In questo anno speciale, in questo giorno specialissimo che ci rimanda indietro di 800 anni, il più grande desiderio che chiedo al Signore, per me e per tutti, è di smorzare gli effetti speciali e di rimetterci in ascolto di quest’uomo di Dio, questo figlio della Chiesa, questo segno luminoso per l’umanità di ieri, di oggi e certamente di domani, certi che le grandi acque non possono spegnere l’amore.
Francesco volle essere adagiato nudo sulla nuda terra. È il desiderio estremo di chi vuole sperimentare pienamento l’abbraccio di Dio lasciando cadere le ultimissime difese che gli appartengono.
Francesco. È la vita di uomo continuamente rinato nell’incontro con Cristo. Fuori da questo incontro fondamentale e decisivo, Francesco diventa altro ma certamente non ciò che è stato e ciò che è.
Se un sottofondo possiamo tenere acceso mentre celebriamo il suo Transito è quello della lode. È nel Cantico che risuonano non solo parole di lode per il creato nei suoi aspetti più meravigliosi ma addirittura pure per “sora nostra morte corporale”.
Noi arriviamo a cantare fin quando il mondo è bello. Francesco trasborda, porta il cuore e il canto fin dove nessuno vorrebbe guardare e lo fa con una parola famigliare: dice Sorella Morte. Niente di poetico o di patetico. Sta dicendo la verità, come dicesse: Sei un passaggio che mi riguarda perché io sono una creatura e le creature, prima o poi, tornano a casa.
Ci sono parole che quando le pronunci cambiano la postura, la tua; riportano al vero. All’essenziale. Francesco guarda alla morte come a una verità che, guardata con gli occhi di Dio, non ti schiaccia: ti libera. E non ti incattivisce: ti rende mite.
Francesco vive la morte come una soglia da attraversare e accanto a questa lode c’è quella del perdono, non dimentichiamolo! “Beati quelli che perdonano per il tuo amore”. Non basta attraversare la soglia. Francesco ci insegna ad attraversarla senza catene. E le catene si spezzano quando hai perdonato e ti sei lasciato perdonare, evitando che sia il male della tua ferita a orientarti.
Oggi non stiamo celebrando solo il transito di Francesco. Troppo comodo. Oggi lasciamo che il suo transito interroghi i nostri attraversamenti, il nostro transitare sulla terra, tra i fratelli e sorelle che abbiamo, a cominciare dalle nostre famiglie, dalle nostre case, dalle nostre comunità ecclesiali (sperando che siano cristiane perché hanno messo al centro non il Dio onnipotente ma il Dio onnidebole, fragile, la cui presenza è da adorare nel Santissimo Sacramento, nella Parola ma non di meno nei fragili, nei poveri e negli scartati del nostro tempo). Oggi voglio chiedermi come sto attraversando il mio posto di lavoro, i miei contatti, le mie relazioni, la mia città, come preparo il futuro. Francesco ci incoraggia a una postura disarmata e disarmante…
Ritornando a casa non dite solo: siamo andati a fonte Colombo a celebrare il Transito di Francesco (800 anni etc, etc) ma abbiamo il coraggio di poter ammettere che siamo venuti a chiederci come sto transitando io, come stiamo transitando noi.
Francesco non ha bisogno della nostra lode ma della nostra conversione e ci dice: Abita la terra e vivi con fede e sii, ora più che mai artigiano e facitore di pace. Ora!
Francesco ci insegna a guardare la morte (il grande tabù della nostra società artificiale e artificiosa) nella convinzione che la si può guardare senza esserne schiavi, senza farci comandare da lei. Se non la guardi è lei a comandarti. Come puoi accorgertene? Se ti fa accumulare (non per forza in termini economici…), se ti fa stringere, se ti fa correre, se ti fa trattare gli altri come fossero cose, strumenti, oggetti per la tua autorealizzazione e ti fa trattare te stesso come se avessi sempre tempo, perdendo la bellezza e la fragilità del tuo essere creatura, del tuo essere mendicante.
Se la morte la guardi con Dio ti orienta, ti dice: scegli ciò che vale non ciò che luccica per forza, scegli dove posare il cuore, scegli chi vuoi essere davvero. Ecco perché Francesco la chiama sorella, non perché gli piace morire ma perché non vuole vivere da schiavo per la paura di morire.
“Per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente po’ skappare”.
È un verso disarmante. E dentro ci sta un realismo che salva. Non rimuovere questa verità perché altrimenti scappi (ma dove corri?), diventi superficiale, duro, incapace di perdono, perdi e ti perdi.
La morte per Francesco raccomanda di non rimandare l’amore, di non rimandare la pace, di non rimandare la verità, il bene, il perdono. Perché una ferita rimandata diventa comando, diventa un imperatore, diventa una legge e tu continui a vivere e a lasciarti vivere in una giungla e ad alimentare la giungla mentre sei stato sognato per ricevere e custodire e trasformare continuamente questa terra in un giardino. Utopia? No, è il sogno di Dio!
Certo poi verrai anche ogni anno a celebrare il Transito di questo amato Santo ma perché? Per continuare a vivere da mediocre, per paura, solo per trovare un po’ di balsamo per le tue ferite? Poca cosa! Francesco ci insegna a vivere secondo il Vangelo e non secondo la ferita. E proprio qui, in questo Santuario, dove ricordiamo il dono della Regola che non è solo per i frati o per la famiglia francescana ma, secondo la vocazione personale di ciascuno, è per tutti noi: è prendere il Vangelo e viverlo. Senza dirlo. Senza usarlo, senza farlo diventare mai una clava contro gli altri.
Pensare al proprio transito dinanzi al transito di Francesco significa permettere che cadano le maschere, le vanità, gli orgogli, le recite. Restano poche cose: restano i nomi, le mani, le parole non dette, i perdoni chiesti e quelli negati. Restano gli abbracci fatti e quelli rimandati. Restano le ferite che hai curato e quelle che hai lasciato aperte per mostrare di aver ragione.
Il Vangelo non ha mai promesso vita lunga. Ma, come ha scritto qualcuno, una vita larga sì. Francesco ha visto un Dio che ha largheggiato con lui e lui così ha vissuto la vita e la morte in un crescendo che solo l’Amore e chi se ne lascia guidare possiede. Come Francesco, anzi come il Suo e nostro Maestro e Signore, Gesù Cristo. Sì perché Francesco gioisce ancora di più se con lui e come lui guardiamo quel Signore che gli ha rapito il cuore, con cui è diventato un tutt’uno senza più separarsene, ma preparandosi, attraversando anche l’utima soglia, sprofondando non in una abisso orribile ma in un abbraccio sconfinato.
