giunti fin qui, alle soglie di questo luogo che spesso la città preferisce non guardare, o che considera un “altrove” separato dalla vita quotidiana e dalle nostre abitazioni. Ma stasera, come comunità parrocchiali della Città, ci stiamo lasciando guidare dalla Croce di Cristo, aiutati dalle parole del serafico padre Francesco, nell’ottavo centenario della morte (centenario che vorremmo onorare anzitutto con scelte in lina con quelle di Francesco…forse oggi il suo incontro col lebbroso lo farebbe qui…). È Cristo stesso che ci ha condotto a deviare dai nostri percorsi abituali. Questa via crucis cittadina non è solo una pia pratica religiosa, né vuole rimanere chiusa nelle navate innocue delle nostre belle chiese. Sentiamo come Chiesa che i nostri passi non possono essere diversi da quelli dell’unico nostro Maestro, Gesù, l’Agnello mansueto che porta su di sé e toglie il peccato del mondo.
+ Sostando dinanzi a queste mura dobbiamo avere il coraggio di dircelo chiaramente: questa casa circordariale non è un’isola. È un pezzo del nostro corpo sociale, ci appartiene. Spesso lo viviamo come una discarica di problemi che non vogliamo vedere, un luogo in cui “rinchiudere” magari “gettando la chiave”, per non dover gestire la complessità della vita , del male e della fragilità.
Ma la qualità di una democrazia e il grado di civiltà di una comunità si misurano anche da come essa guarda chi ha sbagliato. Se il carcere resta un luogo di solo isolamento e non di riscatto, abbiamo fallito tutti. Se un fratello (perché di fratelli si tratta!) esce da queste mura più disperato di quando vi è entrato, la colpa non è solo sua, ma di una comunità civile che non ha saputo offrire alternative, che non ha cercato di costruire ponti di reinserimento, che ha preferito la sicurezza del catenaccio alla fatica inderogabile dell’accompagnamento.
+ La Quaresima ci invita a guardare il nostro peccato. Esite un peccato individuale ma anche un peccato sociale. Peccato sociale può essere spesso alimentato dall’indifferenza delle istituzioni, dal pregiudizio delle imprese che faticano a dare lavoro a chi ha un passato difficile che sembra non passare mai, è anche il sospetto del vicino di casa, è anche la lentezza di una burocrazia che soffoca la speranza.
Chiediamo perciò scusa stasera. Chiediamo scusa ai nostri fratelli ristretti per i nostri giudizi affrettati, per la facilità con cui abbiamo piazzato etichette indelebili su vite che sono, come le nostre, un groviglio di fatiche. Questa sera, in questo momento di preghiera, ci chiediamo pubblicamente cosa possiamo fare perché questo luogo sia davvero una tappa verso una vita nuova e non un vicolo cieco. La giustizia senza umanità diventa vendetta, e la vendetta non ha mai guarito nessuna società.
+ Guardiamo a questa Croce. È la croce di un uomo condannato dai tribunali del suo tempo. Eppure in quella carne piagata, noi vediamo il volto di Dio. Cristo abita oggi anche qui dentro. Abita nella solitudine delle celle, nel pianto di una madre che aspetta il colloquio o nelle lacrime di parenti che sono geograficamente molto lontani. Dio abita nel rimorso di chi finalmente ha capito il proprio errore e desidera ricominciare.
La Croce di Cristo non è un simbolo immobile del dolore. Essa è proiettata verso la luce della Resurrezione. La Pasqua che stiamo per celebrare come discepoli e credenti in Gesù Cristo ci dice che nessuna pietra sepolcrale è così pesante da non poter essere ribaltata, nessun muro è così alto da impedire alla luce di entrare. Ma la pietra del sepolcro si muove solo se c’è una comunità che aiuta a spingere. La risurrezione di una persona che ha sbagliato richiede anche il coraggio di una città che sappia accogliere chi torna, senza rinfacciare il passato per sempre.
Tornando a casa vorrei che per tutti noi questo luogo sia ricordato non per le sbarre che lo circondano ma soprattutto per la rete di solidarietà che sappiamo tendere oltre queste sbarre e queste mura.
A voi fratelli che siete “dentro”, dico a nome di tutti: non siete soli! Il Signore Gesù che portiamo in processione si è identificato nel vangelo con voi anche. È per questo che la vostra speranza è anche la nostra. È Gesù che spezza le catene del cuore. Possa la sua luce attraversare prima che le sbarre i cuori e ricordarci tutti che siamo fratelli, figli di uno stesso Padre, chiamati a una vita nuova che nessuna colpa può cancellare per sempre. Amen!
