Omelia in occasione della Festa di san Giuseppe da Leonessa

Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario (Is 52, 7-10; 1 Cor 4, 9-16; Lc 9, 57-62)

San Giuseppe morì ad Amatrice per via di un tumore all’inguine il 4 febbraio 1612. Alcuni anni dopo, il 18 ottobre 1639, approfittando di un terremoto, i Leonessani ne trafugarono le spoglie mortali, riportandole nel santuario a lui dedicato. Fin qui la storia. Il terremoto è una costante di questi nostri territori: ma sarà mai possibile trarne qualche vantaggio? Se dovessimo seguire il nostro cuore impaurito e disorientato verrebbe da chiuderla qui, ma la Parola ascoltata getta una luce sul nostro dramma perché Paolo ci suggerisce di trarre vantaggio anche dalle situazioni di fallimento: «siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti». E tuttavia non si rassegna, confermando le parole poetiche di Fabrizio De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». Dunque, anche dal male e dalla distruzione può rinascere la vita. E il Maestro che sta incamminandosi verso il suo destino di morte e di resurrezione ce lo conferma con tre sentenze inequivocabili.

La prima è quanto risponde a un tale che gli si accosta lungo la strada: «Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Non vuol dire che Gesù non avesse una casa di proprietà, ma che la precarietà è una condizione della vita umana. Certo dovremo ricostruire le case, metterle in sicurezza, renderle finalmente antisismiche, ma mai dimenticare che l’esistenza dell’uomo resta insicura per definizione. Abbiamo costruito un mondo di sicurezze che ci rinchiude in noi stessi. In realtà, niente e nessuno basta a se stesso e siamo chiamati a camminare l’uno accanto all’altro per salvarci.

La seconda, rispondendo ad un altro che chiedeva prima di seguirlo di andare a seppellire il padre: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, tu, va e annuncia il regno di Dio». Non sta condannando i doveri familiari, ma aprendo al futuro. Non bisogna farsi circoscrivere dal passato, ma avere il coraggio di stare già oltre, in direzione di quello che ci attende. Non significa dimenticare i morti, ma non lasciarsi bloccare dal loro ricordo. La vita va avanti, se cominciamo a ragionar in modo nuovo.
La terza rivolto a chi vorrebbe prima congedarsi dai suoi cari: «Chiunque guarda indietro, mentre mette mano all’aratro, non è adatto per il regno di Dio». Occorre concentrazione e dedizione per trasformare il presente. Non basta farsi gli affari propri. Mai è così, ma specialmente ora occorre essere tutti determinati a remare dalla stessa parte. Basta litigi, contrapposizioni, divisioni.

Ci aiuti san Giuseppe, il cui corpo fu ritrovato e custodito proprio grazie ad un terremoto, a riprova che pure le vicende più negative possono convertirsi in vita.