Omelia in occasione della Festa di san Francesco

Rieti, Parrocchia di San Francesco Nuovo
04-10-2026

Il poeta francese Christian Bobin ha scritto che “se si vuole conoscere un uomo, bisogna cercare Colui verso il quale la sua vita è segretamente rivolta, Colui al quale, più che a qualsiasi altro, egli parla, anche quando in apparenza si rivolge a noi. Tutto dipende da quest’Altro che si è scelto. Tutto dipende da Colui al quale si rivolge in silenzio, per ottenere la considerazione del quale ha messo insieme fatti e prove, per amore del quale ha fatto della sua vita quello che è”.

Queste parole sono vere-verissime per Gesù: la sua vita è da sempre rivolta verso il Padre. Queste parole sono vere anche in coloro che davvero seguono Cristo e vivono con un unico timore, quello di non amarlo abbastanza. Anche Francesco fa parte, in modo originale, di questa carovana di uomini e donne che hanno transitato sulla terra, addirittura passando anche da questa nostra Valle reatina, e continuano a rappresentare –per dirla con le parole del Siracide- “un astro mattutino tra le nubi, una luna piena, o un sole sfolgorante” (I lettura).

Francesco ha vissuto un crescendo. Non è nato santo. I suoi anni giovanili anzi viaggiavano in direzione ostinata e contraria a quella che sarebbe diventata la mèta della sua vita. Tante le ambizioni che lo possedevano. Ma Dio, quel Dio che gli si rivela come la sua dolce rovina (Turoldo) è capace di mettergli un salutare inciampo: un crocifisso, non quello di san Damiano (troppo bello!) ma uno puzzolente e nauseabondo e soprattutto vivente: un lebbroso! Da quel momento –come annota Carlo Carretto- la povertà era diventato il luogo privilegiato del divino, la più alta scuola del vero amore, l’attrazione più possente della misericordia, l’incontro facilitato con Dio, il modo più sicuro per attraversare questa terra. Sposò Madonna Povertà nel desiderio e da allora finì in lui ogni paura. Meglio, cominciò la vera libertà.

Francesco sente come un sottofondo nella sua vita: l’Amore non è amato. Suo desiderio permanente è abbattere ogni distanza tra lui e l’Amato, in un coinvolgimento che non bada a spese e si lascia anche ferire. Ogni persona che ama e che si lascia amare deve mettere in conto le ferite. Non si può amare rimanendo intatti, come in vetrina. L’amore non è una raccolta di emoticon per farti star bene tre secondi e mezzo. È una storia in cui non puoi metterti al riparo e devi rimanere perennemente in ascolto perché Dio non sempre passa nell’altisonanza dei tuoni, del fuoco, delle tempeste, dei segni eclatanti. Dio spesso sceglie la brezza leggera, un mormorio di vento sottile per rivelarsi, come fece con Elia (cf. 1Re 19). E chi ama si fida e lo segue, anzi chi ama si accorge di essere inseguito e sente dire dall’Amato: Alzati amica mia, mia bella e vieni, presto! O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole” (cf. Ct 2). Francesco si è messo alla ricerca del Volto santo di Dio perché da questo si è sentito pian piano (pedagogia meravigliosa di Dio!) atteso, cercato e amato, dentro e oltre i suoi peccati. Ha scoperto un Dio che scende sin negli inferi pur di salvarci. È il mistero della Pasqua che oggi, come ogni domenica celebriamo e da cui non vogliamo staccarci. L’ha sentito questo amore quando ha smesso di cercare gloria e potenza, di farsi grande, e ha scoperto nella sua carne che amici prediletti di Dio sono i piccoli e i poveri e non i dotti e i sapienti (Vangelo). E da questo incontro con Cristo non ha voluto separarsene mai più.

Come Paolo (II Lettura) dinanzi al dono delle stimmate ha vissute cercando Dio solo in una vita che si è fatta sempre più piccola, “minore”, sotto gli altri. E le penitenze sempre cercate non erano le manifestazioni vanagloriose di un eroe o di un asceta ma le prove nuziali di un amore che non conosce posa fino a poter dire  come la sposa del Cantico “il mio amato è mio e io sono sua” (cf. 2,16). E come le capiamo quelle parole dell’Apostolo: d’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stimmate di Gesù. Quando hai chiaro il tuo centro non puoi sviare o perderti o lasciarti perdere in altro. Dinanzi al roveto ardente non è lecito rimanere come si era prima, bisogna togliersi i sandali dai piedi, le manìe di possesso, svuotare il cuore dall’idolo più pericoloso: l’egolatria, l’idolo di sé. Francesco non domina la scena, ha imparato il segreto della vita: fuori di Cristo la vita è insensata. E poco importa se a volte anche i suoi amici più vicini, i suoi frati, non lo capivano: gli pareva che le allodole lo comprendessero di più… Ma non per questo scese a compromessi o cedette alla logica accomodante dei saldi o degli sconti. Il messaggio di Francesco è un messaggio ruvido, anche per me, per noi. Francesco è un Santo ruvido. Non addomestichiamolo! Smetterebbe di essere una pagina di vangelo che può traformare anche noi a distanza di 800 anni!

Oggi, mentre ci gloriamo di Lui chiediamo di assomigliargli almeno un po’ nella ricerca spasmodica di Dio. Senza Cristo siamo nulla! Cristo non come una parentesi per le nostre vite o una devozione da coltivare nel tempo libero ma come un diuturno rapporto che rinnova le nostre relazioni, a cominciare da quella con Dio e a seguire, quella con noi stessi, con gli altri, col creato. Dimmi le tue relazioni e ti dirò la tua fede. Dimmi la tua umanità e ti dirò chi è il tuo Dio (Teofilo di Antiochia). In Francesco tutto questo è chiaro ed evidente.

Manteniamo vivo il suo ricordo come Chiesa chiedendo la grazia di farci più poveri e di vivere una vita di minorità. Non ci interessa la ribalta o la vittoria delle nostre idee. Vorremmo perderci per qualcosa, meglio per Qualcuno che rimarrà anche dopo di noi e vorremmo attrezzarci sempre più per poterlo annunciare alle nuove generazioni con la povera credibilità delle nostre fragili vite.

Come Città e come Valle santa, vogliamo custodire-senza impossessarcene- i passi di Francesco, le scelte da lui fatte qui e ri-guardare le nostre per non essere mai mediocri o vili perché come amava dire un terziario francescano doc -il Vescovo Tonino Bello- “delle nostre parole daremo conto dinanzi al tribunale della storia ma dei nostri silenzi daremo conto dinanzi al tribunale di Dio”. Francesco sentiamolo anche come nostro “concittadino” ma facciamo sì che non abbia mai a vergognarsi delle nostre scelte. Evitiamo soprattutto di essere persone divise e divisive in ogni ambito del vivere.

La nostra cara Italia che si fregia di avere in Francesco e Caterina da Siena i propri patroni, li onori oggi più che mai con scelte in linea col magistero del Serafico Padre. Oggi più che mai serve una società più coesa e fraterna, dove-come in una famiglia- chi è più fragile non sia marginalizzato ulteriormente ma rimesso al centro. Servono scelte e politiche di pace, serve porre fine alla corsa al riarmo perché armarsi è incompatibile con l’amarsi.

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Subito dopo la celebrazione vivremo una fiaccolata per ridire anzitutto a noi stessi che desideriamo vivere la beatitudine degli operatori di pace, lì dove viviamo. Che la logica delle beatitudini che Francesco ha vissuto senza se e senza ma pervada di più le nostre famiglie, le nostre comunità, i nostri quartieri, le scuole e i laboratori ordinari del vivere quotidiano perché tutta l’umanità ridiventi “magnifica”, proprio come Dio la sogna. Oggi questo sogno di Dio sentiamolo riconsegnato a noi da Francesco stesso. Sarà il modo migliore per onorarlo non a parole né con la lingua ma coi fatti e nella verità.