Gli ottant’anni di mons Giovanni Maceroni: «Mi sento ancora un trentenne»

«Ma io mi sento un trentenne!» Ottant’anni e non sentirli per don Giovanni Maceroni, pieno di gratitudine per le tante manifestazioni di affetto ricevute. Regali, fiori e biglietti sono arrivati nella sua casa del quartiere Micioccoli, «devo ancora aprirli tutti e telefonare ai mittenti per ringraziarli personalmente, com’è mia abitudine. Sono persone che mi vogliono bene e mi stimano anche al di sopra delle mie capacità, e questo mi fa piacere». Nel riavvolgere le fila di tanti anni di sacerdozio, don Giovanni sorride pacioso: «ma io voglio parlare di futuro, non del passato, il passato ormai è andato». Studioso, archivista, giornalista e scrittore, il sacerdote auspica di continuare a portare avanti per molti anni le ricerche che tanto ama: «sono come le ciliegie, una tira l’altra!». Una serie di volumi scritti e mai contati, «forse una quarantina, chissà… molti li ho scritti con suor Anna Maria Tassi, una delle persone intellettualmente più elevate che abbia mai conosciuto: e nello stesso tempo era una donna semplice e una bravissima suora».

Molti dei lavori pubblicati da don Giovanni Maceroni parlano del suo amato Cicolano, che gli diede i natali il 3 luglio 1938 «mia madre mi disse che nacqui di domenica, a mezzogiorno, in un casolare proprio vicino alla rocca di Corvaro che è ancora al suo posto».

Fin da piccolo, Giovanni inizia a leggere e a studiare, «ero portato per la ricerca, non mi accontentavo del libro ma andavo a cercare i documenti, mi piaceva toccarli e decifrarli, l’ho sempre trovata una cosa molto affascinante».

Proprio in virtù della sua passione e del suo lavoro di archivista, il sacerdote viene incaricato dall’allora vescovo di Rieti, Francesco Amadio, per riorganizzare l’Archivio Storico Diocesano: «Era il 1972, ero parroco di Santa Maria Madre della Chiesa e dicevo messa anche alla chiesetta della Madonna dell’Orto che costeggia la ferrovia. In mancanza di chiese nel quartiere la messa principalmente era celebrata nelle famiglie: quel rapporto diretto mi ha consentito di passare un periodo bellissimo e molto umano, forse il più bello della mia vita».
L’incarico che gli viene affidato è di grande responsabilità, tuttavia il sacerdote accetta con grande entusiasmo: «ero già archivista, conoscevo la materia. Tra l’altro quello della Diocesi di Rieti è un archivio ampio e importantissimo, pieno di documenti molto pregiati. Uno degli archivi più antichi che esistano, catalogato già nel ‘600 dal cardinale D’Annibale e su cui ha lavorato anche Massimo Rinaldi».

Il vescovo di Rieti e ora venerabile Massimo Rinaldi si lega a doppio filo con la storia di don Giovanni Maceroni: «più volte mi sono imbattuto nella sua figura. Tuttavia all’inizio non volevo occuparmi della sua causa di beatificazione, so bene che sono cose molto lunghe e che talora non vanno a compimento, e occorre anche tanto lavoro di scavo archivistico: poi invece sono andato avanti».

Molti i vescovi conosciuti dal sacerdote, a partire da Baratta, che fu il suo insegnante di religione in seminario, passando poi per Nicola Cavanna che lo consacrò sacerdote il 2 luglio 1966, nella sua Corvaro. «Poi sono arrivati tutti gli altri: Trabalzini, Amadio, Molinari, Lucarelli e il nostro attuale Pompili, sintentico ed efficace». Una Chiesa che don Giovanni ha visto mutare radicalmente: «cambiamenti enormi, giganteschi. Nel 1976 quando alla radio sentivamo la voce del Papa ci sembrava qualcosa di inverosimile, di direttamente divino, era un evento per il quale ci preparavano addirittura spiritualmente. Ora è tutto più umano, pur non negando il divino si trova spazio per l’uomo, ad iniziare dall’abbigliamento dei sacerdoti: allora non esisteva altro che la talare, ora non ci si fa più caso».

Tanti anni di sacerdozio e di cambiamenti visti scorrere sotto i propri occhi, a partire da quel giorno in cui comunicò ai genitori contadini l’intenzione di farsi prete: «mio padre mi disse che non gli dispiaceva e che mi avrebbe sempre aiutato. Mia madre invece era davvero molto contenta, per lei fu naturale, mi confessò che lo aveva sempre saputo».
Prossimo obiettivo per don Giovanni? Una nuova pubblicazaione, naturalmente, stavolta sulle parrocchie di Borgorose. Il lavoro è già stampato, va solo fissata la data di presentazione.